
Il presidente americano Donald Trump ha reso noto tramite un messaggio sul social Truth di aver concesso altre due settimane di tempo prima della scadenza fissata per l’Iran, sospendendo le azioni militari, ma a patto che l’Iran garantisca l’accesso libero, rapido e protetto allo Stretto di Hormuz. Anche il governo di Teheran ha accettato la proposta, spinto anche dalla mediazione della Cina che ha chiesto alle autorità iraniane di abbassare la tensione. La decisione di fermare le operazioni sarebbe stata avallata dal leader supremo Mojtaba Khamenei.
È importante sottolineare come l’intesa per questa tregua sia stata raggiunta proprio a ridosso della scadenza del termine ultimo imposto da Trump, espresso in toni drammatici sul suo profilo social, arrivando a paventare la distruzione di un’intera civiltà che, a suo dire, rischiava di svanire per sempre in quella notte, pur ribadendo di non desiderare un esito così nefasto.
Stando a quanto dichiarato da Trump su Truth, questa pausa di quattordici giorni servirà a discutere un piano composto da dieci punti presentato direttamente dall’Iran, dopo che Teheran ha rifiutato la precedente iniziativa americana articolata in quindici punti, e ha risposto con la propria controproposta. Resta ora da chiarire quali siano i singoli termini iraniani che Washington ha deciso di accettare per avviare il dialogo.
Le richieste presentate dall’Iran prevedono innanzitutto un impegno formale degli Stati Uniti a non intraprendere alcuna aggressione militare. Teheran esige inoltre di mantenere la sovranità sullo Stretto di Hormuz e il diritto di continuare l’arricchimento dell’uranio per scopi nucleari, mentre sul fronte economico e diplomatico, il piano richiede l’annullamento di ogni tipo di sanzione, sia quelle dirette verso il Paese che quelle contro i partner commerciali stranieri. Si pretende poi la cancellazione di tutte le risoluzioni contrarie adottate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dall’Aiea riguardo al dossier nucleare. Infine, l’Iran domanda risarcimenti per i danni bellici subiti, l’allontanamento delle truppe americane dal Medio Oriente e l’interruzione delle ostilità su ogni fronte, incluso quello tra Israele e Hezbollah.
È sulla base di queste richieste che Trump ha accettato la negoziazione.
Dopo aver annunciato la sua vittoria, Donald Trump ha duramente attaccato la CNN attraverso il suo profilo su Truth, accusando l’emittente di aver diffuso una falsa dichiarazione attribuita al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, secondo cui Teheran avrebbe trionfato sugli Stati Uniti. Secondo Trump, tale notizia sarebbe del tutto inventata e perverrebbe da un sito web nigeriano dedito alla disinformazione, e per questo motivo, ha intimato alla rete televisiva di cancellare il contenuto, minacciando di avviare al più presto un’inchiesta sul caso.
Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha però rivendicato la propria vittoria, sostenendo che Washington ha accettato integralmente le loro richieste, acconsentendo a lasciare il controllo dello Stretto di Hormuz all’Iran, a corrispondere risarcimenti economici, a eliminare le sanzioni, a permettere il proseguimento dell’arricchimento dell’uranio e a ordinare il ritiro delle proprie forze armate dal Medio Oriente.
Secondo quanto riferito dall’Associated Press, che cita alcune fonti informate, l’intesa per la tregua di due settimane include la possibilità per Iran e Oman di imporre pedaggi alle imbarcazioni che attraversano lo Stretto di Hormuz. Stando alle indiscrezioni, Teheran avrebbe intenzione di utilizzare le entrate derivanti da tali gabelle per finanziare i lavori di ricostruzione nel Paese.
Per comprendere come Donald Trump abbia inquadrato il risultato come una vittoria netta, nonostante debba confrontarsi con il piano in dieci punti proposto da Teheran, basta osservare la posizione del presidente statunitense. È infatti Trump a decidere di accogliere tale proposta iraniana come punto di partenza per avviare i negoziati, rendendola così la base su cui costruire l’intera trattativa. Come dire che la parola fine è spettata a lui, accettando i diktat di Teheran.
Nonostante ciò, il leader americano ha pubblicamente definito l’intesa raggiunta come un successo assoluto per gli Stati Uniti, riservandosi però il diritto di riprendere le ostilità nel caso in cui i termini dell’accordo non dovessero rivelarsi soddisfacenti.
La strategia di Donald Trump è stata duramente contestata, venendo etichettata da molti come un fallimento mascherato da vittoria, e le critiche arrivano non solo dal fronte democratico, ma anche da diversi esponenti repubblicani, che guardano con grande scetticismo all’accordo raggiunto. L’operato del presidente ha infatti generato danni economici per miliardi di dollari, destabilizzato i mercati energetici globali e spinto il mondo sull’orlo di un conflitto su larga scala, causando inoltre perdite umane e la distruzione di diverse infrastrutture e mezzi militari statunitensi.
Sul versante democratico, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha duramente criticato Trump per aver minacciato un genocidio ai danni del popolo iraniano, ribadendo che, a suo avviso, una simile condotta dovrebbe portare alla sua rimozione dall’incarico, mentre molti altri esponenti del partito vedono con estrema diffidenza la tregua. Ro Khanna sostiene che il presidente abbia solo compiuto una marcia indietro priva di meriti, mentre Chris Murphy evidenzia come la confusione tra le versioni di Washington e Teheran getti ombre sull’efficacia dell’intesa. Infine, viene sottolineato come Trump abbia ceduto il controllo dello Stretto di Hormuz all’Iran, una concessione strategica che il Paese non aveva ottenuto prima dell’inizio delle ostilità.
Il fallimento della strategia bellica di Trump e dei suoi alleati israeliani è evidente nelle contraddizioni del presidente americano. Nonostante le dichiarazioni su un presunto cambio di regime e sulla presenza di nuovi leader più trattabili, la realtà mostra una repressione interna spietata, con la minaccia di esecuzioni immediate per chiunque protesti, dimostrando che l’obiettivo di destabilizzare politicamente l’Iran dall’interno è completamente fallito.
Anche la speranza di aver reso il paese meno radicale si scontra con il timore, espresso dallo stesso Trump, che Teheran possa ancora distruggere Israele e l’intero Medio Oriente. I nuovi vertici iraniani appaiono identici ai precedenti, ma con una maggiore consapevolezza del proprio potere di ricatto globale grazie al controllo dello Stretto di Hormuz.
Sul piano militare, dopo sei settimanee di conflitto, i risultati sono deludenti rispetto ai piani iniziali. Nonostante i raid contro obiettivi strategici e scienziati, l’Iran ha risposto con missili più potenti e testate diversificate, mantenendo la capacità di colpire nonostante i bombardamenti alle basi di lancio.
Un fallimento strategico totale su tre fronti chiave. L’invasione curda che non è mai partita, gli alleati regionali che non sono scesi in campo a fianco degli Stati Uniti e, soprattutto, l’Iran che conserva ancora intatte le sue riserve di uranio arricchito.
La vittoria di Pirro, rispetto quella di Trump, fu un autentico successo. Storicamente, Pirro ottenne successi militari reali pagando però un prezzo umano e materiale così alto da condannarsi alla sconfitta finale, ma nel caso di Donald Trump, siamo dinanzi una vittoria puramente verbale e mediatica, attraverso i suoi post sui social, che tentano di costruire una narrazione di trionfo totale, ma la realtà dei fatti descrive una disfatta su ogni fronte strategico.
Una “vittoria” che esiste solo nei titoli dei giornali e nelle dichiarazioni della Casa Bianca. Una maschera di retorica usata per coprire una serie di concessioni senza precedenti. Se Pirro uscì dal campo di battaglia indebolito ma tecnicamente vincitore dello scontro, Trump ne esce avendo ceduto tutto ciò che si era proposto di distruggere, aggiungendo maggiori concessioni all’Iran di quante non avesse prima, trasformando una cocente sconfitta in quella che presenta come una conquista.
Dopo quanto accaduto, sorge spontaneo interrogarsi sulla credibilità che gli Stati Uniti potranno ancora vantare agli occhi delle nazioni del Golfo e della comunità internazionale. Chi potrà continuare a riporre fiducia in una potenza che è arrivata a sfiorare un conflitto mondiale senza aver minimamente ponderato i rischi e le drammatiche ricadute delle proprie azioni? L’auspicio collettivo è che questa tregua segni il termine definitivo alla follia dimostrata dalle leadership americana e israeliana.
Reggerà la tregua? Si trasformerà in una pace duratura? Difficile dirlo, ed è difficile essere ottimisti. A meno che non siano gli stessi Stati Uniti a fermare Trump, in qualsiasi modo, purchè lo facciano.
Gian J. Morici