
Il presidente statunitense ha recentemente sferrato un attacco frontale via social contro il Pontefice, definendolo “debole” e “pessimo in politica estera” a causa delle sue posizioni pacifiste sulla crisi in Medio Oriente, causando un contrasto di livelli di tensione senza precedenti, in un conflitto che non è più solo diplomatico, ma profondamente teologico e identitario, che mette in luce il paradosso del rapporto tra Donald Trump e il mondo evangelico americano.
Trump non incarna il modello di credente classico a causa del suo stile di vita e della scarsa pratica religiosa, ma è diventato il leader politico principale degli evangelici che vedono in lui un leader imperfetto scelto da Dio per proteggere il Suo popolo, il cui legame con l’inizio del secondo mandato nel 2025 si è evoluto in un vero e proprio Nazionalismo Cristiano.
In questo scenario, Trump utilizza una retorica da crociata, trasformando l’azione politica in una battaglia spirituale, e viene oggi visto non come un buon cristiano in senso morale, ma come un guerriero necessario nelle guerre culturali americane. Proprio questa visione rende l’attacco a Papa Leone XIV quasi naturale per la sua base, poiché gli evangelici non riconoscono l’autorità del Pontefice, e vedere Trump sfidare il Vicario di Cristo non desta scandalo, ma viene interpretato come la difesa della sovranità americana contro un’agenda globale percepita come troppo liberal.
Questo posizionamento lo colloca agli antipodi di figure percepite come il male assoluto. Per gli evangelici, se Trump è l’alleato imperfetto, Jeffrey Epstein – con il quale il tycoon per anni ha intrattenuto rapporti – rappresenta la personificazione del male, e mentre l’attuale presidente degli Stati Uniti viene difeso come baluardo per la fede, Epstein è diventato una prova per le teorie del complotto su una corruzione globale che il Nazionalismo Cristiano di Trump promette di abbattere definitivamente. Il caso Epstein, paradossalmente, viene così usato per invocare una pulizia morale dell’America, filtrando la memoria dei legami passati attraverso la lente della convenienza politica e teologica.
Il rapporto tra Donald Trump e Jeffrey Epstein è stato segnato da una lunga frequentazione che ha influenzato l’immagine pubblica di Trump, poichè tra gli anni novanta e i primi anni duemila, questo legame permetteva a Trump di consolidare il suo status di miliardario mondano e di accedere a un network di potere importante composto da scienziati, politici e reali. Solo dopo l’arresto di Epstein nel 2019, Trump ha adottato una strategia di distanziamento preventivo, dichiarando di aver interrotto i rapporti già nel 2004 a causa di una disputa immobiliare, e questa mossa gli ha permesso di presentarsi come uno dei primi a essersi allontanato dal finanziere, cercando di ripulire la propria immagine rispetto ad altri leader politici i cui legami sono durati più a lungo.

A partire dal 2025, Trump ha sfruttato i documenti riservati del caso Epstein in modo strategico, e incoraggiando la pubblicazione dei file ha praticato una trasparenza selettiva volta a spostare l’attenzione sui suoi avversari politici, utilizzando il caso come uno scudo per diluire la propria passata amicizia nel vasto calderone della corruzione generale. Nonostante queste ombre, il supporto della base evangelica e dei sostenitori MAGA non è venuto meno, poiché molti considerano le accuse come interferenze elettorali.
Per anni Trump ha utilizzato immagini che lo ponevano in una posizione di autorità suprema, talvolta paragonabile a quella del Pontefice, senza che questo creasse scandalo tra gli evangelici, poichè per la loro dottrina il Papa non ha alcuna autorità divina e la sua figura è vista come un’istituzione umana non biblica. Di conseguenza, vedere Trump ignorare l’autorità del Vaticano o atteggiarsi in modo simile al Papa non è stato percepito come un’offesa a Dio, ma come una conferma della sua indipendenza da gerarchie religiose che gli evangelici stessi non riconoscono.
La strategia comunicativa di Donald Trump ha, però, recentemente varcato una soglia simbolica che molti analisti e teologi considerano rischiosa, nel momento in cui è passato dalla figura del difensore della fede a quella di un’iconografia quasi messianica. Questo errore nell’aver adottato, specialmente sui social media, immagini che richiamano direttamente la figura di Gesù Cristo o suggeriscono un’investitura divina diretta, per un evangelico è un peccato grave, perché se Trump come guerriero di Dio è una figura accettabile e anzi auspicabile, Trump che si sovrappone o si sostituisce a Gesù rappresenta un confine pericoloso. Gli evangelici leggono la Bibbia letteralmente e presentarsi come una figura messianica può essere interpretato dalla base più ortodossa come una forma di blasfemia o come un richiamo alla figura biblica di chi cerca di sostituirsi a Dio.
Se la dottrina cristiana insegna che Gesù è l’esempio massimo di umiltà, l’auto-esaltazione estrema di Trump, quando accostata ai simboli sacri, crea un corto circuito morale difficile da giustificare, e il rischio politico è la perdita della funzione di protezione che aveva fin quando veniva visto come un leader imperfetto usato da Dio, e i suoi difetti venivano tollerati in virtù della sua utilità. Se cerca di diventare l’oggetto stesso del culto, perde la sua funzione di difensore per diventare un concorrente della fede, un ruolo che nessuna chiesa evangelica può accettare.
Infatti, mentre deridere o sostituirsi al Papa è per gli evangelici un atto politicamente irrilevante, sovrapporsi alla figura di Cristo tocca il cuore dogmatico della loro fede. È la differenza profonda tra sfidare un leader di un’altra confessione e profanare l’unica figura centrale del proprio credo, e questo potrebbe innescare una serie di trasformazioni profonde sia nel panorama politico che in quello religioso degli Stati Uniti tra il 2026 e il 2028.
Non tutti i credenti reagiranno allo stesso modo e assisteremo probabilmente a una spaccatura tra due fazioni distinte. Da una parte i radicali del nazionalismo cristiano che accetteranno Trump vedendolo come la prova che politica e fede sono fuse in un’unica battaglia (figura non dissimile dagli ayatollah iraniani ai quali ha dichiarato guerra), dall’altra i puristi della dottrina che inizieranno a prendere le distanze, considerando l’accostamento di un politico a Cristo come un’eresia che minaccia l’essenza stessa del Vangelo.
Il Partito Repubblicano, intanto, rischia di completare la sua trasformazione in un vero e proprio movimento di fede, in cui il programma politico diventa dogma e la critica viene percepita dai sostenitori come un’offesa religiosa, rendendo il dialogo con l’opposizione quasi impossibile, poiché non si discuterà più di temi amministrativi ma di uno scontro tra bene e male. La selezione dei candidati interni dipenderà non solo dalla lealtà politica, ma dall’adesione totale a questa visione sacralizzata del leader.
Ci sarà poi una reazione significativa da parte del mondo cattolico e delle altre fedi, poiché l’arroganza teologica di questa nuova immagine di Trump potrebbe allontanare i cattolici conservatori, per i quali l’idea di un leader che si auto-divinizza è profondamente estranea alla dottrina, e allo stesso tempo, le minoranze religiose vedranno in questo nazionalismo una minaccia al pluralismo americano, temendo che la libertà religiosa venga garantita solo a chi aderisce a questo specifico culto della personalità.
Infine, esiste il rischio concreto di un estremismo messianico. Quando un leader viene percepito come una figura divina, i sostenitori possono smettere di valutare razionalmente le sue azioni, accettando ogni decisione come volontà superiore, e in caso di sconfitte elettorali o rovesci legali, l’evento verrebbe interpretato non come un processo democratico ma come una persecuzione demoniaca, aumentando drasticamente il rischio di disordini civili o azioni radicali.
Tutto questo comporterà una polarizzazione sacralizzata dove il compromesso diventa peccato. Trump sta scommettendo sulla lealtà assoluta della sua base, ma rischia di rompere quell’equilibrio che gli ha permesso di essere il vaso scelto degli evangelici, trasformandosi in una figura troppo ingombrante persino per chi lo ha portato al potere.
Gian J. Morici