
Dalle periferie milanesi al cuore delle piccole città di provincia la deriva delle baby gang trasforma il disagio giovanile in una cronaca di violenza quotidiana che lascia i commercianti isolati e i cittadini nel terrore
Quando la violenza gratuita diventa un rito di appartenenza e l’impunità percepita alimenta l’arroganza del branco, a sgretolarsi è il patto di fiducia tra cittadino e Stato, e non si può pretendere che siano i sarti o i ristoratori a farsi scudo contro l’aggressività di trenta ragazzi organizzati. Occorre che le istituzioni escano dal torpore prima che l’esasperazione di chi subisce si trasformi in qualcosa di ancora più incontrollabile. Quanto ancora si dovrà aspettare prima che la sicurezza torni a essere un diritto e non un miraggio?
Dalle luci della metropoli milanese alle ombre dei portici di Asti, il fenomeno dei maranza non è più soltanto una questione di folklore giovanile o di estetica appariscente. Quello che un tempo veniva liquidato come il ritratto del discotecaro trash di provincia si è trasformato in una realtà ben più cupa, quella di una subcultura che scivola con preoccupante facilità verso la criminalità delle baby gang, e se nelle grandi città il controllo del territorio è una sfida cronica, colpisce vedere come centri storici storicamente tranquilli stiano diventando ostaggio di gruppi di giovanissimi che sembrano dettare legge nel silenzio generale.
Le testimonianze raccolte da lanuovaprovincia.it disegnano uno spaccato di ordinaria follia urbana ad Asti. Il caso di Matteo, un uomo di origine cinese che lavora sodo, aggredito all’interno della propria bottega con calci e pugni davanti agli occhi dell’anziana madre, colpita a sua volta, è l’emblema di questa deriva.. Per Matteo la quotidianità è diventata un incubo fatto di vetrine imbrattate di sputi, citofoni distrutti e sacchi di immondizia lanciati nel negozio come gesto di sommo spregio. Una violenza gratuita che si protrae da mesi, lasciando dietro di sé ematomi e un senso di profonda frustrazione.
Ma non è un caso isolato. Il branco, che nei momenti di massima aggregazione arriva a contare trenta elementi tra i quindici e i diciannove anni, agisce con un protocollo di puro bullismo territoriale. C’è la ristoratrice che assiste impotente dal vetro mentre i ragazzi saltano sui tavoli del dehor e distruggono le sedie, dileguandosi un istante prima dell’arrivo delle forze dell’ordine; ci sono i negozianti che devono barricarsi in casa per evitare il lancio di rifiuti, e i clienti che fuggono dai locali per non incrociare lo sguardo e le provocazioni di questi gruppi.
La tracotanza di questi soggetti arriva a colpire i più fragili, come l’anziano passante schiaffeggiato in pieno viso senza alcun motivo sotto i portici della galleria La Madonnina, o i residenti che si ritrovano i garage occupati e i portoni danneggiati. Un assedio lento e costante che svuota le città della loro serenità e della loro economia.
Come è possibile che un gruppo di ragazzini possa tenere sotto scacco interi quartieri per mesi, agendo alla luce del sole e sbeffeggiando le regole della convivenza civile? Non basta la solidarietà a chi subisce, serve una risposta ferma delle istituzioni, perché se non si interviene con misure mirate, il rischio è che questa polveriera di disagio e prepotenza esploda in modo definitivo, lasciando cittadini e commercianti soli a difendersi in una guerra tra poveri che nessuno può permettersi di perdere.