Da Agrigento a Dusseldorf alla ricerca di un’identità

di Walter Giannò – Le testimonianze dei nuovi emigranti tra le speranze e il timore che ormai anche la locomotiva d’Europa si sia fermata.

Non hanno più le valigie di cartone come i personaggi ritratti in queste foto storiche di Nicola Scafidi ed esposte al Guggenheim di New York. Ma la rabbia e l’amarezza di lasciarsi alle spalle la Sicilia in cerca di un lavoro sono le stesse di sempre. Siamo saliti sul pullman che, dalla Valle dei Templi, trasporta i nuovi emigranti in Germania.

Agrigento, ore otto di mattina. Le colonne del Tempio di Giunone sono orfane dei raggi del sole, perché le nuvole sono troppo dense e cariche di pioggia. Gli occhi di Giulio, 43 anni, di Ribera, sono puntati sulla Valle dei Templi. E’ stanco. Pochi giorni fa era a duemila chilometri di distanza, a Karlshrue, in Germania, dove vive da vent’anni. Lì fa il pizzaiolo. Una settimana fa, mentre preparava una capricciosa, riceve una telefonata. Dall’altra parte del telefono, in Sicilia, c’è il fratello: “La mamma sta male, ha avuto un infarto”, gli dice. Giulio smette di stare davanti al forno a legna, prepara un piccolo bagaglio e prende il pullman per la sua terra.

Viaggia preoccupato. Ha paura. Ma la madre, tenace 74enne, ce la fa. Giulio la va a trovare in ospedale, l’accompagna dagli specialisti per tutte le cure del caso insieme al fratello muratore, l’unico che sta in Sicilia e che può così badare a lei. Perché la vedova Arcamese ha altri due figli, anche loro emigrati in Germania.

Ora Giulio può tornare lassù, con la serenità nel cuore. Come tanti altri siciliani che aspettano l’arrivo del pullman. Per loro si profila un lungo viaggio irto di difficoltà. Il freddo e, soprattutto, la neve non danno tregua, se è vero che l’inverno ha deciso di dare il meglio di sé.

ra di loro c’è pure Salvatore. Ha 56 anni ed è nato a Realmonte. Non salirà a bordo. Attende il mezzo perché deve caricarlo di “roba’: olio, pasta, vino e farina e tante altre cose. Destinazione: Mannheim. Tutto questo è per i suoi due figli: Alfonso ed Antonino. Lì hanno messo su famiglia, sposandosi e crescendo i loro bambini. Lavorano nelle fabbriche, così come il padre, che in Germania ha vissutto dal 1970 al 2003, impiegato in un’azienda chimica.

Se potesse, papà Salvatore salirebbe sul pullman e li raggiungerebbe. Perché stima la Germania, mentre nutre tanta rabbia per la sua terra che non è riuscita a tenerselo da giovane e riserva lo stesso trattamento ad Alfonso e Antonino. “Da noi non funziona niente. Il sistema è marcio. I potenti fanno i loro interessi e hanno abbandonano i deboli”. Questo pensa Salvatore, ecco perché quarant’anni fa abbandonò il suo paese per emigrare in Germania. Allora affrontò il viaggio in treno, con una valigia piccola e malconcia. “In quegli anni – racconta – era meglio non portare con sé troppe cose, visto che spesso, sui vagoni, c’era chi spruzzava sostanze urticanti sugli occhi degli emigranti per rubargli ogni cosa. Meglio il pullman, dove puoi portare tutto ciò che vuoi (in aereo sarebbe impossibile e costoso) e stai con gente che ha la tua stessa meta.

Durante le quaranta ore di viaggio è come stare in famiglia”.
Una volta saliti sul pullman e preso possesso del posto, si saluta chi sta attorno. “Di dove sei? Dove vai?”, sono le due domande che servono per attaccare bottone. E, magari, tra una parola e l’altra, ognuno offre agli altri quello che ha: “Lo vuole un biscotto fatto in casa? L’ho fatto con le mie mani…”.

Racconta Anna, una signora anziana vestita di nero, leggermente strabica, col sorriso stampato sul volto: “Io vado a Colonia. Ci ho vissuto per 45 anni ed ora ci ritorno per festeggiare il Natale coi miei tre figli. Due lavorano nelle fabbriche, uno in un ristorante. Ed ho cinque bellissimi nipoti. Sono contenta che stiano crescendo lì. Perché in Germania c’è ordine, in cinque minuti ti risolvono i problemi. Altro che Italia… E ti trattano bene!”.

Anna non è l’unica passeggera avanti con l’età. Ce ne sono tante altre che hanno deciso di viaggiare da sole, come un’altra signora vestita anche lei di nero. Appena salita sull’autobus, si è subito innervosita, perché i suoi bagagli sono stati messi, a suo avviso, in un posto pieno di “lurdìa” (sporcizia). E il conducente l’ha rassicurata così: “Signo’, stia tranquilla. La sua roba è accanto alla mia… si fidi di me”.
Lo stesso che, poi, ha esclamato: “C’è un forte odore di formaggio. A chi appartiene? Mica possiamo viaggiare con “questa puzza!”. Ed un’altra: “Ma come può succedere? Non si sa che bisogna metterlo sottovuoto?”. “Allora, di chi è?”. Silenzio, interrotto soltanto da una battuta che proviene dal fondo: “Magari non è formaggio, è puzza di piedi”. Si parte alle nove in punto. E si mangia immediatamente. Il primo filone di pane condito col salame viene spezzettato e diviso. Le mani della signora Anna si mettono così subito al lavoro, “perché – dice – bisogna mangiare, il viaggio è lungo e dobbiamo riscaldarci: se sentiamo freddo qui, figuriamoci in Germania che cosa troveremo”. Ma c’è anche un altro odore che prepotentemente si sente: mandarino. Sarà una costante per tutto il tragitto.

Mezz’ora dopo, a Favara, sul pullman prende posto una famiglia composta da nove persone. Due coppie di anziani, una di giovani e tre bambini: Marika di un anno, Salvatore di 6 e Alessia di 10. Vanno aMichelstadt, piccola cittadina di 17 mila abitanti. Calogero, il capofamiglia, ha deciso di “scendere” al suo paese, Favara, con sua moglie, e di portarsi i nipoti, la figlia e la famiglia di suo genero. Per i siciliani che vivono in Germania “scendere” significa tornare in Sicilia, nel proprio paese di origine, in questo caso per una breve vacanza. Calogero ha 63 anni e vive in Germania dal 1964.
In Sicilia faceva il saldatore, ma guadagnava pochissimo. Così, mosso dal coraggio e dalla voglia di vivere anziché di sopravvivere, decise di andarsene lassù, facendosi ospitare da un cugino. Lì ha continuato a fare il saldatore. Dopo sette anni è tornato nella sua terra solo per sposare la donna della sua vita. Il tempo del matrimonio, sette giorni appena, e poi di nuovo in Germania.

Calogero, però, se fosse figlio di questo tempo, non farebbe più quella scelta: “La mia Germania, quella che ho conosciuto negli anni ’60, non esiste più. Anche lì la crisi non perdona. Di lavoro ce n’è poco per gli stessi tedeschi, che ora sono diventati intransigenti con chi viene da fuori: pretendono esperienza e la conoscenza della lingua”. Insomma, confida Calogero, “meglio starsene dalle nostre parti”. E lo dice osservando – come solo un nonno sa fare – i suoi nipoti, che giocano negli spazi angusti del pullman, saltellando qua e là e ammirando i diversi paesaggi che si susseguono durante il tragitto.

A bordo c’è pure una giovane ragazza. Ha 26 anni ed è nata a Sambuca di Sicilia. Ha lasciato il suo paese quando di anni ne aveva 15. è tornata a sambuca per augurare ai suoi genitori il Buon Natale, una festa che trascorrerà comunque a Colonia, col suo compagno. Ha perso l’amore per la sua terra, perché non ha saputo darle nulla e ci torna di malavoglia. In Germania ha trovato l’amore e un lavoro in un’impresa di pulizie.

Enna bassa, ore undici. Sale altra gente. Tra di loro Gaetano, emigrato a Francoforte nel 1968, dove ha lavorato per trent’anni in una fabbrica. Poi è tornato per trascorrere la vecchiaia nella sua città. Ha una figlia di 17 anni che vende fiori in Germania. Gaetano e sua moglie stanno andando da lei per il periodo natalizio. Ma la piccola fioraia ha un sogno: lavorare nella terrra dei suoi genitori. Perché è tedesca nella mente, ma siciliana nel cuore. “Mia figlia – dice Gaetano – verrà da noi al più presto. Anche perché la Germania non dà più le sicurezze di una volta. Ed è lei la prima a volerlo. Realizzerà il suo sogno, ne sono convinto: venderà rose e garofani ad Enna”.

Catania, ore dodici e trenta. Il pullman fa una sosta per un po’ di ristoro. Per Blacky è il momento di sgranchirsi le zampe e di prendersi una boccata d’aria. Il cagnolino è costretto a stare rinchiuso nella sua gabbia, nel portabagagli del pullman. è il cucciolo della signora Maria che ha vissuto per 50 anni a Karlshrue.

Lì Maria ha sposato un tedesco che, una volta in pensione, ha deciso di trascorrere i suoi ultimi anni a Contessa Entellina, paese d’origine della moglie. Il marito di Maria si è innamorato perdutamente dei paesaggi siciliani. Così aveva deciso di non muoversi più dalla Sicilia. Già, aveva. Perché il compagno di Maria ha lasciato questo mondo proprio dalla Sicilia. Così Maria ha venduto la sua casa e si è trasferita in Germania dai suoi tre figli. Due maschi ed una femmina. Il primo fa il designer, il secondo il cuoco in un ristorante all’interno di una fabbrica e la terza la baby sitter. Andrà da loro perché in Sicilia è rimasta sola, a parte Blacky, s’intende.

Messina, ore due del pomeriggio. E’ il momento del traghetto e del saluto alla Sicilia. E tra Scilla e Cariddi, sorridono, chiaccherando tra di loro, Andrea eFranco. Lui è un ragazzo di 25 anni, di Montallegro, provincia di Agrigento. Dalle sue parti fa il camionista e sta andando dagli zii. E’ il suo primo viaggio all’estero e lo sottolinea spesso, come un bambino che s’avvicina al giorno del suo compleanno, in attesa di scartare il regalo desiderato. Tornerà in Sicilia dopo qualche giorno. “Mi guarderò attorno: magari lì trovo un lavoro migliore. Se così fosse, resterei in Germania senza pensarci due volte”.

Franco ha molti più anni di Andrea ed ha smesso di essere ottimista. E’ di Cattolica Eraclea, altro paese dell’Agrigentino, e sta andando a Francoforte per questioni di lavoro. Ha parenti in Germania e smorza così l’entusiasmo di Andrea: “Vedi che lassù non si sta più bene come prima. Pensa che mio suocero e i suoi figli, dopo tanti anni, non hanno più un lavoro. Sono disoccupati perché la crisi ha colpito duramente la fabbrica in cui lavoravano. Ora sono a spasso in una terra che non è la loro”.

Roccella Jonica, otto di sera o giù di lì. Il pullman si ferma. L’autostrada Salerno-Reggio Calabria, immobilizzata dalla neve, fa conoscere ai passeggeri la sua normalità fatta di caos, rallentamenti e interruzioni. Neanche un metro sarà percorso per tre ore. Il caso ha voluto che al di là del finestrino si vedesse soltanto un albergo a cinque stelle, illuminato a festa, che ha la richezza nel suo nome: “Parco dei Principi”. Un’immagine che stride con le ambizioni modeste di coloro che si stanno avventurando verso il Nord Europa.

Salvatore, natali a Palma di Montechiaro, sempre provincia di Agrigento, guarda sconsolato il paesaggio. é in compagnia della moglie e della figlia Alessandra, 10 anni. Vanno a trovare l’altra figlia che vive a Dusseldorf, dove ha sposato un siciliano impiegato nella “solita’ fabbrica, perché, dice, “da noi lavoro non ce n’è. A mio genero non è rimasto che emigrare. Mi auguro che il destino possa riservare alla mia piccola un futuro migliore”.

Nola, la mezzanotte è passata da più di un’ora. Imbacuccata a dovere, sale sul pullman Brigida, in compagnia di suo marito e del figlio minore. è una bella signora, capelli biondi a caschetto, ben truccata e ben vestita. Sta andando a Stoccarda “per cambiare vita”. è madre di altri tre ragazzi. Due vivono in Campania: il primo è riuscito a passare il concorso per entrare nella polizia giudiziaria; la seconda è commessa in un supermercato. Il terzo figlio lavora in Germania, in una fabbrica di legname. Brigida e il marito si recano da lui. Si stanno trasferendo in Germania soprattutto per il quarto ?glio, il più piccolo, che viaggia con loro. Si chiama Emanuele e, ci dice la madre, ha un sogno nel cassetto: fare il ballerino.

A Nola, il paese dove è nata, Brigida è conosciuta come “a parrocchiana”. Infatti, è una donna con un forte sentimento religioso. “Il lavoro è importante, ma non bisogna mai dimenticare di curare l’anima”, dice. Con sé Brigida ha portato una Bibbia e un fazzoletto “miracolato” che proviene da Medjugorje: è convinta che la fede sia lo strumento essenziale per superare i problemi di questo mondo, il cui specchio è proprio il pullman: “Per me è come se fosse l’arca di Noé. Siamo tutti fratelli”.

Trascorsa la notte, assolutamente silenziosa, per i passeggeri, intorno alle sette di mattina, arriva il momento della prima colazione. Il pullman, intanto, è giunto alle porte di Firenze. E’ ancora buio. Fuori la nebbia e il gelo dominano il paesaggio. Si fa una breve sosta. Caffé e cornetto (ma il commesso dell’autogrill tende a correggere in “brioches”) e poi di nuovo a bordo perché la strada da percorrere è ancora tanta.

Alle dieci si giunge a Milano, dove ci si concede un altro momento di ristoro. Questa volta la pausa è un po’ più lunga, perché la prossima fermata è prevista solo dopo avere oltrepassato la Svizzera. Già, la Svizzera. Il paesaggio che si disegna sotto i nostri occhi è diverso, molto diverso dai paesi e dalle valli della Sicilia e, in generale, del Sud Italia. Attraversiamo un Paese che a noi sembra fatato, immerso nella neve, costellato di casette che ricordano “Heidi” (a tal punto che la moglie di Calogero comincia a canticchiare la famosa canzoncina alla nipotina Marika che risponde con la testolina danzante). Non tutti, però, sono attratti da ciò che si vede fuori.

Nel pullman, tra l’altro, quasi per un gioco dei contrasti, si sta proiettando il film Benvenuti al Sud, l’ormai nota storia di un lombardo, direttore di un ufficio Postale, che viene trasferito controvoglia in Campania e che, poi, finisce per innamorsi perdutamente dei paesaggi e della gente del Sud. Poco prima delle tre del pomeriggio il pullman passa il confine che separa la Svizzera dalla Germania. Nuova sosta poco dopo Basilea. Si avverte un po’ di stanchezza, ma tutti sanno che, ormai, è solo questione di qualche ora e si arriverà finalmente a destinazione. Neve permettendo. Perché il cielo non annuncia nulla di buono. Anzi.

Al “Rasthof Bank” è il momento del pranzo. Si punta su ciò che offre la casa, wurstel in primis. Ma c’è chi opta per un comunissimo hamburger, o per un panino con le patatine fritte. Tra un morso e l’altro, la signora Anna, che va a Colonia, catechizza Andrea, il giovane camionista di Montallegro: “In Germania bisogna innanzitutto accontentarsi del lavoro che ti offrono. Poi, piano piano, puoi cominciare a pensare ad altro. Però, ragazzo, se non impari la lingua non arrivi da nessuna parte”.

Karlshure, pomeriggio inoltrato. Primi arrivi, primi abbracci. Scendono il pizzaiolo Giulio, Blacky e la sua padrona. Alle 19 si giunge a Mannheim. Intanto la neve comincia a fare sul serio. Alle nove di sera è il turno di Darmstadt, dove scende la famiglia di Calogero: “Ora subito a casa, sistemiamo le valigie e poi una bella spaghettata aglio e olio”, preannuncia l’uomo di Favara. A bordo restano appena nove passeggeri (all’inizio erano 52). Mezz’ora dopo si scatena la bufera. L’autostrada va in tilt. Tutti i mezzi di trasporto si fermano. Siamo bloccati dalla neve. Non ci resta che rassegnarci a passare la notte in pullman. I riscaldamenti sono accesi, ma il freddo morde lo stesso. Ci si riscalda come capita, coprendosi con giubbotti e bevendo tanti caffé.

L’unico autista presente è Gino. E’ nato a Bronte, nel paese dei pistacchi, ma vive a Colonia da 15 anni. Conosce le strade della Germania come le sue tasche, ma quello che sta succedendo sorprende anche lui. Ha il merito, comunque, di invitare tutti alla calma, non senza una punta d’ironia: “Vedete che capriccio vi sta facendo passare il vostro Gino, cari compaesani?”. Alle sei del mattino la lunga colonna di auto ricomincia a muoversi. Tre ore dopo, siamo a Düsseldorf.

Fine del viaggio. Dal pullman scendono gli ultimi passeggeri, compreso il reporter che si affretta a chiamare un taxi per non perdere il volo del ritorno in Italia. Prima di arrivare all’aeroporto, il tassista chiede: “Are you italian?”. “Yes, I’m sicilian”. Orgogliosamente.

Fonte: http://www.ilsudmagazine.it

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