Lo stigma di Marcello Viola

Marcello Viola

Non si può definire diversamente la ragione ostativa che sembra impedire all’attuale Procuratore Generale di Firenze il proseguo della sua carriera, prima con il “siluramento” della nomina a capo della Procura di Roma, adesso con i tentativi – tali sono allo stato attuale – di impedirgli quella a capo della Procura di Milano.

Ma cosa ha fatto di così grave Marcello Viola da portare il Csm a boicottare ogni sua iniziativa quasi fosse un “pària” – non ce ne voglia il Dott. Viola – della magistratura?

A giudicare dalla sua storia professionale nulla di cui dovrebbe vergognarsi, anzi, tutt’altro.

Un magistrato fuori dal sistema delle cricche descritto da Luca Palamara; un magistrato definito “l’unico non ricattabile” dall’allora consigliere del Csm Luigi Spina; un magistrato che il Tar – al quale fu costretto a rivolgersi dopo il suo siluramento dalla corsa romana – indicò quale “parte offesa rispetto alle macchinazioni o aspirazioni di altri”.

Dunque, come può oggi il Consiglio Superiore della Magistratura accusare Viola di essere stato “individuato quale candidato preferibile per l’incarico di procuratore di Roma non per ragioni che attenevano a merito o attitudini, bensì in quanto ritenuto ‘sensibile’ agli interessi personali di Palamara e di alcuni suoi interlocutori che riguardavano il futuro assetto della Procura di Roma”?

Quindi, Viola – ignaro di ciò che avveniva alle sue spalle – si sarebbe reso colpevole di progetti di altri ai quali non aveva mai preso parte, dei quali nulla sapeva e dei quali sarebbe stato vittima?

La grave colpa di chi a torto o a ragione – secondo il Csm – avrebbe appannato la propria “immagine di indipendenza, che deve connotare sempre la figura di un magistrato e tanto più di un Procuratore della Repubblica”.

Le medesime considerazioni, però, il Csm non le aveva fatte nei confronti di altri magistrati che – a torto o ragione – furono tirati in ballo nel corso delle conversazioni intercettate tra Palamara e altri, lasciando intendere che anche precedenti nomine erano state ottenute per “grazia ricevuta” – è proprio il caso di dirlo vista la recente nomina al Tribunale del Vaticano – dall’allora Procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone?

Ci sono dunque “pària” e “parìa” all’interno della nostra magistratura?

Non si tratta di una questione di lana caprina, visto che un semplice accento differenzia due opposti concetti.

Da una parte i pària, i fuori casta, gli impuri, quelli da emarginare.

Dall’altra la parìa, la dignità accordata a una certa fascia della nobiltà che questa dicitura individua come persone ‘dello stesso rango’.

Che Viola non faccia parte di alcuna casta è fin troppo evidente, ma non possiamo – e non vogliamo – pensare che proprio quel suo essere “l’unico non ricattabile” possa rappresentare un titolo di demerito  per un futuro Procuratore della Repubblica, nonostante la pubblica denuncia di Sabrina Pignedoli (attuale europarlamentare e giornalista antimafia che collabora con la Commissione Parlamentare Antimafia) la quale non ha esitato ad affermare – a proposito della mancata nomina di Viola a Roma – che “purtroppo ha un brutto vizio quel magistrato, fa le indagini e le fa in maniera indipendente”.

Parole che pesano come macigni alla luce di quanto sta per accadere a Milano.

Nino Di Matteo

Non c’è dunque da stupirsi se – come riportato dal quotidiano Il Riformista – la sintesi migliore del boicottaggio nei confronti di Viola la si deve a Nino Di Matteo.

Il grande vero motivo per cui non viene adeguatamente valorizzato il profilo di Viola è legato alla vicenda hotel Champagne.

Non è un caso che la procedura della Quinta (la commissione per gli incarichi direttivi che il 23 maggio 2019 votò a maggioranza per Viola si legge nell’articolo) fu interrotta dopo la pubblicazione di intercettazioni segrete su Corriere e Repubblica” con un testo “ approssimativo , che accreditò l’idea che Luca Lotti sponsorizzasse Viola perché vicino ai partecipanti” di quel dopocena “o addirittura si fosse avvicinato a loro”.

Perché parlo di approssimazione?”, aggiunse Di Matteo.

Basta citare la frase riportata dai giornali: Si vira su Viola. Si è accertato che quella frase era altro: Si arriverà su Viola”, precisò Di Matteo, aggiungendo che “non c’è alcun elemento da cui risulti che Viola ha fatto alcunché per influenzare la nomina.

Viola è la vittima principale di questa vicenda, non ha giocato nessun ruolo.

Francesco Lo Voi

Per Viola deriva un vero e proprio marchio, ma quando le intercettazioni di Palamara sono relative ad una asserita pretesa del precedente procuratore (Giuseppe Pignatone) di orientare la scelta in corrispondenza di Lo Voi, queste intercettazioni evaporano nel nulla.

Viola – ribadì Di Matteo – da questa vicenda è l’unico ingiustamente penalizzato”.

Speriamo il Csm se ne ricordi” – concludeva Paolo Comi nel suo articolo di oggi.

Stando alle conclusioni alle quali è arrivato il Consiglio Superiore della Magistratura, pare che se ne siano ricordati, seppure in maniera diversa e contrapposta all’auspicio del giornalista, così come avvenne con la nomina di Lo Voi alla Procura di Roma.

Il cambiare tutto per non cambiare nulla, di gattopardiana memoria.

Viola sembra dunque destinato a portare lo stigma della vicenda hotel Champagne, alla quale non prese parte, né risulta fosse interessato e neppure consapevole.

Un “pària” del XXI° secolo al quale, se esistessero ancora le preture, forse avrebbero boicottato persino la nomina a quella di Roccacannuccia – se mai è esistita.

Piccolo è il numero di persone che vedono con i loro occhi e pensano con le loro menti”.

(Albert Einstein)

Siamo perfettamente consapevoli della necessità di affrontare con serenità e fiducia il brutto momento che sta attraversando la Magistratura tutta, ma come si fa  ad evitare che la gente finisca con l’azzerare la già macilenta fiducia che ha nella giustizia, quando al di là dei fatti il giudizio viene espresso in virtù di interessi correntizi o presunti pregiudizi, talvolta funzionali ad altro?

Gian J. Morici

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