
“Il politico deve essere onesto, ma deve anche apparire onesto. Quando un politico si accompagna a un mafioso, o a persone che sono in odore di mafia, non può giustificarsi dicendo che non c’è una sentenza di condanna.”
Sono le parole di Paolo Borsellino, secondo il quale non basta evitare una condanna penale per definirsi un politico onesto, ma bisogna nettamente distinguere tra il lavoro dei giudici, che accertano i reati, e il dovere della politica, che deve invece garantire la moralità dei propri rappresentanti, poiché un amministratore pubblico che frequenta ambienti mafiosi tradisce il proprio ruolo perché smette di essere un servitore libero dello Stato e diventa un soggetto ricattabile o un alleato del sistema criminale, perdendo così ogni credibilità e legittimità davanti ai cittadini.
Ormai avrete incontrato tantissime volte queste citazioni, usate continuamente da chi sui social ama riempirsi la bocca con il nome di Borsellino: “Borsellino diceva… Borsellino credeva… Borsellino voleva…”, e che però, davanti alla vicenda che ha coinvolto l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, finito al centro delle polemiche per i presunti legami con la figlia di un condannato per mafia, quegli stessi paladini dell’antimafia di facciata sono rimasti in totale silenzio.
A chiudere la questione è intervenuta direttamente Giorgia Meloni. Chissà, forse lo ha fatto mossa dal ricordo del suo esordio politico a quindici anni, avvenuto proprio dopo l’attentato di via D’Amelio. O forse il motivo è un altro, visto che inizialmente aveva parlato di un complotto, suggerendo l’esistenza di una forza occulta pronta a colpire il governo proprio a ridosso del referendum, lasciando il giudizio agli elettori. Alla fine, però, gli italiani hanno giudicato davvero, e mentre la Meloni e quella specifica parte dell’antimafia si spendevano per la vittoria del Sì, i cittadini hanno scelto di votare No.
Apriti cielo, la scure della furia meloniana, in un rigurgito di fede legalitaria, si è abbattuta non solo su Delmastro, ma anche su Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto di Carlo Nordio, e su Daniela Santanchè, che fino a un momento prima del voto referendario, erano difese con estrema decisione dalla Meloni e da tutto il governo. Daniela Santanchè ha centrato il punto affermando che sono diventati giustizialisti dalla sera alla mattina, non certo per fede legalitaria, ma dal calcolo politico di chi, dopo la sconfitta al referendum, ha capito che i cittadini non si fidano della classe dirigente e di questo esecutivo ancora prima che dei magistrati.
Se avesse vinto il Sì, avremmo assistito a questa opera di “pulizia”? Certamente No, l’unico No che sarebbe piaciuto ai fautori del referendum.
In attesa di ulteriori dimissioni, più o meno volontarie, come nel caso di Maurizio Gasparri che si è dimesso dal ruolo di capogruppo di Forza Italia al Senato, è giusto dare merito al merito a chi se lo è guadagnato.
E questa volta il “merito” della pulizia interna al governo è di Carlo Nordio, al quale si deve l’errore sul referendum che ha scosso la maggioranza.
Peccato che il Ministro dovrà ora scontrarsi con il tema dell’abuso d’ufficio — altra perla di questo governo — specialmente dopo che il Parlamento europeo ha dato il via libera alla nuova direttiva anticorruzione che colpisce diversi reati contro la pubblica amministrazione.
E dal fronte dei “borselliniani di ferro”? Niente, soltanto silenzio.
Gian J. Morici