
Tra dossier archiviati e desideri di rivalsa, il rischio di una narrazione che esclude i mandanti esterni dietro le stragi del ’92.
Da quando il Procuratore De Luca ha dichiarato davanti alla Commissione antimafia che il dossier “mafia-appalti” fu la vera ragione dietro la strage di via D’Amelio e, parzialmente, di quella di Capaci, ma la Procura di Caltanissetta ha dovuto richiedere l’archiviazione di quell’indagine, la situazione è degenerata e si avverte un clima pesante. Sembra quasi che sia iniziata una sorta di ritorsione verso quei magistrati che, in modi diversi, si sono occupati delle inchieste sulle stragi del 1992.
Si sta assistendo a una vera e propria caccia alle streghe social-mediatica, per episodi che, anche se venissero confermati — e l’intento qui, non essendo la sede deputata, non è certo quello di contestarli — riguarderebbero reati ormai caduti in prescrizione, che non spostano di un millimetro la questione delle responsabilità per gli attentati in cui furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
È innegabile che individuare un nuovo movente non modifichi la realtà dei fatti già accertati, e che le sentenze per le stragi di Capaci e via D’Amelio citano anche l’inchiesta “mafia-appalti” come una possibile concausa che avrebbe contribuito agli eventi – senza però considerarla l’unica ragione scatenante – non si comprende perché manchi la volontà di analizzare le radici profonde della strategia stragista, spingendo perché non si indaghi su altri possibili motivi o sul coinvolgimento di soggetti esterni all’organizzazione mafiosa.
L’intento di rivalsa era già stato manifestato chiaramente dal generale Mario Mori, protagonista del processo sulla trattativa Stato-mafia conclusosi con la sua assoluzione, quando dichiarò di volersi curare per vivere abbastanza da vedere la fine dei suoi avversari.
Questo spirito di vendetta, al di là dell’auspicio estremo sulla sorte dei propri nemici, emerge oggi in modo evidente in coloro che hanno subito ripercussioni legali a causa del lavoro dei magistrati ora finiti nel mirino. Un sentimento che può risultare comprensibile sul piano umano, ma che appare decisamente discutibile sotto il profilo professionale.
L’intera vicenda appare ancora più controversa quando si tirano in ballo personaggi come l’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola, volendolo ritenere attendibile quando ha sostenuto di essere l’uomo misterioso notato da Gaspare Spatuzza nel garage di via Villasevaglios, dove fu preparata l’auto usata per l’attentato a Paolo Borsellino; e al contrario, ignorare e non citare artatamente le sue parole quando dichiarava di aver ucciso su ordine dei servizi segreti.
Una chiara intenzione di allontanare ogni dubbio sul coinvolgimento di mandanti esterni, cercando di dare tutta la colpa esclusivamente alla mafia. Questa narrazione, pro domo sua – di chi scrive – o del generale Mori? Un sospetto più che giustificato, considerando gli antecedenti.
Osservare come oggi vengano liquidati come teoremi privi di fondamento argomenti quali la trattativa Stato-mafia, le indagini su Berlusconi, Gladio o la pista nera, solo perché non hanno portato a risultati immediati sulle condanne degli esecutori materiali, spinge a porsi un interrogativo inevitabile.
Quali benefici reali ha apportato, ai fini della condanna degli esecutori delle stragi, proprio quell’indagine su “mafia-appalti” per la quale è stata recentemente richiesta l’archiviazione?
Infine, liquidare come una sorta di “sbornia” collettiva tutte le piste investigative diverse da quella su “mafia-appalti”, etichettandole come teoremi di bassissimo valore culturale e giuridico, non è rispettoso verso i professionisti di alto livello che hanno sostenuto l’ipotesi del “doppio cantiere”.
È opportuno ricordare che questa tesi fu supportata dal compianto generale Fernando Termentini, uno dei più grandi esperti di esplosivi, la cui competenza tecnica era di un livello che non appartiene certamente ai giornalisti, agli utenti dei social e, per ovvie ragioni professionali, nemmeno agli inquirenti.
Ancor più grave, e offensivo, liquidarla “come una costruzione priva di valore legale, creata solo per evitare l’ergastolo agli imputati”, quasi fosse un espediente da avvocato Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.
Vale la pena di richiamare la figura dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, professionista di grande levatura e onestà intellettuale, che non solo ha considerato attendibile la ricostruzione dell’avvocato Genchi, il quale suggeriva una pista americana per la strage di Capaci legata al raffreddamento dei rapporti con gli USA dopo il caso dell’Achille Lauro, ma ha anche ricordato la presenza dell’FBI, autorizzata dal ministro Martelli ma richiesta espressamente da Tinebra, e il coinvolgimento dei servizi segreti.
L’avvocato Di Gregorio si è soffermata inoltre sulla strana dinamica dell’esplosione, riconducendola a un intervento esterno o al riempimento di un cunicolo avvenuto in un secondo momento, un’operazione che sarebbe stata condotta da esperti e non da mafiosi, confermando così la teoria del cosiddetto “doppio cantiere”.
Un conto è cercare di difendere le proprie ragioni, magari come reazione a vicende giudiziarie subite. Un altro conto è sostenere le battaglie di altri, per le quali era stato persino richiesto un intervento di supporto in Commissione antimafia, proposta poi rifiutata dall’interessato. Altra cosa ancora, invece, è screditare persone di altissimo spessore professionale, che per molti restano un esempio irraggiungibile anche dal punto di vista dell’integrità morale.
Limitarsi a sostenere ipotesi o teoremi non supportati da solide prove processuali, con l’unico obiettivo di attribuire la responsabilità delle stragi esclusivamente a Cosa Nostra, finisce per assolvere, o peggio ancora dimenticare, quegli uomini e quei poteri occulti che hanno agito nell’ombra, restando impuniti dietro le quinte della strategia stragista.
Gian J. Morici