
Chi bolla come eresia ogni ipotesi sui livelli deviati dello Stato dimentica che sono i giudici nei processi e i pm di Caltanissetta a tracciare scenari ben più complessi della favola della sola mafia.
Quanto è meravigliosa la certezza del granitico realismo giornalistico, quello che non tentenna mai, che marcia a passo di carica sulle autostrade della verità inconfutabile e che bolla con supremo disprezzo qualunque ipotesi di scenario complesso come “terrapiattismo applicato all’inchiesta”. È bello vivere in un mondo cosi lineare, dove la realtà si divide esattamente con la manetta di un interruttore che mette da una parte le verità scolpite nella pietra (i Dieci Comandamenti dei mafio-appaltisti) e dall’altra la pura fantascienza di chi osa ancora farsi due domande.
Tutto è molto semplice, se ci si accontenta delle apparenze, come i cosiddetti “fatti accertati”, quelli che contano perchè incontestabili, perchbè privi del contagio delle chiamate in correità dei soliti pentiti. Peccato che, se si facesse l’esercizio logico di depurare decenni di maxi-processi e sentenze d’appello e Cassazione da ogni dichiarazione di collaboratore di giustizia, la montagna di fatti di mafia si ridurrebbe a un pugno di macerie, tracciati telefonici, perizie balistiche, impronte digitali e ritagli di giornale. Togli i pentiti e non avresti la struttura di Cosa Nostra, non avresti le gerarchie della Cupola, non avresti le dinamiche del mandamento di Brancaccio, né i dettagli delle riunioni antecedenti alle stragi. Quanti Riina, Provenzano o Messina Denaro sono stati trovati con la pistola fumante tra le mani? Quanti sono stati arrestati mentre partecipavano a summit di mafia?
E poi c’è lo spassoso capitolo della credibilità a fasi alterne, quella specialità tutta nostra in cui certa stampa eccelle con virtuosismo acrobatico degno dei migliori trapezisti dei gloriosi circhi Orfei. Quando un pentito come Maurizio Avola si sveglia e sostiene di essere stato lui in persona l’uomo misterioso in via D’Amelio – quello che Gaspare Spatuzza non riconosceva e indicava come estraneo a Cosa Nostra e verosimilmente legato ai servizi – parte il carosello delle prime pagine con i titoloni: “Avola smentisce la pista dei servizi. Fine del mistero!”. Tutti ad applaudirlo come l’oracolo della verità, ma guardacaso, quando lo stesso Avola dichiara di aver partecipato ad altri omicidi ed esecuzioni direttamente per conto degli apparati di sicurezza deviati, improvvisamente cala un calmo, imbarazzato, chiarissimo silenzio. Lì Avola è inattendibile, mitomane e farneticante? Una credibilità a rubinetto aperto quando conviene all’ipotesi preconfezionata, chiuso a chiave quando rischia di allargare il quadro oltre il dovuto.
Ma il capolavoro della satira involontaria si consuma quando questa stessa stampa entra in ansia da prestazione di fronte ai colleghi giornalisti. L’idea che la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ospiti una conferenza dal titolo “Stragi. Diritto alla verita” su iniziativa di trentatre firmatari – rei di pretendere che la Commissione Antimafia indaghi senza paraocchi anche sui possibili mandanti esterni – viene vissuta come un’eresia intollerabile. Un’isteria di massa da terrapiattisti. Perche guai a chi dubita della versione Mafia-appalti e solo mafia, che è certamente la più rassicurante.
Già, infatti quando il giudice Borsellino diceva alla moglie di chiudere le finestre perché da Castel Utvegio potevano vederli dentro casa, era per timore che a Castel Utvegio vi fossero gli uffici di qualche ditta appaltante per lavori autostradali.
C’e solo un piccolo problema per chi si è arroccato dietro la rassicurante unica pista, ovvero che persino la dura realtà giudiziaria si ostina a rovinare le narrazioni troppo semplici. Chi ha sempre e solo difeso la tesi dell’isolamento mafioso pura e semplice, dimentica di citare le motivazioni delle sentenze d’appello e di Cassazione sul depistaggio di via D’Amelio, dove i giudici usano inchiostro indelebile per parlare chiaro di “servizi deviati”, di “apparati” e di interessi estranei a Cosa Nostra che hanno orchestrato la più grande fabbrica di false verità della storia repubblicana. Termini che poco si adattano alla favola della sola mafia e del “nido di vipere”, le cui responsabilità rimangono innegabili.
E ora arriviamo al paradosso dei paradossi. La stessa Procura di Caltanissetta – tirata da sempre per la giacchetta da chi voleva dimostrare che l’unica causale fosse il dossier Mafia e Appalti – nel momento in cui chiede e ottiene l’archiviazione di quel fascicolo, mette nero su bianco valutazioni devastanti. I pm De Luca e Pacifico evidenziano infatti come sia “altamente plausibile” che Paolo Borsellino abbia allarmato una pluralità di soggetti con il suo intervento a Casa Professa, ponendo l’indagine sugli appalti come un crocevia in cui si intrecciavano non solo interessi mafiosi, ma anche “politici, imprenditoriali e, presumibilmente, massonici”.
Ma questa non è l’Opinione nè il Dubbio di chi crede solo nella pistola fumante del mafioso (mai catturato in queste circostanze) e vede in chi ha un pensiero diverso un terrapiattista degno di miglior causa.
A questo punto la domanda sorge spontanea e va rivolta ai guardiani della Bibbia mafio-appaltista: come la mettiamo con il terrapiattismo? Soffrono di terrapiattismo anche i magistrati di Caltanissetta che fortunatamente – e sottolineo fortunatamente – ipotizzano presenze e trame massoniche attorno alle stragi? Sono terrapiattisti i giudici dei tribunali che hanno firmato sentenze passate in giudicato parlando di apparati infedeli dello Stato coinvolti nei depistaggi?
Se un domani le indagini dovessero spingersi ancora più a fondo sui livelli deviati degli apparati, per certi alfieri della verità preconfezionata le notti si faranno davvero molto lunghe e insonni, e a quel punto, per disperazione, non rimarrà loro che chiedere un Trattamento Sanitario Obbligatorio per le Procure, per i giudici e per chiunque rifiuti di credere alla favola delle stragi fatte da quattro pecorai armati di tritolo.
“Non tutti lo sono, non tutti ci sono” come recita la frase incisa sul muro del manicomio di Agrigento. E per rimanere in tema agrigentino, mi piace ricordare Luigi Pirandello: “Ma guardi signora è facilissimo, le insegno io ad esser pazza. Basta gridare la verità in faccia a tutti, loro non ci crederanno e ti prenderanno per pazza.”
Chissà se Pirandello fosse consapevole di quanta verità c’era nelle sue parole.
Ad alcuni soggetti, ai quali vorrei dedicare una frase dello psicoterapeuta Frederick S. Perls, darei anche un titolo nobiliare, poiché se l’analfabetismo funzionale valesse come blasone, sfilerebbero con il titolo di principi ereditari. Purtroppo il mio avvocato mi ha detto che al momento è troppo impegnato…
Gian J. Morici