
Circa quarant’anni fa si verificò un tentativo di bloccare lo Stretto di Hormuz, quando i Guardiani della Rivoluzione seminarono mine tra lo stretto e il Golfo dell’Oman. In quell’occasione, Ronald Reagan reagì quando una mina colpì la nave statunitense Samuel B. Roberts, causando gravi danni e ferendo dieci uomini, lanciando l’Operazione Praying Mantis. L’intervento portò alla distruzione di diverse piattaforme petrolifere e all’affondamento di varie imbarcazioni militari iraniane.
Inutile illudersi che la storia si ripeta e che gli iraniani oggi cedano nel breve tempo.
Dall’inizio di questo scontro che vede contrapposti Israele e Stati Uniti all’Iran, le parti hanno continuato a colpirsi a vicenda. Tel Aviv ha fissato come priorità assoluta impedire che Teheran ottenga l’arma atomica. Nel frattempo, Washington ha minacciato di smantellare le capacità militari iraniane e ha esortato la popolazione locale a ribellarsi al governo. L’Iran ha risposto confermando di essere pronto a ogni difesa e dichiarando di non avere alcun interesse a tornare al tavolo delle trattative. Secondo gli esperti, il quadro attuale potrebbe essere persino più critico di quanto appaia. l’Iran, infatti, non ha ancora messo in campo i suoi droni e i suoi missili di ultima generazione in questo scontro.
Se gli Stati Uniti continuassero, per ancora due o tre settimane, a sostenere un’operazione militare in Medio Oriente con l’intensità attuale, potrebbero esaurire le proprie risorse difensive e nel giro di ancora uno o altri due mesi ritrovarsi ‘demilitarizzati’ motu proprio. Una prosecuzione del conflitto a questi ritmi rischierebbe di lasciarli privi di mezzi per contrastare attacchi provenienti da altre nazioni o nuovi fronti offensivi.
Secondo questa analisi, l’errore di valutazione compiuto da Washington nei confronti dell’Iran sancirebbe la fine delle ambizioni americane di controllo planetario.
Sebbene gli Stati Uniti si percepiscano ancora come un impero globale capace di imporre la propria volontà ovunque grazie a una fitta rete di basi, questa supremazia potrebbe crollare. L’uso massiccio di missili nello scacchiere mediorientale rischia infatti di generare una carenza di munizioni tale da rendere il Paese vulnerabile e incapace di proteggere le proprie installazioni o di affrontare altri potenziali conflitti.
I consulenti militari degli Stati Uniti sono pienamente consapevoli della gravità della situazione, tanto che alcuni avevano espressamente suggerito a Trump di non farsi coinvolgere in questo conflitto.
Le contromisure adottate da Teheran hanno colto di sorpresa i vertici di Washington, come evidenziato in un articolo del Financial Times. Secondo quanto riportato dalla testata, che cita l’ex funzionaria della Difesa Dana Strole, sembra che il Presidente Trump e i suoi collaboratori più stretti non avessero previsto la reale entità dell’escalation iraniana, né la forza delle loro ritorsioni. Inoltre, pare che l’amministrazione americana non avesse valutato con attenzione quali strumenti avesse effettivamente a disposizione per arginare la reazione dell’Iran.
L’attacco aereo contro l’isola di Kharg, il cuore del settore petrolifero iraniano, appare come l’ennesima mossa estrema di Trump per forzare la resa di Teheran, sebbene il Presidente abbia dichiarato di aver colpito soltanto siti militari, ma ha già messo in chiaro che le infrastrutture energetiche diventeranno il prossimo bersaglio qualora l’Iran decidesse di ostacolare il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
Mentre il Pentagono sposta i marines verso il Golfo Persico, il presidente Trump sta esercitando pressioni su nazioni come Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, con l’obiettivo di spingere questi Paesi, danneggiati dalle limitazioni ai commerci, a inviare le proprie flotte nella zona per neutralizzare la minaccia nello Stretto di Hormuz.
Questa strategia, dagli analisti viene interpretata come un segnale di fragilità. Washington sembra consapevole di non poter occupare l’isola di Kharg o distruggere le infrastrutture energetiche iraniane con la forza senza scatenare un massacro e un’azione che porterebbe a pesanti ritorsioni contro gli stessi impianti petroliferi americani, rendendo di fatto impossibile bloccare l’economia di Teheran per via militare.
L’ipotesi più drammatica vede gli Stati Uniti incapaci di sostenere a lungo un conflitto convenzionale così intenso, arrivando al punto di ipotizzare l’impiego di testate nucleari tattiche. Si tratta di uno scenario che il governo iraniano ha già preso in considerazione. Secondo questa visione, nemmeno un attacco atomico devastante porterebbe Teheran alla resa incondizionata, e al contrario, l’uso di simili ordigni contro l’Iran, finirebbe per spingere globalmente ogni altra nazione a dotarsi di un proprio arsenale nucleare per autodifesa.
Per l’Iran questa è una lotta per la propria sopravvivenza e non intende piegarsi a minacce esterne che puntano alla distruzione del Paese. Trump ha dichiarato di voler colpire lo Stato iraniano con una forza tale da impedirgli di risollevarsi. Un’azione tecnicamente possibile, ma restano ignote le conseguenze reali di un simile gesto.
L’uso di armi nucleari tattiche in un conflitto moderno romperebbe un tabù che dura dal 1945, scatenando conseguenze imprevedibili su scala globale.
Innanzitutto, si assisterebbe a una corsa agli armamenti senza precedenti. Molti Paesi che oggi rinunciano al nucleare per scelta politica o trattati internazionali, come la Germania, il Giappone o l’Arabia Saudita, potrebbero decidere di dotarsi di una propria forza di deterrenza per evitare di subire la stessa sorte dell’Iran.
Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti rischierebbero un isolamento quasi totale, e anche gli alleati storici farebbero fatica a giustificare l’uso dell’atomo, provocando una spaccatura insanabile all’interno della NATO e delle Nazioni Unite. La condanna globale trasformerebbe Washington, agli occhi di gran parte del mondo, da garante dell’ordine a minaccia per la sopravvivenza stessa dell’umanità.
Economicamente, il colpo sarebbe brutale. Il Medio Oriente è il cuore energetico del pianeta, e un attacco nucleare nell’area provocherebbe un’impennata dei prezzi del petrolio e dei costi assicurativi marittimi, trascinando l’economia globale in una recessione profonda e duratura.
Infine, se l’Iran perdesse le sue infrastrutture vitali, non avrebbe più nulla da perdere. Questo potrebbe scatenare attacchi terroristici e cibernetici su scala mondiale, colpendo infrastrutture civili, reti elettriche e sistemi finanziari in tutto l’Occidente.
Ci troviamo di fronte a un bivio storico che supera i confini del Medio Oriente. La strategia della massima pressione e la minaccia del ricorso a armamenti non convenzionali non hanno portato alla capitolazione di Teheran, ma hanno piuttosto evidenziato le crepe nell’egemonia militare e logistica di Washington.
Se gli Stati Uniti dovessero davvero spingersi fino all’uso della forza nucleare tattica per sopperire all’incapacità di sostenere un conflitto prolungato, le conseguenze riscriverebbero l’ordine mondiale. Non si tratterebbe solo della distruzione di un avversario, ma dell’inizio di un’era di instabilità globale e di una corsa atomica senza precedenti.
Il mondo osserva con il fiato sospeso, consapevole che la vera domanda non è più se una simile forza possa essere impiegata, ma se il sistema internazionale sia in grado di sopravvivere al giorno dopo. La vittoria militare, ottenuta a un prezzo così alto, rischierebbe di trasformarsi nella più catastrofica delle sconfitte politiche e umane per l’intero pianeta.
Gian J. Morici