
Tra tesi precostituite, teoremi giudiziari e instrumentalizzazioni politiche, la giustizia si arrende all’impossibilità di darci un riquadro probatorio certo sugli eccidi di Capaci e Via D’Amelio
Non avremo mai una verità giudiziaria sulle stragi del 1992, poiché le tesi precostituite non portano da alcuna parte. Il filone d’inchiesta mafia-appalti non si discosta da questa dinamica, poichè anch’esso è stato infine archiviato. Si continua a procedere sulla base di forzature logiche, in assoluta mancanza di elementi probatori idonei a dimostrare che tale vicenda sia stata la causa diretta degli eccidi. Ciò che risulta ancor più grave è l’operato della procura nissena che nel proclamare l’intento di perseguire una verità storica – compito che ci si domanda se spetti davvero a un organo inquirente – e nel condurre una ricostruzione fondata su un’unica causa escludente, rifiutando di allargare il raggio delle indagini, finisce di fatto per ostacolare la possibilità che in futuro siano gli storici a consegnarci quella verità che la giustizia non è stata in grado di offrire.
Non vi è verità assoluta se non quella dogmatica, appannaggio della fede e preclusa al dominio del vaglio razionale e dell’indagine umana. Che sia forse per questa natura che oggi, spostando l’accertamento dei fatti sul piano dell’etica e della morale, si finisce per accordare a talune esternazioni – capaci di toccare corde umane profonde – un valore e un’autorevolezza paragonabili a quelle che si riserverebbero a un testo sacro?
Le stesse verità, siano esse storiche o giudiziarie, sono per loro natura imperfette e parziali. La valenza della verità giudiziaria risiede unicamente nel rigore delle prove materiali e procedurali, non nelle mere ricostruzioni logiche o nelle suggestioni indiziarie, e la verità storica deve potersi attenere con imparzialità all’insieme della documentazione e delle testimonianze riconducibili al preciso periodo analizzato. Un’impostazione che oggi concentra l’attenzione su un solo tema, forzando la visione d’insieme su una sola direzionbe, risulterà domani inesorabilmente falsata per qualsiasi storico che volesse davvero approfondire l’argomento e restituirgli complessità.
Non posso dunque che convenire con le lucidissime considerazioni espresse da Ermes Antonucci su Il Foglio, laddove evidenzia come l’esito dell’inchiesta nissena sul filone mafia-appalti si traduca, nei fatti, in uno “zero spaccato”, la medesima espressione con la quale il procuratore Salvatore De Luca aveva liquidato la cosiddetta pista nera; eppure, a distanza di mesi, lo stesso giudizio si applica all’ipotesi che la gestione dell’indagine sui pubblici appalti abbia rappresentato la concausa determinante dei massacri del 1992. Ma se il filone mafia-appalti viene indicato come semplice concausa, quali altri fattori avrebbero concorso a determinare l’orchestrazione delle stragfi? È proprio questo l’interrogativo fondamentale su cui cala il silenzio e che nessuno, allo stato attuale, appare in grado di chiarire.
Come si evince dall’articolo di Antonucci, nonostante il giudice per le indagini preliminari Santi Bologna abbia disposto l’archiviazione per gli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone e per il generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti, il decreto di archiviazione si rivela un trionfo della tesi precostituita che asseconda le impostazioni della procura attraverso spunti storiografici e moraleggianti, piegando i fatti e incorrendo in evidenti contraddizioni. La convinzione che l’interesse di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per il fascicolo mafia-appalti costituisca una concausa delle stragi viene riaffermata senza apportare alcun nuovo elemento probatorio, limitandosi a riciclare passaggi di sentenze passate e documenti già noti, mentre manca la prova che Cosa nostra abbia percepito tale indagine come una minaccia imminente al punto da accelerare l’esecuzione dei delitti. Confondere la pericolosità potenziale di un’inchiesta con la sua efficacia causale sul piano stragista è un vizio logico imperdonabile.
A ciò si aggiungono illazioni prive di riscontro, come quella secondo cui Borsellino sarebbe stato volutamente tenuto all’oscuro della richiesta di archiviazione firmata il 13 luglio 1992 da Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, una conclusione alla quale il gip giunge basandosi sulle discordanze delle testimonianze rese al CSM nel 1992, tra le quali risalta persino l’inattendibilità attribuita alle dichiarazioni del procuratore De Luca.
A questo medesimo ordine di riflessioni si salda la passata autorevole lettura del professor Giovanni Fiandaca, il quale aveva lucidamente declassato la centralità del dossier mafia-appalti a mero “mito” storiografico e giudiziario.
L’analisi di Fiandaca si è inoltre spinta a evidenziare una serie di aspetti fondamentali,, a partire dai rischiosi cortocircuiti istituzionali che si generano quando la magistratura e la Commissione parlamentare Antimafia procedono in parallelo sulle medesime vicende, determinando così un concreto pericolo di sovrapposizione e confusione delle indagini, con ricadute negative sul rispetto delle garanzie individuali e della reputazione dei singoli soggetti coinvolti. In tale contesto, la natura politica dell’organo parlamentare non la esime affatto dal rispetto dei rigorosi vincoli giuridici e costituzionali.
Una condizione che si è puntualmente riproposta durante le audizioni del procuratore nisseno davanti alla Commissione Antimafia, aventi a oggetto proprio i moventi della strage di Via D’Amelio e il supposto ruolo dell’inchiesta mafia-appalti quale causale dell’eccidio, in cui si inseriva il procedimento a carico degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone per l’ipotesi di favoreggiamento aggravato. Un’iniziativa giudiziaria – secondo Fiandaca – che ha suscitato profondo sconcerto soprattutto per la manifesta prescrizione del reato contestato, ponendo un interrogativo giuridico sulla legittimità di indagini per reati già estinti.
La stessa richiesta di archiviazione ammette del resto la natura ambigua, complessa e contraddittoria del materiale indiziario, incapace di escludere ulteriori concause – non indicando quali – e fisiologicamente minato dall’essere stato ripreso a oltre trent’anni di distanza dai fatti. Nasce così il sospetto che il reale obiettivo di simili riaperture vada oltre l’aspetto penalistico, sconfinando nell’emissione di giudizi di disapprovazione morale sull’operato della procura palermitana dell’epoca. Una deriva – conclude Fianadaca – confermata dall’ambigua formulazione con cui la procura nissena ha dichiarato estranea alle proprie competenze l’attribuzione di meriti o demeriti per gli anni successivi alla gestione di Pietro Giammanco, lasciando implicitamente intendere che spetti invece alla magistratura inquirente esprimere giudizi etici sulle condotte professionali maturate durante la direzione di quel preciso procuratore.
Paradossalmente, attenendomi ai fatti ed essendoi stato tra i fautori della necessità di ripartire da mafia-appalti per meglio comprendere interessi, dinamiche e soggetti, in particolare quelli esterni al mondo criminale, non avendo lesinato in passato critiche ai magistrati di quel periodo, e anche a quelli successivi, non posso fare a meno di notare come dall’emissione di giudizi di disapprovazione morale sull’operato di alcuni, si è giunti oggi a un quadro irrimediabilmente inquinato dal valore strumentale assunto dalle diverse parti politiche coinvolte. La ricerca della verità sulle stragi del 1992 è diventata così il terreno di uno scontro ideologico in cui ogni fazione adotta o rigetta le tesi giudiziarie non sulla base del rigore probatorio, bensì in funzione del proprio tornaconto politico e propagandistico.
Come sosteneva Oscar Wilde, «la verità non è quasi mai pura e non è mai semplice». Un monito che risuona oggi più che mai attuale, di fronte alla pretesa di racchiudere la tragica complessità della storia repubblicana all’interno di schemi rigidi, narrazioni di parte o verità di comodo.
Eppure, nonostante ciò, oggi mi sentirei sicuro di poter affermare di conoscere un’unica, incrollabile verità: la verità è che non conosceremo mai la verità.
Gian J. Morici