FUGA SENZA FINE (parte terza)

“La Verità genera odio”

(Terenzio)

C’è qualcosa di misteriosamente significante nelle parole che costruiscono i concetti.

Forse ancora più misteriosa delle azioni che gli uomini nascondono dietro i fatti che contribuiscono a creare.

Se è vero che nessuno può pensare al di là delle parole che possiede, è anche vero che le parole poi diventano l’unico strumento possibile per raccontare la storia di ciò che è stato.

Proprio in ciò è il limite ed il condizionamento dei rapporti tra gli umani.

Per questo la grande sfida dell’umanità si muove sul piano della comunicazione (basterà guardare il vostro telefono cellulare per capire a cosa esattamente io voglia alludere, ma senza dimenticare i satelliti che li guidano…). 

Lo so, vi sarete già confusi a leggere questo incipit introduttivo.

Però, fatevi carico di un po’ di temperanza (la virtù cardinale degli uomini forti) per arrivare alla fine dell’articolo.

Forse, leggendo fino all’ultima parola, troverete compensazione dello sforzo di attenzione che vi è stato richiesto.

Ed allora… le parole del titolo “FUGA SENZA FINE” possono essere lette nel senso di un percorso che, senza soluzione di continuità, ti allontana dal tuo destino.

Ma quelle stesse parole possono nascondere un significato diverso.

Esse possono anche alludere ad un allontanamento da qualcosa senza una vera e propria finalità.

Fuggire senza avere chiaro nella mente dove si voglia esattamente andare: ovvero fuga senza un chiaro fine.

Ebbene, qualcosa nella lunghissima latitanza di “IDDU” mi porta a pensare che molti, in questo scenario, si siano mossi in sinergia (che brutta e incomprensibile parola…) con le finalità di altri senza avere ben chiaro ciò che stessero facendo.

O, meglio, mentre la finalità di “IDDU” era chiaramente visibile nel suo volersi sottrarre alla cattura e continuare a comandare la Cosa Nostra siciliana, per altri la sola finalità cui aspiravano era quella di evitare – in ogni modo possibile – l’avvicinamento alla Verità.

Per quella finalità (ovvero sottrarre al Paese martoriato la sua Verità) ogni azione od omissione poteva essere utile.

Anzi, più confuso e contraddittorio era lo scenario, maggiore sarebbe stata la possibilità di manifestare all’esterno il proprio non coinvolgimento nella strategia di mettere in ginocchio lo Stato e condurlo a scendere a patti con il nemico.

La mancata perquisizione del “covo” di Totò Riina si colloca in questo scenario.

Tra menti raffinatissime e menti che, invece, non avevano nepure idea di ciò che (non) stavano facendo.

Le prime sapevano esattamente quale finalità raggiungere, gli altri vagavano random solo nella loro incertezza.

Ma l’incertezza permetteva di perpetuare la fuga senza fine dalla Verità.

Per i credenti della fede cristiana è questo un peccato capitale: il peccato per omissione.

Vengo adesso al punto per il quale ho chiesto la temperanza della vostra attenzione.

Allorché, a Milano, arrestammo i famigerati fratelli Graviano (poi condannati all’ergastolo quali mandanti mediati dell’assassinio di Don Pino Puglisi) molte stranezze accaddero attorno all’arresto.

La cosa davvero incredibile era pensare che i due si fossero materializzati in quel ristorante provenienti dal nulla.

O, meglio, se poteva dirsi chiaro chi li aveva condotti fino a quel luogo, sicuramente oscuro e nebuloso era il motivo che aveva stabilizzato i loro interessi proprio nella capitale lombarda.

Era, forse, un caso che ad accogliere i favoreggiatori fosse stato un tal Tafuro che lavorava per il Milan Calcio?

Su questo scenario molti operarono perché una nebbia indistinta (tipica della città meneghina…) avvolgesse ogni cosa.

Ma a Palermo, però, il sole che riscalda le arance ed illumina la terra avrebbe dovuto prevalere su quella nebbia.

Accadde, invece, che “rimeditazioni organizzative dell’ufficio” determinarono un mutamento di assegnazione dell’indagine e il transito di questa in altre mani (o, meglio, ad altre menti della cui raffinatezza mi permetto oggi di dubitare…).

L’esito fu quello che – ancora adesso – ci si chiede cosa esattamente i Graviano facessero a Milano.

Ascoltare “il dire ed il non dire” dell’uomo di Omegna (Baiardo) – nella tipica allusività dell’omertoso siciliano – mi fa pensare che, ancora dopo trenta lunghi anni, ci sia tanta gente che non abbia alcuna altra finalità se non quella di allontare il più possibile la Verità dal porto di approdo…

Lorenzo Matassa 

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