“Ogni terra è Kerbala, ogni giorno è Ashura“
Jafar al-Sadiq

Vincere senza conoscersi è un caso, perdere senza conoscere il nemico è una scelta.
Leggendo gli articoli sulla guerra in Iran – e i tanti post e commenti sui social da parte di utenti che lasciano intendere la presunta appartenenza, presente o passata, al mondo dell’intelligence, avendo al massimo preso parte a qualche missione di pace – mi meraviglio del fatto che ci troviamo a combattere una guerra contro l’Iran senza fermarci a considerare l’abisso che separa il pensiero e la cultura occidentale dalla visione sciita.
Mentre noi ragioniamo secondo parametri politici e di profitto, per l’avversario la guerra è un atto metafisico legato al martirio e alla resistenza millenaria, e sottovalutare un nemico che trasforma la sconfitta militare in vittoria eterna è un errore gravissimo. Senza l’umiltà di decifrare l’identità profonda dell’altro, l’offensiva occidentale è destinata a scontrarsi contro un muro di cui non comprende la reale consistenza.
“Ogni terra è Kerbala, ogni giorno è Ashura”, è un concetto che esprime l’universalità della lotta contro l’ingiustizia, che non ha confini di tempo o spazio, e ogni individuo è chiamato quotidianamente a scegliere tra resistenza e sottomissione, schierandosi con gli oppressi contro i tiranni (in questo caso Israele e gli Stati Uniti), e il sacrificio per la verità. per il mondo sciita rappresenta una vittoria morale eterna, superiore a qualsiasi sconfitta sul campo di battaglia.
Nonostante Trump possa proclamare trionfi o la caduta del regime iraniano, la realtà è che ha dato inizio a un conflitto senza fine, simile a molti altri già persi dall’Occidente. L’Iran non accetterà mai una resa totale e incondizionata. Anche se gli Stati Uniti dovessero dichiarare una vittoria di facciata dopo aver subito enormi perdite economiche e strutturali, lo scontro non si fermerebbe affatto, e la guerra proseguirebbe a lungo sul piano economico, e in quello militare attraverso Israele, lasciando che sia l’Occidente a pagarne le conseguenze più pesanti.
Evito di addentrarmi in analisi tecnico-militari – ed è già un miracolo se mi avete seguito fin qui –, un compito che volentieri cedo ai numerosi esperti improvvisati che popolano i social network, millantando competenze nel mondo dell’intelligence pur avendo alle spalle solo qualche missione di pace o, peggio, semplici presenze a eventi mondani, esibendo foto scattate con ministri e diplomatici stranieri solo per accreditarsi ruoli istituzionali che in realtà non possiedono affatto.
Il vincitore di questo conflitto è già emerso e non appartiene al fronte occidentale. La Russia ha infatti ottenuto il vantaggio maggiore, e mentre si discute degli esiti in Iran, i mercati energetici sono stati stravolti, con il petrolio Brent e il gas europeo che hanno registrato impennate in pochi giorni. E la perdita di circa 19 milioni di barili quotidiani che ha spinto gli Stati Uniti a una mossa d’emergenza, ovvero intaccare pesantemente le proprie riserve strategiche nazionali.
Sperare in una risoluzione rapida è un’illusione pericolosa che ignora le lezioni della storia, in particolare la crisi petrolifera dei primi anni ’70, quando l’embargo deciso dai paesi arabi contro i sostenitori di Israele causò un aumento dei prezzi del 300%, trascinando l’intero Occidente in una durissima recessione.
Tutto lascia pensare che l’attuale scenario energetico porterà a trasformazioni epocali, con la Russia in una posizione di netto vantaggio. La storia delle crisi passate insegna che i prezzi del greggio, una volta schizzati verso l’alto, difficilmente tornano ai livelli precedenti, stabilizzandosi invece su nuovi massimi.
Questo implica che, al termine delle turbolenze attuali, Mosca si ritroverà con un potere di mercato consolidato, incassando centinaia di miliardi di extra-profitti grazie al nuovo assetto dei prezzi, senza considerare che oltre agli idrocarburi la Russia domina il settore nucleare, controllando quasi la metà dell’arricchimento dell’uranio e il 70% delle esportazioni di reattori.
Con il ritorno globale all’energia atomica, il Cremlino si assicurerebbe metà del mercato mondiale, garantendosi entrate annuali per centinaia di miliardi di dollari.
Comunque vada, sarà un disastro, tranne che per i social-analisti che vantano (o diciamo meglio, che millantano) un passato o un presente nel mondo (immaginario) dell’intelligence.
Gian J. Morici