
La decisione della gip Graziella Luparello di sospendere la richiesta di archiviazione per l’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi di Capaci e via d’Amelio, accogliendo l’istanza dell’avvocato Fabio Repici, ha riacceso i riflettori su un intreccio di segreti, omissioni e depistaggi che per troppo tempo ha resistito a ogni tentativo di squarciare il velo.
In un contesto in cui la narrazione tende a concentrarsi unicamente sulla matrice mafiosa delle stragi, l’interesse si sposta su un terreno più insidioso, quello della reticenza istituzionale. Si è cercato, e si cerca ancora, di sminuire l’importanza di ogni tassello che possa ricondurre a collusioni tra mafia, politica e settori deviati dello Stato.
Il nome di Alberto Lo Cicero, il collaboratore di giustizia ritenuto oggi inattendibile, è al centro di una storia che non quadra. Il 15 giugno 1992, tra le bombe di Capaci e via d’Amelio, si tenne una riunione di coordinamento investigativo tra le procure di Palermo e Caltanissetta, un incontro che avrebbe dovuto essere di routine. Ma a quella riunione, formalmente, non avrebbe dovuto partecipare il giudice Paolo Borsellino, che solo il 19 luglio successivo avrebbe ricevuto la delega a indagare sul territorio di Palermo. E, invece, Borsellino era lì.
Quale interesse aveva Borsellino per le dichiarazioni di Lo Cicero, da spingerlo a presenziare a un incontro a cui non era formalmente autorizzato? Come testimoniato da Marco Minicucci, all’epoca comandante del nucleo operativo di Palermo, Borsellino si era occupato personalmente delle indagini sul falegname-pentito, dando precise disposizioni affinché le sue dichiarazioni non fossero divulgate ad altre procure.
Nonostante oggi le sue rivelazioni siano considerate prive di fondamento, all’epoca, Lo Cicero fu il primo a riferire ai carabinieri il ruolo di Salvatore Biondino e a svelare la verità sulla scomparsa di Emanuele Piazza, ucciso e strangolato. Un pentito che, per la sua presunta inattendibilità, fu cercato e braccato per essere ucciso da killer del calibro di Gaspare Spatuzza e Gioacchino La Barbera, uomini di fiducia di Giuseppe Graviano, il boss che ha ideato la strategia delle bombe. È difficile non notare per lui l’interesse sia del giudice Borsellino che dei boss mafiosi.
La figura di Lo Cicero non è l’unico elemento che getta ombre sull’intera vicenda. Gli sforzi investigativi di Borsellino si estendevano anche alla massoneria, un mondo che oggi si collega a figure come l’allora Procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, rispetto al quale una certa stampa tende a sminuire queste appartenenze. Eppure anche Borsellino si interessò degli aspetti che riguardavano la massoneria, anche con l’inchiesta che toccava Luigi Savona, indicato dall’infiltrato Luigi Ilardo come il personaggio che aveva favorito l’ingresso della massoneria in Cosa Nostra, portando la criminalità organizzata verso una strategia stragista in combutta con apparati dello Stato.
In questo quadro si inserisce anche il cosiddetto sistema di mafia-appalti, un’inchiesta condotta dai ROS, che andava rivisto come punto di partenza, non di arrivo, per alzare l’asticella rispetto altri interessi che non fossero solo quelli di Cosa Nostra.
Oggi si tende ad attribuire solo a mafia-appalti il movente delle stragi, citando l’incontro tra i ROS e Borsellino alla Caserma Carini, nel corso del quale in soli dieci minuti Borsellino avrebbe manifestato il proprio interesse e avrebbe chiesto a Mori e De Donno di proseguire con quell’indagine; nonostante il tenente colonnello Canale, definito il braccio destro di Borsellino non avesse parlato in precedenza di mafia-appalti, sostenendo addirittura nel 2013 che Borsellino non aveva mai manifestato alcun interesse per l’indagine mafia appalti e per incontrare De Donno.
Mafia-appalti è diventato il cavallo di battaglia di una certa stampa palesemente schierata, e di quegli ex ROS che anziché riferire nell’immediatezza delle stragi il possibile movente delle stesse, ne parlarono con i magistrati di Palermo solo nel 1997, ben cinque anni dopo la strage di via d’Amelio. Una “memoria recuperata” solo anni dopo, così come si dice di taluni collaboratori scomodi alla vulgata mafio-appaltista, che dovrebbe indurre a interrogarsi sulla gestione di informazioni che avrebbero potuto cambiare il corso della storia.
La storia di Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno, che attraverso i suoi rapporti con Cosa Nostra lavorò per la nascita di un nuovo soggetto politico, la dice lunga su questi retroscena. Inizialmente con il progetto di “Sicilia Libera” e poi, in un secondo momento, con l’appoggio a Forza Italia, la mafia non ha solo risposto allo Stato, ma ha cercato di cambiare gli equilibri di potere e di tutelare i propri interessi.

Le parole di Fiammetta Borsellino, pronunciate a caldo dopo l’arresto di Marcello Dell’Utri a Beirut, risuonano ancora oggi con la forza di una verità scomoda e personale: “referente politico degli assassini di mio padre”. In quel momento, la figlia del magistrato esprimeva una profonda fiducia nelle istituzioni, che, a suo dire, avevano finalmente mostrato il loro volto migliore assicurando alla giustizia un uomo condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Una condanna, quella di Dell’Utri, arrivata in via definitiva a sette anni di carcere.
Eppure, a distanza di anni, la storia ci restituisce un quadro più complesso e contraddittorio, che sembra gettare nuove ombre sul rapporto tra lo Stato e la mafia. L’assenza di Fiammetta Borsellino alla cerimonia di presentazione della borsa di suo padre a Montecitorio, al di là delle ragioni personali, non può non essere letta come un silenzio carico di significato. Un silenzio che non spetta a noi giudicare, ma che potrebbe essere letto come un urlo di dolore rispetto le dichiarazioni del colonnello Giuseppe De Donno in Commissione antimafia.
Le intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, e le successive conferme in Commissione Antimafia, mostrano un De Donno che esprime aperta stima nei confronti di Dell’Utri, dicendosi addirittura “molto felice” per l’annullamento, all’epoca, della sentenza di condanna. Una distanza abissale quella tra le parole di Fiammetta Borsellino, che vedeva in Dell’Utri il referente politico degli assassini di suo padre, e quelle di De Donno, che anche dopo la condanna dell’ex senatore, continua a considerarlo una persona verso la quale esprimere apprezzamento e stima.
Questo forte contrasto tra due figure che hanno vissuto la stessa storia, seppur da prospettive diverse, evidenzia una ferita ancora aperta. La condanna definitiva di Dell’Utri non è stata sufficiente a sanare il divario tra la narrazione di chi ha pagato con la vita la lotta alla mafia e quella di chi, all’interno delle istituzioni, ha avuto rapporti ambigui, se non altro quantomeno di stima, con mondi criminali e politici.
La domanda, quindi, non è più solo “chi sono stati i mandanti?”, ma “cosa è cambiato?”. È chiaro che, nonostante le sentenze e gli arresti, non si è arrivati a una verità condivisa. Per Fiammetta Borsellino, Dell’Utri è una figura legata alla morte del padre, per altri la morte di Borsellino fu dovuta solo a mafia-appalti, mentre per un esponente delle forze dell’ordine come De Donno, sembra essere un interlocutore da rispettare.
Questa profonda discrepanza non riguarda solo il passato, ma ha un impatto diretto sul presente, laddove le assenze e i silenzi, a volte, parlano più forte di qualsiasi parola.
Parlare di queste collusioni e di mandanti esterni, significa rimettere in discussione l’intera storia recente del nostro paese. Significa ammettere che il sangue versato non è stato soltanto il risultato di una guerra tra lo Stato e la mafia, ma il prezzo pagato per un ricambio politico che ha coinvolto anche i poteri criminali.
I tasselli di questo complesso mosaico sembrano voler descrivere una verità scomoda, che va ben oltre la semplice condanna dei mafiosi. L’interesse di Borsellino per figure come Lo Cicero, il suo lavoro sulla massoneria e la gestione opaca dell’inchiesta sugli appalti da parte degli inquirenti indicano che le stragi non furono unicamente una reazione a una dura repressione. Si tratta di un’ipotesi, supportata da numerosi indizi, che pone l’accento su un movente politico, una strategia per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Un’ammissione dolorosa e inaccettabile per chi ancora siede sugli scranni del Parlamento, tra le fila di un partito fondato da un pluripregiudicato – ad oggi ancora indagato – per fatti di mafia.
Chiedere a costoro di voler contribuire a cercare la verità, quantomeno storica, su quei fatti, è come rivolgersi a un tribunale la cui corte è formata da volpi, per giudicare la colpevolezza o meno di una gallina.
Gian J. Morici