
La strada si snodava per molti chilometri, tra casolari, villette a schiera, nuove ville, perlopiù di cartapesta come dicevano i contadini che vedevano male quell’invasione di costruzioni a buon mercato ma a carissimo prezzo. La città spingeva, si allungava, si diramava dritta verso di loro e la terra. La loro terra. Qualche pianoro e avvallamento ben curato dove brucavano una manciata di pecore, e qualche solitario cavallo, capannoni come scheletri di ferro che sorreggevano un tetto di lamiere per il ricovero del fieno, e case vecchie che ospitavano due o tre famiglie. Poi la strada si perdeva in un verde di orti e nel bianco del lago.
Ai Pastores interessava poco, il lago. Loro avevano avuto in possesso tutta la terra a partire dalla chiesa e a finire al cimitero del paese limitrofo. La loro terra era l’estremo lembo ovest della città, ma nemmeno della città a loro importava molto, e del centro della città ancor meno. Il centro del loro personale mondo era nella proprietà, un nucleo sempre più ristretto. Prima avevano perso le terre intorno alla chiesa, poi i casolari che scendevano nella macchia, poi la casa padronale in cima alla collina. Ora avevano la casa vecchia e una casetta per i lavoranti stagionali. Le vacche gironzolavano tra le stoppie e si arrampicavano verso le stalle, e in basso, divisa dalla strada, c’era una terra piatta con pochi ulivi, nani, spogli, poco fruttuosi. I Pastores erano un mucchio di cognati, di vedove e vedovi, di gente in parte china sulla terra, ma per lo più con il becco nella bottiglia, sia donne che uomini. I vecchi erano morti, e dentro le mura umide della casa vecchia le nuove generazioni, invecchiate anch’esse, cercavano invano di rinnovarsi. I due piani del casolare erano suddivisi in cucina e soggiorno al piano terra, al piano superiore cinque stanze erano occupate dalla figlia dei vecchi Pastores, Elide, sposata ad un capomastro ed ora vedova, suo fratello Ermanno, sposato a Nora, e il cognato Martino, vedovo dell’ultima figlia dei Pastores, Stella, una donnina poco adatta alle nebbie invernali e alle calure estive, ai lavori senza sosta, e che aveva partorito una sola volta e non si era più ripresa, fino a scomparire un bel giorno nel campo più alto, dove non l’avevano più ritrovata,nonostante avessero cercato per ogni dove, nei posti più oscuri e pericolosi, nella selva, così la chiamavano loro, un intrico di rovi ed erbe velenose, non rinvenendola mai più. Martino era rimasto solo con la bimba di un anno, e le cognate se l’erano accaparrata in pegno della loro maternità negata. La casetta per i lavoratori stagionali era invece una unica stanza con una cucina a gas, un tavolo, un letto, e un bagno dai rubinetti ossidati.
In primavera si presentò Ettore. Sembrava a posto e lo assunsero. Gli indicarono la casetta appena sotto la casa vecchia, e lui ci si installò senza pretese. I lavori iniziavano in quel poco di campagna che era rimasta. Martino aveva passato la cinquantina, Ermanno lo superava di dieci anni, Elide e Nora si occupavano della casa, dell’orto, delle bestie da cortile, di tenere in piedi malamente il resto della casa. Ma c’erano i campi, le semine primaverili, gli alberi da frutto da potare. Nella stalla gli animali partorivano, si cominciava a produrre latte e formaggio, e in alto, dove si era persa Stella, le arnie riprendevano l’attività. Ettore era scarno e silenzioso. Seguiva Martino nel campo alto, ma temeva le api, e quindi preferiva aiutare Ermanno nella stalla. Elide e Nora, appena potevano, lo monopolizzavano nell’orto, lo sfiancavano di richieste e non si sognavano neppure da lontano di allungargli un vasetto di marmellata o men che meno di miele. Nel giorno di riposo Ettore spariva, si dileguava. La città aveva un teatro e un bazaar di banchi essenzialmente colmi di mutande e reggipetti, saponi di cattiva qualità, e oggetti per la casa che a guardarli bene sembravano più manufatti ostili all’Uomo, accozzaglie di materia e colore. Ettore acquistò un tagliere, qualche chiodo, un martello, un pennello da parete e della tinta bianca. Alla sera nel suo alloggio ci trovava Elide, che diceva di avergli rifatto il letto, ma lui sapeva bene di aver lasciato tutto in ordine. Lei gli offriva del vino e si sedeva al tavolo, ed Ettore la lasciava bere, assisteva con curiosità alla sua trasformazione. Lei si trascinava poi verso il letto di Ettore e lo scompigliava, e gli suggeriva una serie abbastanza limitata di proposte, quasi sempre le stesse che tormentavano la sua angusta e solitaria fantasia. Poi si addormentava. Ettore la osservava, mentre la notte stringeva le case così lontane fra di loro e le isolava di più. Non accendeva la luce. La luna illuminava il viso di Elide nel suo sonno di ubriaca. Lui rimaneva sulla sedia, posava le gambe sul tavolo, e pensava da dove doveva cominciare. Raschiare tutta l’umidità, passare l’isolante e poi la tinta. Attaccare due mensole e ripulire la cappa. Riattivare il camino. Sarebbe rimasto a lungo, non voleva vivere in una porcilaia. Intanto Elide si svegliava e lo chiamava, e quando lui si avvicinava lei piangeva e si scusava. Ettore le carezzava il viso: -Non ti devi preoccupare, è il vino, lo so. Dormi pure che non mi dai fastidio-
-Non ho più il marito, lo sai-
Ettore non rispondeva.
Nonostante si fosse in primavera, faceva ancora freddo, alla sera si accendevano camini e stufe, ma non dai Pastores. La figlia di Stella, che ora aveva quindici anni, faceva i compiti a letto, mentre nella stanza accanto suo padre Martino tentava di nasconderle la sua tresca con la zia Nora. Da bambina aveva per parecchio tempo creduto che la zia Nora fosse sua madre. Lo zio Ermanno non poteva farci nulla, fingeva di non sapere. Appena possibile Elide aveva detto tutto ad Adele che era solo una bambina e quello che le disse la zia le procurò una leggera depressione, qualcosa di cupo che la bambina non sapeva spiegarsi, un giro di domande nella sua testa fitto come il vorticare delle foglie in autunno. Zia Elide ci aveva messo il vento, e le idee avevano cominciato ad alzarsi, a confonderla. La zia Elide beveva, si diceva, la zia Elide era gelosa, l’idea, confermata sempre dalla zia Elide, che tutto questo fosse iniziato prima delle nozze di Martino con sua madre, l’aveva afflitta parecchio. Eppure lei aveva già visto tutto, solo che era sicura, a quel tempo, che la zia Nora fosse sua madre. Quelle sere, come queste, di inizio primavera, quando il buio tarda e le stelle sembrano di vetro, e la sola festa che bisogna aspettarsi è la Pasqua, con il suo carico di dolore, paura, risveglio. Quelle sere senza luce, che bisogna dormire, ma che hai sete e che non puoi uscire dal letto, perché le lenzuola ti gravano addosso come panni bagnati. E allora chiami, e arriva la zia Nora, con l’acqua, con l’affanno. Quando va via tu ti scrolli di dosso le coperte e la segui, tu vedi tutto. Ora faceva i compiti a letto, e li sentiva. Allora guardava in alto, oltre le finestre senza tende, quel tremolio di vetri infranti su nel cielo nero. Poi lasciava i libri e si faceva vincere dal sonno. Al mattino se davvero c’era il ghiaccio, la accompagnava Ettore al paese, per la scuola. Una volta era tornato anche a prenderla, perché era il suo giorno libero. E l’aveva portata a bere qualcosa di caldo. In macchina era stato attento a non farle prendere freddo, e a non metterla incinta. Tornando lei si era addormentata, ed era così semplice, e intatta, che Ettore avrebbe voluto fermarsi ancora, in qualche luogo di quella selva senza cristiani. Ma niente si era più ripetuto. Cercava di non stare solo con lei, ma se era costretto a portarla perché glielo chiedevano, non poteva fare a meno di trovare subito un luogo, un posto sicuro dove averla. Lei era senza richieste e muta, per tutto il tempo. Di Ettore nessuno sapeva niente, e di Adele sapeva solo che era orfana, e profumata, e che l’avrebbe presa in moglie, ma che lei sarebbe cresciuta e di lui non ne avrebbe certo voluto sapere. Nella notte, poi, aveva sognato spesso di averla in sposa. Lei aveva un velo bianco, e c’era la luna, lui un cappello in testa e ballavano. Forse ardevano dei fuochi e alcuni invitati cantavano sparsi nella campagna, e c’era musica e profumo, forse di neve. Pensò di chiederla, ma chi gliela avrebbe mai data? I Pastores?
Intanto nascevano le bestie, e il lavoro li assorbiva, bisognava caricare i prodotti e portarli al mercato, e toccava tenere a bada i creditori: a giugno era partito via un altro pezzo di proprietà. I Pastores litigavano, ma ancor peggio erano le lunghe prigioni di silenzio, o le discussioni sussurrate appena sul filo della notte, durante le cene mal cucinate di Nora. I campi inverdivano, e i Pastores si ubriacavano, Ettore non riusciva a stare dietro a tutti i lavori, alla disperazione di Elide che girava di notte intorno alla sua casa come un predatore. Elide, dietro la porta gli sussurrava: ti do mia nipote, vuoi mia nipote? Dopo, dopo ti do mia nipote. Ettore sbiancava, le diceva: Vai via Elide, prendi freddo, vai via, non sono uomo per te. Poi si ricacciava sulla sua branda. Non aveva più voglia di ridipingere le pareti, ne’ di sistemare il camino, ma di sprofondare via da quella vita disgraziata. Si ricordava le notti della sua città, lontana, disprezzata, vuota di risorse e di promesse. Ricordava le pareti di una lunga camerata, i singhiozzi di chi la notte non dormiva, giovinezze abbandonate, prigioniere. Quanta povertà aveva visto? E questi? Potevano avere tutto, avevano la terra, e si insudiciavano l’un l’altro senza trovare il bandolo delle loro vite. Finiva per addormentarsi e al mattino era stordito, ma lavorava sodo fino al tramonto e dopo, perché quel luogo fosse tenuto ad un palmo dal precipizio. Per cui, una sera, una sera di quiete, si interrogò, e tutte le risposte portavano ad Adele. E quindi andò da Martino e la chiese in moglie. (Fosse stato per poco, anche un mese, avrebbe fatto le cose per bene, poi Adele poteva andare via, o loro insieme andavano via, o loro rimanevano e tiravano su l’azienda, o loro…)
Martino non si indignò, finì di bere il quarto di rosso che aveva davanti, sulla tavola coperta da una tovaglia di cerata. Sorrideva :- Bravo, e bravo. Sei un lavoratore eh, chi lo può negare- Poi beveva, e si guardava intorno con gli occhi gonfi, iniettati.
-Le mucche, le mucche le hai chiuse?- chiedeva. Ettore annuiva. -Le vacche…- sussurrava ancora e mandava giù il vino. – Lo sai?- riprendeva-Lo sai di chi è figlia Adele?-
-Tua- rispondeva Ettore – Tua e di Stella-
-Bravo, mia e di Stella.- poi osservava una pausa, cercava di girarsi verso la parete dove gli sembrava ci fosse ancora la foto del suo matrimonio. Ma rinunciava.
– Ma Stella, non c’è più, no, non c’è più…mai trovata eh. Mai trovata…-
Poi continuava a borbottare, vacche,tutte vacche- Ettore aspettava. Gli sembrava di sentire qualcuno trattenere il respiro, poco più in là.
-Perché vuoi mia figlia? Perché la vuoi sposare? Per la terra? Qui non c’è un centesimo, qui c’è solo la rovina- Posava con forza il bicchiere e si asciugava gli occhi con il dorso della mano. Ettore si guardava intorno. Sembrava evidente, lì c’era solo la rovina. Intanto il sole era sparito, il gelo e l’umido della notte penetravano attraverso i mattoni di tufo mal intonacati.
-L’hai visto il Castello? L’hai visto, era loro, dei Pastores. E le terre della Chiesa? Loro, dei Pastores. Io abitavo nella baracca dove vivi te ora, e mi sono preso Stella. Ma questi sono maledetti, i braccianti li hanno abbandonati, per il disgusto. Loro vivono nel cerchio, hai presente? Qui c’è un cerchio, un recinto come per le bestie, e quello che accade nel recinto non interessa al padrone. Loro…- intanto si era alzato e barcollava, e con la mano indicava dietro le spalle di Ettore, credibilmente fuori della finestra, verso il gruppo di case e alberi e stalle e magazzini dove si tracciava l’immaginario recinto. -Loro…ti chiudono. – disse infine e ricadde sulla sedia. Appoggiò la testa sul braccio ripiegato e dopo un lungo sospiro si addormentò. A quel punto uscì dalla sua stanza Adele. La cucina era ormai immersa nell’ombra e il solo chiarore sembrava racchiuso nel viso della ragazza.
-Io voglio- gli disse, lo prese per mano e lo condusse nella casupola di Ettore.
Passarono la notte insieme, anche se lei taceva qualcosa era cambiato. Infine Ettore si sedette sul letto e ogni tanto si voltava verso lei che giaceva e l’accarezzava.
-Che pensi?- le chiese
-A niente- Lui le scostò i capelli neri dal seno.
-Che pensi?- le chiese ancora
-Penso che vivo con te, che te mi vai bene.-
Ettore chiuse gli occhi. Questo attimo era il momento migliore della sua vita, e allora si ripeteva quello che lei gli andava dicendo, nessuno poteva dire se avrebbe avuto niente di meglio.
-Ho dieci anni più di te.-
Lei non rispose, fece spallucce e si girò su un fianco.
-Io pensavo, che zia Nora fosse mia madre- e la sua voce arrivò soffocata dal buio, dal silenzio di quelle ore, dalla solitudine. Ettore ascoltava. -Stava sempre nel letto con papà, credevo fosse mia madre. Poi zia Elide…ora lo so, l’ha fatto per gelosia. Ma perché…- mormorò-perché farlo pagare a me?- -Mia madre non me la ricordo, è sparita. Andava a raccogliere il miele, ed è sparita. Zia Nora ha vinto su zia Elide, hanno vinto quel bel campione che sta di là. Non è cattivo mio padre, ma non è nemmeno un uomo, per me.-
Ettore neppure la guardava. Era così freddo e potente quello che lei diceva, e gli sembrava di riceverlo sul petto e di rimanere senza fiato.
-Zio Ermanno si gioca tutti i soldi. E’ lui che ha ridotto così le terre, e tutti loro. Loro sono pieni di vizi. Forse anch’io. Sei sicuro che ti sto bene?-
Ettore rimase in silenzio dentro quella grande desolazione che aveva evocato Adele. Lui c’era dentro dalla nascita e forse ancora prima, il suo destino non aveva che pareti umide, e fatica, e luoghi senza complimenti. Gli piaceva la terra, che era sincera come uno specchio: vali, non vali. Gli piacevano gli animali mansueti che si giravano a guardarlo quando lui entrava nella stalla per accudirli. Gli piaceva Adele, con il suo viso scolpito, i capelli spartiti, le parole nette.
-Domani dipingo la casa, aggiusto il camino, porto la legna e ci scaldiamo. Domani ti porto a scuola.-
-No- dice lei, si gira e gli posa la punta delle dita sulle labbra —–No, a scuola non ci torno più- .
(continua)