
I magistrati di Roma hanno richiesto il processo per Donatella Di Rosa, soprannominata Lady Golpe, accusata di aver calunniato l’ex colonnello del Ros Massimo Giraudo.
Tra i mesi di febbraio e aprile del 2024, la donna aveva sporto denuncia sostenendo che l’ufficiale l’avesse contattata per lavoro per poi inviarle via WhatsApp messaggi espliciti e molesti, proponendole rapporti estremi.
Secondo l’accusa, Di Rosa sapeva che il colonnello era innocente ma lo ha ugualmente accusato di stalking e molestie, dando il via a un’indagine giudiziaria contro di lui.
Per sostenere la sua versione, la donna avrebbe modificato le prove cancellando circa duecento messaggi dal proprio smartphone. In questo modo avrebbe isolato le risposte di Giraudo dal loro contesto originale, fatto di confidenze reciproche e consenzienti, per farle apparire come avance forzate e sgradite.
La procura ha indicato l’ex colonnello come parte lesa e il giudice ha fissato l’udienza preliminare per il 14 maggio.
Donatella Di Rosa divenne famosa nel 1993 per aver denunciato un presunto colpo di Stato organizzato da alcuni militari, tra cui il suo ex marito. Tali accuse si rivelarono false, facendole guadagnare il soprannome di Lady Golpe.
L’avvocato di Giraudo, Roberto De Vita, ha commentato la vicenda definendola un tentativo fallito di screditare un investigatore fondamentale per la storia democratica e la lotta alla mafia in Italia.
Dopo il tam tam mediatico, e gli attacchi sui social con la condanna mediatica del colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo – che aveva partecipato alle indagini sulla trattativa Stato-mafia e da consulente della Procura di Palermo aveva raccolto documenti riguardanti il generale Mario Mori – sulla richiesta di processo per l’ex Lady Golpe sembra calare il silenzio.
Le dichiarazioni di Lady Golpe contro Giraudo erano emerse in concomitanza con l’indagine di Firenze su Mario Mori. L’ex capo del Ros e del Sisde è stato infatti indagato per strage, mafia ed eversione, nell’ambito di un’inchiesta volta a individuare possibili mandanti esterni a Cosa Nostra per le bombe del 1993 a Firenze, Milano e Roma.
Le recenti inchieste della magistratura fiorentina sulle stragi del 1993 hanno riportato al centro del dibattito pubblico la figura di Mario Mori, ex capo del Ros e del Sisde, indagato per reati gravissimi che spaziano dalla strage all’eversione. L’ipotesi degli inquirenti suggerisce che le bombe di Firenze, Milano e Roma non fossero solo atti terroristici mafiosi, ma parte di un piano più ampio volto a destabilizzare il governo Ciampi per favorire l’ascesa politica di nuove compagini.
In questo scenario già complesso, avevano assunto un peso rilevante le dichiarazioni di Massimo Giraudo, ufficiale del Ros ed esperto di eversione nera, le cui testimonianze mettono seriamente in discussione la versione storica fornita da Mori in merito ai suoi rapporti con i poteri occulti e la gestione della lotta alla mafia.
Uno dei punti riguarda l’appartenenza alla loggia massonica P2. Se Mori ha sempre rivendicato un ruolo di oppositore rispetto la P2 di Licio Gelli, attribuendo proprio a questo scontro il suo allontanamento dal Sid, Giraudo ha fornito un racconto diametralmente opposto. Secondo l’ufficiale, fu proprio Mori a tentare di reclutarlo, decantando i vantaggi dell’iscrizione alla loggia e mostrandogli elenchi di alti ufficiali e figure di spicco dei Servizi già affiliati. Giraudo ha riferito che Mori gli propose persino un incontro personale con Gelli, confermando l’esistenza di percorsi privilegiati e protetti per i membri scelti del Servizio.
In seguito ai delitti di Salvo Lima e Giovanni Falcone, Mori tentò di stabilire un contatto con Cosa Nostra per interrompere la scia di attentati. Questa inclinazione a muoversi in zone d’ombra tra investigazione e compromesso non era nuova per lui. Anni prima, occupandosi di terrorismo nero, aveva costruito un legame strettissimo con l’esponente neofascista Gianfranco Ghiron, arrivando a fargli da testimone di nozze.
Nel 1992, per dialogare con i vertici mafiosi, Mori scelse come intermediario l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, pur tentando contatti anche tramite il neofascista Paolo Bellini.
Oltre al fronte della massoneria, le accuse di Giraudo hanno toccato la gestione operativa del Ros durante gli anni della caccia ai grandi latitanti. Una vicenda controversa risale all’ottobre del 1995, quando il boss Luigi Ilardo rivelò al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. Nonostante la sorveglianza, Mori decise di non intervenire.
Durante il processo sulla trattativa Stato-mafia, Giraudo aveva fatto emergere pesanti retroscena sui rapporti tra Mori e Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo. Tra il 1996 e il 1997, De Caprio avrebbe manifestato profonda frustrazione per il rifiuto ricevuto da Mori alla richiesta di trenta uomini necessari per dare la caccia a Bernardo Provenzano. Un diniego che, secondo la testimonianza, arrivò direttamente dal vertice del Ros, bloccando di fatto un’operazione che avrebbe potuto cambiare la storia della latitanza del boss corleonese.
Il polverone mediatico sollevato dalle accuse di stalking e molestie mosse da “Lady Golpe” nei confronti di Massimo Giraudo potrebbe ora assumere una luce diversa. Tali rivendicazioni avevano trovato ampio spazio soprattutto tra chi sostiene la tesi del dossier “mafia-appalti” come movente esclusivo delle stragi del 1992.
La recente richiesta di rinvio a giudizio per calunnia a carico di Donatella Di Rosa, lascia ipotizzare che con le sue accuse abbia voluto minare la credibilità di Giraudo in una fase estremamente delicata, mentre la Procura di Firenze prosegue le proprie attività d’indagine sul coinvolgimento dell’ex generale Mario Mori nei tragici eventi stragisti.
Indagini che, per quanto riguarda la cosiddetta pista nera, a Caltanissetta hanno portato a uno scontro istituzionale tra la gip Luparello e la Procura sulle indagini per i mandanti esterni delle stragi del 1992.
Gian J. Morici