di Gian J. Morici

Una chiacchierata con Chart Reader
Torniamo a parlare con l’esperto che, già tempo fa, ci aveva illustrato i risvolti finanziari della presidenza Trump. Sotto il nome lo pseudonimo Chart Reader scrive una figura di rilievo del panorama economico statunitense, un analista governativo che preferisce mantenere l’anonimato.
Parliamo della guerra all’Iran…
Intanto devo fare una precisazione e un distinguo. Ho letto l’intervista con Evangelista che sostiene che il sostegno incondizionato degli Stati Uniti verso Israele sia dettato da piani energetici lungimiranti, con l’obiettivo di trasformare lo Stato ebraico nel fulcro strategico del Mediterraneo sud-orientale. Sebbene questa lettura spieghi bene le ambizioni di Israele, la prospettiva americana credo sia diversa.
Per Washington, il vero obiettivo non è l’Iran in sé, ma la sfida geopolitica con la Cina. Colpendo direttamente Teheran, il governo Trump mirava a smantellare l’influenza e le reti strutturali che Pechino ha costruito nella regione.
Nonostante la retorica ufficiale dell’epoca parlasse della necessità di difendere il Medio Oriente e gli USA dalle minacce degli ayatollah, di impedire la proliferazione nucleare o di proteggere i diritti umani della popolazione iraniana oppressa, il vero nodo della questione restava il contrasto al potere cinese su scala globale.
L’approccio di Trump verso la Cina non è mai stato una semplice questione di bilancia commerciale, ma una vera e propria ossessione strategica volta a neutralizzare l’ascesa di un rivale globale, e ogni mossa sullo scacchiere internazionale doveva servire a minare le fondamenta della crescita economica di Pechino, colpendone punti vitali come l’approvvigionamento energetico e l’egemonia monetaria.
L’isolamento di partner chiave della Cina, come l’Iran e il Venezuela, rispondeva proprio a questa logica di logoramento. Togliendo a Pechino l’accesso privilegiato al greggio e interrompendo i flussi commerciali regolati in yuan, Trump mirava a costringere la leadership cinese a negoziare da una posizione di estrema debolezza. Si trattava di una strategia di accerchiamento economico pensata per riaffermare il primato del dollaro e frenare l’espansione del dragone.
Questa visione ha trasformato la politica estera americana in uno strumento di pressione diretta. Non si trattava solo di dazi, ma di smantellare le reti di sicurezza che avrebbero potuto rendere la Cina indipendente dall’ordine finanziario a guida statunitense, e ogni conflitto regionale veniva riletto attraverso la lente dello scontro frontale tra le due superpotenze, con l’obiettivo finale di impedire che Pechino potesse mai dettare le regole del gioco globale.
L’intento era quello di obbligare Pechino a cedere il controllo esclusivo sulle materie prime essenziali e sulle terre rare, riportando il gigante asiatico al vecchio ruolo di fabbrica a basso costo al servizio del mercato statunitense, puntando, inoltre, a chiudere la partita su Taiwan e a ridimensionare drasticamente l’influenza geopolitica cinese su scala globale. Una strategia che non ha dato i frutti sperati…
Qual è la tua opinione sulla decisione degli Stati Uniti di eliminare le restrizioni al greggio russo?
A mio avviso, questa mossa segna un successo netto per Putin, anche se Trump cerca di dipingerla come un’operazione economica fruttuosa basata su nuovi patti commerciali e guadagni derivanti dalla riapertura degli scambi. Nel tuo precedente articolo avevi espresso preoccupazione per una possibile crisi militare globale, ma allo stesso tempo ipotizzavi una futura rinascita russa una volta terminata la fase di instabilità.
Prevedere che Mosca si ritroverà con enormi profitti aggiuntivi solo quando grazie a una nuova configurazione dei prezzi potrebbe essere una visione persino troppo positiva. La realtà è che, con la fine delle sanzioni petrolifere americane, seppure momentanee, la Russia ha già ottenuto una vittoria fondamentale, e nel momento in cui i mercati troveranno un nuovo equilibrio, il trionfo di Mosca sarà totale e definitivo.
E la Cina?
La Cina non sta certo a guardare e la sua reazione è un misto di estremo pragmatismo e accelerazione verso l’autonomia strategica. Nonostante il piano di Trump mirasse a metterla all’angolo, Pechino sta già riposizionando le sue pedine per neutralizzare le mosse americane e non farsi trovare impreparata.
Dal punto di vista energetico, la Cina ha stretto ancora di più il legame con Mosca. Il petrolio russo che fluisce verso Pechino è ai massimi storici e viaggia su rotte terrestri sicure, lontano dal controllo navale statunitense. Paradossalmente, la situazione di isolamento della Russia ha dato alla Cina un potere contrattuale enorme, permettendole di ottenere energia a prezzi di favore e di dettare le condizioni sui nuovi gasdotti, poiché può permettersi di scegliere tra diversi fornitori. Questa dinamica permette a Pechino di negoziare prezzi estremamente vantaggiosi, ottenendo energia a costi molto più bassi rispetto a quelli di mercato, il che garantisce un enorme vantaggio competitivo alle sue industrie.
Sul fronte finanziario,gran parte di questi scambi avviene ormai in yuan, bypassando completamente il sistema SWIFT e i circuiti del dollaro. L’uso del sistema CIPS cinese per regolare i pagamenti energetici sta creando un corridoio economico protetto dalle sanzioni americane, trasformando il cosiddetto “petroyuan” da teoria a realtà operativa quotidiana.
Infine, la Cina ha accumulato riserve strategiche di greggio senza precedenti per proteggersi da futuri shock. Invece di cedere alle richieste americane, Pechino sta costruendo un blocco asiatico autosufficiente che rende il suo legame con la Russia quasi indissolubile.
Oltre al fossile, l’asse si sta infatti estendendo al nucleare. La Russia, leader mondiale nella tecnologia atomica, sta collaborando alla costruzione di nuove centrali in Cina e fornisce uranio arricchito in quantità record, e questo garantisce a Pechino non solo energia immediata, ma anche la tecnologia necessaria per la sua transizione energetica a lungo termine.
L’asse Mosca-Pechino sta creando un blocco continentale autosufficiente. Da un lato, la Russia garantisce la sicurezza energetica alla Cina, proteggendola da eventuali blocchi marittimi americani; dall’altro, la Cina fornisce alla Russia l’ossigeno finanziario e tecnologico per sopravvivere all’urto delle pressioni occidentali.
In questo contesto gli Stati Uniti?
La situazione finanziaria interna degli Stati Uniti sta diventando un terreno scivoloso per l’amministrazione Trump. Quando la capitalizzazione di mercato crolla, l’accesso al credito per le aziende diventa proibitivo, innescando un effetto domino che colpisce direttamente le tasche dei cittadini.
Con la riduzione del potere d’acquisto e la pressione sui redditi, il motore principale dell’economia americana — i consumi — inizia a perdere colpi, frenando bruscamente la crescita del PIL. Perdere quasi mezzo trilione di dollari in un solo trimestre sarà un colpo durissimo, una voragine reale generata dal fumo di una ricchezza virtuale che è evaporata all’improvviso.
Questo si traduce in un enorme rischio politico, poiché Trump si trova a dover gestire il malcontento di una classe media che vede i propri risparmi ridursi, proprio mentre il bilancio dello Stato è zavorrato da spese militari quotidiane che corrono nell’ordine dei miliardi, e mantenere il consenso interno diventa un’impresa acrobatica quando l’economia reale scricchiola sotto il peso delle ambizioni geopolitiche.
In ultima analisi, la scommessa di Trump per ridimensionare il Dragone rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang. Mentre Washington si misura con le crepe della propria stabilità interna, l’asse tra Mosca e Pechino si salda in un blocco energetico e finanziario che sembra ormai pronto a scrivere le nuove regole dell’economia globale.
Leggi anche:
Il metodo Trump: volatilità indotta, insider trading politico e la nuova era della Federal Reserve