Il caso Caltanissetta e le spaccature della famiglia sulla pista dei mandanti esterni

La vicenda ricostruita dall’articolo di Today.it riguarda la presa di posizione dell’avvocato Fabio Trizzino, legale dei tre figli di Paolo Borsellino (Lucia, Manfredi e Fiammetta) e marito di Lucia. Le sue parole risuonano come la voce ufficiale dei familiari più stretti del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio nel 1992 insieme agli agenti della scorta.
Il procedimento penale a Caltanissetta, presieduto dal giudice dell’udienza preliminare Santi Bologna, trae origine da un coordinamento tra procure scaturito dall’analisi delle intercettazioni in carcere del boss mafioso Giuseppe Graviano, condannato all’ergastolo come organizzatore degli attentati.
Nel corso dell’udienza del 15 giugno 2026, il pubblico ministero della Procura di Caltanissetta, Pasquale Pacifico, ha ribadito la richiesta di archiviazione dell’inchiesta. Secondo l’accusa, non sussisterebbe alcuna correlazione tra l’accelerazione dell’attentato di via D’Amelio e presunti interessi del gruppo Fininvest legati all’acquisto dell’intero girato dell’intervista rilasciata dal magistrato, dal momento che tali trattative commerciali sarebbero iniziate soltanto nel 1998, ovvero sei anni dopo la strage.
A opporsi alla richiesta di archiviazione è invece l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato. Secondo la difesa di Salvatore Borsellino, la Procura avrebbe tralasciato l’acquisizione e l’approfondimento di documenti e dichiarazioni ritenuti cruciali, inclusi atti già presenti nei fascicoli dei procedimenti di Firenze, le cui inchieste su Dell’Utri per le stragi del 1993 sono state comunque archiviate.
Durante l’udienza, l’avvocato Repici ha sottolineato il ruolo svolto all’epoca da Marcello Dell’Utri, evidenziando come il 19 luglio 1992 fosse già impegnato nella costruzione del progetto politico che avrebbe in seguito guidato il Paese. Il legale ha richiamato le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano e le sentenze definitive che attestano la condotta di Dell’Utri fino alla fine del 1992 per concorso esterno in associazione mafiosa, sostenendo che un’eventuale conoscenza preliminare di quell’intervista nell’entourage di Berlusconi e Dell’Utri avrebbe inevitabilmente generato forte allarme in chi stava avviando tale iniziativa politica.
Di parere opposto è l’avvocato Fabio Trizzino. Il legale dei tre figli di Paolo Borsellino non solo si è associato alla richiesta di archiviazione formulata dalla Procura, ma ha sostenuto una difesa decisa della posizione degli indagati.
In particolare, l’avvocato Trizzino ha assunto una linea difensiva a favore di Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia ed ex senatore condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (pena scontata nel 2019) e tuttora indagato come presunto mandante delle stragi. Questa presa di posizione, così come la precedente difesa nei confronti del terrorista neofascista Paolo Bellini, appare particolarmente inaspettata. Al centro del procedimento giudiziario su Dell’Utri c’è infatti la celebre intervista rilasciata da Paolo Borsellino il 21 maggio 1992 nella quale il magistrato faceva riferimento a indagini riservate riguardanti proprio i rapporti tra Vittorio Mangano, Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
Nel suo intervento davanti al giudice, Trizzino ha dichiarato la totale implausibilità di un coinvolgimento di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi nelle stragi di Capaci e via D’Amelio. Inoltre, il legale ha affermato che la celebre intervista rilasciata dal magistrato il 21 maggio 1992 ha subito un’evidente e grave alterazione, la quale avrebbe stravolto in modo completo il reale pensiero del giudice.
L’avvocato Fabio Trizzino ha poi ribadito il proprio punto di vista con fermezza, affermando di aver atteso trent’anni prima di rendere pubbliche tali considerazioni, definendo falsa l’impostazione emersa da quel colloquio, sottolineando come lo stesso magistrato non era infallibile. Secondo Trizzino, le affermazioni di Borsellino circa l’esistenza di un’indagine a Palermo su Dell’Utri e Berlusconi non rispondevano al vero, poiché il giudice non si stava occupando in quel periodo né di loro due né di Vittorio Mangano.
Inoltre, l’articolo evidenzia il contesto delle relazioni dell’avvocato Fabio Trizzino facendo riferimento alla sua partecipazione nel comitato d’onore di un premio al quale è presente anche Giuseppe De Donno, ex colonnello dei carabinieri del ROS guidato da Mario Mori e Antonio Subranni.
È ormai evidente come la vicenda giudiziaria e storica delle stragi del 1992 continui ad assumere una spiccata connotazione politica, come dimostra anche la collocazione dell’articolo all’interno della rubrica “Dossier – Verso le elezioni” del giornale online Today.
In questo quadro, la posizione espressa dall’avvocato Fabio Trizzino tende a ridimensionare o escludere qualsiasi coinvolgimento di soggetti o poteri esterni a Cosa Nostra. Una impostazione che appare in aperta controtendenza non solo rispetto alle motivazioni della sentenza di appello sul depistaggio delle indagini di via D’Amelio (poi confermata dalla Corte di Cassazione), nella quale si richiamava la presenza di convergenze e presenze esterne coperte dalle condotte svianti dell’ex questore Arnaldo La Barbera, ma anche rispetto a quanto emerso nel decreto di archiviazione del filone mafia-appalti, in cui lo stesso giudice per le indagini preliminari definiva quella vicenda un complesso crocevia di interessi esterni alla sola organizzazione mafiosa.
Mentre si attende la decisione finale del giudice dell’udienza preliminare di Caltanissetta sulla richiesta di archiviazione, la vicenda conferma come, a distanza di oltre trent’anni, ogni nuovo capitolo giudiziario sulle stragi del 1992 sia destinato a far discutere e a riaccendere lo scontro sulla ricostruzione storica di uno dei momenti più bui della Repubblica, allontanandoci forse sempre di più dalla verità.
Gian J. Morici