
La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso dei pm nisseni e conferma la linea del Gip Luparello sulla necessità di indagare i legami tra eversione e apparati dello Stato. Intanto l’avvocato Li Gotti presenta un esposto contro il procuratore De Luca. L’accusa è di aver taciuto informazioni importanti in Commissione Antimafia definendo quelle indagini uno “zero tagliato”.
La Corte di Cassazione ha segnato un nuovo punto fermo nelle indagini sulla strage di via D’Amelio, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura di Caltanissetta, i cui magistrati si erano opposti alla decisione del gip Graziella Luparello, la quale lo scorso dicembre aveva bocciato per la seconda volta la richiesta di archiviare il filone d’indagine sulla cosiddetta “pista nera”.
Con questa pronuncia, la Suprema Corte conferma la linea del giudice per le indagini preliminari, rendendo obbligatorio il proseguimento degli accertamenti. Il fascicolo, attualmente aperto contro ignoti, non potrà quindi essere chiuso e la Procura dovrà ora effettuare gli ulteriori approfondimenti investigativi già sollecitati dal gip per fare luce sui possibili collegamenti tra l’attentato del 19 luglio 1992 e ambienti dell’estrema destra.
La Procura di Caltanissetta ha quindi subito una sconfitta giudiziaria, mentre, al contrario, la posizione della Gip Luparello ne esce rafforzata, dopo che negli ultimi anni la giudice si era opposta per ben due volte alla chiusura dell’inchiesta, e la recente sentenza conferma la validità della sua linea.
Al centro di questa vicenda giudiziaria si trovano le indagini sui possibili legami tra le stragi mafiose, l’eversione nera, apparati dello Stato e ambienti politici in una presunta strategia della tensione tra il 1992 e il 1994. Il caso è stato riaperto dopo che l’avvocato Fabio Repici ha presentato nuovi elementi riguardanti l’interesse di Paolo Borsellino, poco prima della sua morte, per il collaboratore Alberto Lo Cicero.
Lo Cicero era il braccio destro del boss Mariano Tullio Troia, noto come “‘U Mussolini” per le sue simpatie di destra e i presunti contatti con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, e un verbale del giugno 1992 confermerebbe che Borsellino partecipò a una riunione in cui si discusse di questi profili.
Nonostante la Gip avesse ordinato specifiche attività d’indagine a sorpresa per approfondire questi scenari, i magistrati della Procura hanno scelto di non eseguirle, preferendo il ricorso in Cassazione. Una decisione che ha sollevato il timore di aver compromesso piste investigative fondamentali che avrebbero potuto chiarire il ruolo di soggetti esterni a Cosa Nostra nelle stragi.
L’avvocato di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, ha contestato duramente il ricorso della Procura di Caltanissetta con una memoria presentata il 4 aprile, con la quale ha accusato i pubblici ministeri di aver violato le procedure non notificando la richiesta di archiviazione alle persone offese e di aver nascosto documenti fondamentali sia alle parti che al giudice.
Tra le carte sottratte figurerebbe l’unico atto sulla strage di Capaci firmato da Paolo Borsellino, riguardante il collaboratore Lo Cicero, che sarebbe stato inserito in un fascicolo secondario per depistaggio anziché in quello principale sulla strage.
Repici sostiene inoltre che la Procura abbia iscritto abusivamente Paolo Bellini – figura legata alla strage di Bologna e presente in Sicilia negli anni ’90 – in fascicoli separati. Una strategia che a parere dell’avvocato sarebbe stata utilizzata dai magistrati senza reali presupposti di reato, con il solo scopo di bloccare i poteri decisionali del Gip e ostacolare gli approfondimenti sulla pista esterna.
Secondo quanto riportato da Antimafia2000, l’avvocato Luigi Li Gotti, che assiste diversi collaboratori di giustizia nei processi per le stragi di mafia, ha presentato un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura riguardante il comportamento del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, esprimendo forte sconcerto per quanto emerso durante le audizioni del magistrato davanti alla Commissione parlamentare antimafia.
Nell’esposto viene chiesto al CSM di valutare se la condotta di De Luca possa integrare l’ipotesi di reato di falsa testimonianza, poiché secondo Li Gotti il procuratore potrebbe aver taciuto o omesso informazioni cruciali riguardanti la pista nera e i mandanti esterni delle stragi del 1992 e 1993.
L’accusa ipotizzata fa riferimento all’articolo 372 del Codice penale, che punisce chi afferma il falso, nega il vero o tace ciò che sa davanti all’autorità giudiziaria. Il legale ritiene che tali presunte omissioni rappresentino un fatto di estrema gravità nel percorso di ricerca della verità sulle stragi siciliane e continentali.
Nell’esposto presentato al CSM, l’avvocato Li Gotti analizza il ruolo della Procura di Caltanissetta nel fornire informazioni alla Commissione antimafia, sottolineando come l’atteggiamento del procuratore Salvatore De Luca sia passato dal definire certe indagini come uno “zero tagliato” a quella che appare come “aria fritta”. Durante le audizioni parlamentari tra la fine del 2025 e l’aprile 2026, De Luca si è concentrato sulla pista mafia-appalti, considerata l’unica con riscontri concreti, liquidando invece le altre ipotesi.
In particolare, il procuratore ha espresso un giudizio tranciante sulla pista nera e sui presunti legami con Stefano Delle Chiaie, scaturiti dalle dichiarazioni di Maria Romeo, del luogotenente Giustini e di Alberto Lo Cicero, definendo esplicitamente queste piste una “autentica perdita di tempo”, sostenendo che dal punto di vista giudiziario valgano uno “zero tagliato” e invitando la Commissione a non soffermarsi ulteriormente su tali vicende.
Li Gotti evidenzia come questo approccio si scontri con la realtà dei fatti e con le decisioni del Gip che, al contrario, ha ritenuto necessari nuovi approfondimenti. La tesi dell’avvocato è che liquidare come “zero tagliato” o inconsistenti elementi che potrebbero invece rivelarsi decisivi rappresenti un ostacolo alla ricostruzione della verità, trasformando un’indagine potenzialmente importante in un nulla di fatto per volontà della stessa Procura.
Nell’esposto inviato al CSM, l’avvocato Li Gotti accusa il Procuratore Salvatore De Luca di aver presentato come “zero tagliato” filoni di indagine importanti, in particolare il caso di Paolo Bellini, figura centrale dell’eversione nera condannata per la strage di Bologna e in contatto con il boss Antonino Gioè nei giorni della strage di Capaci.
De Luca pare abbia omesso di riferire alla Commissione antimafia l’esito di un’indagine conclusasi con la sua stessa richiesta di rinvio a giudizio, datata giugno 2024, nei confronti di Domenico Romeo. Quest’ultimo è accusato in concorso con l’ex parlamentare Stefano Menicacci, e per tale procedimento il Procuratore aveva valutato una “ragionevole previsione di condanna”.
Secondo il legale, il fatto che il Procuratore abbia taciuto l’esistenza di un processo in corso dal giugno 2025, definendo contemporaneamente la pista nera come uno “zero tagliato”, configurerebbe una falsità per omissione. L’esposto punta dunque a far luce su questo contrasto tra le dichiarazioni pubbliche del magistrato e gli atti giudiziari firmati dal suo stesso ufficio.
La conclusione dell’esposto suggerisce che il ruolo di mandanti e concorrenti esterni non sia affatto inconsistente, come invece sostenuto nelle audizioni parlamentari, e ora spetta dunque al Consiglio Superiore della Magistratura stabilire se la condotta di De Luca sia stata corretta o se vi siano state gravi mancanze nella ricostruzione della verità sulla pista nera dietro le stragi del 1992.
Resta ora da capire come la Procura di Caltanissetta potrà portare avanti con imparzialità e rigore indagini verso le quali ha assunto una posizione di palese diniego, dopo che questo scetticismo è stato espresso non solo nelle sedi giudiziarie, ma anche con forza davanti alla Commissione Antimafia, ottenendo un ampio risalto mediatico attraverso una narrazione che ha tentato di delegittimare la pista nera.
Il quadro appare ancora più complesso se si considera il ruolo di alcuni giornalisti che hanno sostenuto pubblicamente la linea della Procura. Figure che, in alcuni casi, erano state proposte dal generale Mario Mori come consulenti proprio per la Commissione Antimafia, la quale sembra essersi appiattita sulle medesime posizioni del generale, escludendo scenari investigativi diversi da quello del dossier mafia-appalti.
Davanti a un simile cortocircuito, ci si interroga su quale possa essere l’efficacia di accertamenti condotti da uffici che hanno già bollato come “zero tagliato” quegli stessi elementi che la Gip e la Cassazione ritengono invece meritevoli di approfondimento. Il rischio concreto è che il pregiudizio espresso mediaticamente e istituzionalmente possa condizionare l’esito finale di una ricerca della verità che dura ormai da oltre trent’anni.
Gian J. Morici