
Dal dossier mafia-appalti alle tesi del generale Mori: perché la scelta dell’avvocato Stefano Giordano, nuovo consulente potrebbe apparire inopportuna.
La nomina dell’avvocato Stefano Giordano a consulente della Commissione Antimafia, ufficializzata dalla presidente Chiara Colosimo, introduce nei lavori parlamentari una figura di alto profilo professionale, ma al tempo stesso inevitabilmente connotata da posizioni molto nette sul dibattito storico-giudiziario delle stragi. Il penalista e cassazionista, figlio del magistrato Alfonso Giordano che presiedette il Maxiprocesso, non ha mai nascosto la sua precisa chiave di lettura sui fatti del 1992, in particolare per quanto riguarda la strage di via D’Amelio.
Un nome certamente di prestigio quello di Stefano Giordano che – spero non me ne voglia –non può certo essere considerato super partes rispetto alla valutazione su quello che fu il movente delle stragi, in particolare per quella di via D’Amelio, nella quale perirono Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Giordano, infatti, non ha mai fatto mistero della propria, legittima, opinione, tanto sui canali social quanto su taluni organi di stampa, tra i quali spicca “Il Riformista”, testata giornalistica non propriamente neutrale.
Autore di diversi articoli – come quello dal titolo “Squarciato il velo su mafia e appalti, verità per Borsellino” (“Il Riformista”, aprile 2026), con il quale commentava positivamente gli sviluppi e le indagini che rimettono al centro della ricostruzione storica e giudiziaria il dossier mafia-appalti; o “L’indagine insabbiata e via D’Amelio. Magistrati? No, specialisti dell’inerzia” (“Il Riformista”, 16 aprile 2026), nel quale Giordano esaminava con durezza la gestione giudiziaria dell’epoca, parlando apertamente di indagini insabbiate e criticando le condotte che portarono, a suo dire, all’impunità dei vertici societari e dei clan coinvolti in quel filone economico, ostacolando la ricerca della verità – non si può certo dire che non abbia una posizione precostituita rispetto alle dinamiche delle stragi.
I suoi scritti sul tema trovano ampi spazi in particolare sul “Riformista”, quotidiano il cui orientamento in materia è piuttosto palese, del quale in passato, fino alla primavera del 2023, fu direttore Sansonetti. Quest’ultimo, insieme a Damiano Aliprandi, aveva già riportato una condanna per aver diffamato sul quotidiano “Il Dubbio” gli ex magistrati Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte per una serie di articoli in cui i due magistrati venivano accusati di aver affossato l’inchiesta “Mafia e appalti”.
Nessun dubbio in merito al fatto che l’avvocato Giordano non si lascerà trasportare dal suo convincimento sulla causale della strage di via D’Amelio attribuita a mafia-appalti, tanto che nel suo blog ha scritto: “Il mio primo dovere sarà studiare e ascoltare. Sono onorato della fiducia che la Presidente Colosimo e la Commissione hanno voluto riporre in me. Il mio primo dovere sarà studiare e ascoltare: conoscere a fondo il lavoro che la Commissione ha già svolto, prima di offrire il mio contributo”, confidando “di poter assolvere questo incarico con la serenità e la conoscenza dei fatti che derivano dalla mia storia personale e professionale, e che intendo approfondire ulteriormente nei giorni di studio che mi attendono. Un pensiero, in un giorno come questo, va anche a mio padre: alla sua idea che la serietà si dimostra prima nello studio dei fatti, e solo dopo nelle parole”.
E siamo certi che studierà diligentemente.
Seppure la Commissione antimafia non sia un tribunale indipendente, ma un organo di impulso politico e legislativo, e la sua imparzialità non sia garantita da uno status di neutralità assoluta (impossibile per dei politici eletti), essa dovrebbe essere garantita dal bilanciamento pluralistico tra maggioranza e opposizione e dal rispetto rigoroso dei limiti costituzionali. Un bilanciamento che, dopo i tentativi del generale Mario Mori, fautore del dossier mafia-appalti, è stato messo in discussione. Secondo le ricostruzioni, l’obiettivo del generale era quello di indirizzare i lavori della Commissione sul filone d’indagine relativo alla strage di via D’Amelio e al dossier “Mafia e appalti”, provando a caldeggiare l’arruolamento in Commissione del suo avvocato storico, Basilio Milio, del giornalista Damiano Aliprandi e del giurista Giovanni Fiandaca. Per dovere di cronaca va detto che Aliprandi ha successivamente confermato che nel corso del 2023 il generale gli propose il ruolo di consulente – proposta che il giornalista decise di rifiutare –, mentre il professor Fiandaca ha espresso posizioni molto nette e critiche in merito alla centralità assunta dal dossier “Mafia e appalti” sia nei lavori della Commissione Antimafia sia in alcune recenti inchieste giudiziarie.
Con simili precedenti – e la recente nomina, rispetto alla quale non nutriamo alcun dubbio sull’imparzialità che d’ora in avanti adotterà l’avvocato Giordano – possiamo ancora parlare di bilanciamento pluralistico della Commissione Antimafia?
Il nodo, alla fine, resta tutto politico. Nessuno mette in dubbio la caratura professionale di Stefano Giordano, né la legittimità delle sue tesi, ma quando i consulenti scelti ricalcano in modo così millimetrico una precisa e controversa narrazione storica — la stessa caldeggiata da figure centrali come il generale Mori — il rischio è che la Commissione perda la sua funzione di arbitro e di sintesi. Se il pluralismo viene meno, il rischio è che le relazioni finali non siano lo specchio di una verità condivisa, ma il verdetto precostituito di una sola parte. Resta da capire se l’Antimafia saprà resistere a questa deriva o se si trasformerà definitivamente in un tribunale politico.
Buon lavoro, avvocato Giordano.
Gian J. Morici