Gian J. Morici intervista Antonio Evangelista (prima parte)

Hai spesso parlato delle radici del terrorismo come di un incendio alimentato da precise dinamiche regionali. In che modo il fallimento dell’ISIS continua a influenzare la stabilità, non solo in Medio Oriente ma anche in Europa?
Se guardiamo a quello che sta accadendo oggi a Gaza dobbiamo capire che non è solo una crisi locale. È anche un potente fattore di radicalizzazione. In altre parole, può riaccendere quel clima ideologico che negli anni passati ha alimentato il terrorismo jihadista anche in Europa.

Il problema non è soltanto l’eredità dell’ISIS. C’è anche la questione dei cosiddetti foreign fighters, cioè i combattenti europei che erano andati a combattere in Siria e in Iraq e che poi sono tornati nei loro Paesi.
Molti di loro oggi vivono in Francia, Germania o nel Regno Unito, Paesi Bassi. Non sono tornati semplicemente come reduci sconfitti: alcuni hanno acquisito esperienza militare, contatti internazionali e una rete di relazioni che può essere riattivata.
Il punto più delicato è un altro: per una parte dei simpatizzanti radicalizzati che non erano mai partiti per il fronte, questi combattenti vengono percepiti come figure eroiche. Questo può trasformarli in punti di riferimento capaci di influenzare o mobilitare persone già radicalizzate.
In questo quadro diventa importante osservare anche il ruolo dell’Iran.
Spostiamoci proprio sull’Iran. La fatwa appena pronunciata potrebbe davvero superare la storica divisione tra sunniti e sciiti?
Non credo che porterà a una vera unificazione religiosa tra sunniti e sciiti. Le differenze tra queste due correnti dell’Islam sono profonde e storiche.
Tuttavia, in alcune situazioni può nascere una convergenza temporanea. Non un’alleanza ideologica, ma una cooperazione di convenienza quando c’è un nemico comune.
Oggi la forte contrapposizione tra Occidente e Medio Oriente potrebbe favorire proprio questo tipo di convergenza. Gruppi diversi, anche con differenze religiose importanti, potrebbero trovare un terreno comune nel colpire interessi occidentali.
A rendere più pericolosa questa situazione contribuisce anche la diaspora dei combattenti del Califfato. Molti di loro sono tornati in Europa e rappresentano una rete potenzialmente attiva, fatta di persone addestrate e con esperienza sul campo.
Quindi non un’alleanza vera e propria, ma una cooperazione contro un nemico comune?
Esattamente. Più che di alleanza parlerei di convergenza operativa.
Gruppi diversi, pur mantenendo differenze religiose e politiche, possono trovarsi d’accordo su un obiettivo: colpire l’Occidente.
In questo scenario c’è un elemento che spesso l’Occidente fatica a comprendere: la cultura del martirio presente in alcune correnti radicali.
Per noi occidentali la morte è una sconfitta. In queste ideologie, invece, il sacrificio può essere visto come una vittoria. Morire in battaglia significa trasformarsi in un simbolo capace di mobilitare altri.
Ed è proprio questo che rende difficile applicare le normali logiche di deterrenza.
Alcuni analisti sostengono che anche la possibile morte di Khamenei potrebbe avere questo effetto simbolico. È una lettura plausibile?
È una lettura che alcuni analisti stanno prendendo in considerazione.
In certe culture politiche e religiose il martirio ha un valore enorme. La morte di un leader non viene necessariamente vissuta come una sconfitta, ma può trasformarsi in un potente strumento di mobilitazione.
Un leader che muore sotto il fuoco del nemico può diventare un simbolo permanente e rafforzare la determinazione dei suoi sostenitori.
Per questo, quando analizziamo questi fenomeni, dobbiamo cercare di uscire dalla nostra prospettiva occidentale. In molte ideologie radicali la vita terrena è vista solo come una fase di passaggio verso una dimensione spirituale più alta.
Se questa interpretazione fosse corretta, quali conseguenze potrebbe avere per la sicurezza europea?

La mia principale preoccupazione riguarda la possibilità di operazioni organizzate e non solo di azioni isolate.
Negli anni abbiamo parlato molto dei cosiddetti lupi solitari, ma il rischio più serio potrebbe venire da persone addestrate che vivono già nelle nostre società.
I combattenti rientrati dalla Siria e dall’Iraq possono essere visti come una sorta di riserva dormiente. Hanno condiviso esperienze di guerra, conoscono procedure operative e hanno costruito relazioni personali molto forti.
Molti di loro oggi vivono come normali cittadini nelle città europee, ma restano potenzialmente attivabili da reti ideologiche o organizzative.
Quindi la fatwa del gran ayatollah dell’Iran, Abdollah Javadi Amoli, potrebbe rafforzare questa dinamica?
Sì. In ambienti radicali una fatwa può avere un effetto molto forte.
Non è soltanto un parere religioso: può essere percepita come una vera e propria chiamata all’azione. Per chi è già radicalizzato diventa una legittimazione religiosa della violenza.
Questo può trasformare alcuni individui in potenziali esecutori di attacchi.
Questo riporta al tema dei lupi solitari.
Bisogna fare attenzione a come usiamo questo termine.
Il vero terrorismo non è quasi mai improvvisato. Spesso si tratta di persone che hanno ricevuto addestramento, che sono ideologicamente motivate e che pianificano con attenzione.
Il pericolo oggi potrebbe nascere da una combinazione tra la regia strategica di attori statali o para-statali e l’azione di individui radicalizzati già presenti in Europa.
È una forma di guerra asimmetrica, dove organizzazioni strutturate sfruttano reti locali per colpire indirettamente.
E Hamas in questo scenario?
Hamas oggi si trova in una situazione estremamente difficile dopo la risposta militare seguita agli attacchi del 7 ottobre.
Proprio per questo potrebbe essere tentato da azioni spettacolari o altamente simboliche, volte a destabilizzare l’intero quadro regionale.
In questi casi entra in gioco una logica molto antica: quella del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Quando un gruppo si sente accerchiato o vicino alla sconfitta, può scegliere un’azione estrema pur di infliggere un danno molto grande al nemico.
(fine prima parte)
Chi è Antonio Evangelista: Specialista in criminalità transnazionale e terrorismo globale, ha costruito una carriera tra diritto e sicurezza operativa, partendo dalla laurea alla Sapienza per arrivare ai vertici dell’antiterrorismo internazionale. Il suo percorso lo ha visto guidare la Squadra Mobile e la Digos di Asti, per poi assumere incarichi di rilievo all’estero: ha diretto la missione di polizia italiana in Kosovo per l’ONU e ha supportato la polizia della Repubblica Serba di Bosnia nell’ambito della missione europea EUPM. In ambito Interpol, ha ricoperto ruoli dirigenziali nella cooperazione internazionale tra Roma e Amman. La sua capacità di analisi è emersa con forza nel 2015, quando individuò sui social segnali anticipatori degli attentati dell’ISIS a Parigi con un mese di anticipo. La sua esperienza sul campo è documentata in diverse opere letterarie, tra cui Madrasse e Mediterraneo, dove analizza le dinamiche del radicalismo tra i Balcani e il resto del continente.