
C’è un’arte sottile e tutta italiana che si liquida spesso con il nome di benpensantismo, ma che in realtà è solo il sintomo di una profonda vacuità, ed è l’arte di vivisezionare le parole di chi denuncia, pur di non guardare in faccia la realtà che quelle parole descrivono. Quando mancano gli argomenti, quando la sostanza infastidisce, ecco che ci si trasforma improvvisamente in puristi del linguaggio, dispensatori di galateo istituzionale e maestrini dalla penna rossa.
L’ultimo esempio di questa ginnastica retorica arriva da chi si è risentito per l’espressione “disgraziato paese”, usata dal magistrato Nino Di Matteo, definendola una formula “ingiusta” e “infelice”, quasi un insulto al patriottismo, spiegando con il tono paternalistico di chi vuole insegnare come ci si comporta in società, che l’Italia ha certamente dei problemi, ma che liquidarla come “disgraziata” rischia di alimentare sfiducia e disillusione.
Peccato che chi muove queste critiche mostri una memoria corta, o forse drammaticamente selettiva.
Bisognerebbe infatti ricordare a questi censori delle forme che il 25 giugno 1992, nella chiesa di San Domenico a Palermo – in occasione di una veglia in memoria di Giovanni Falcone, massacrato poco più di un mese prima a Capaci – un altro magistrato pronunciò parole destinate a rimanere scolpite nella storia. Quel magistrato era Paolo Borsellino, e la sua voce non tremava quando disse:
“Disgraziata”. Lo disse Borsellino, un uomo che da lì a poche settimane avrebbe pagato con la vita la sua fedeltà allo Stato. Un uomo che amava la sua terra a tal punto da morire per essa, ma che non per questo scelse la via del maquillage linguistico o della rassicurazione di maniera. Borsellino conosceva il peso delle parole, ma conosceva soprattutto il peso della verità. Sapeva che una terra insanguinata, tradita da depistaggi, silenzi e complicità, non la si salva con gli eufemismi, ma chiamando le cose con il loro nome.
Oggi, invece, assistiamo allo spettacolo ridicolo di chi preferisce scandalizzarsi per un aggettivo anziché per le zone d’ombra che ancora avvolgono la storia di questo Paese, preferendo dibattere sull’opportunità sintattica o sul “senso di appartenenza nazionale”, piuttosto che interrogarsi sul perché, dopo oltre trent’anni, certe ferite rimangano aperte e certi interrogativi senza risposta.
È la classica tattica del guardare il dito mentre qualcuno indica la luna. Quando non si hanno argomenti per entrare nel merito delle questioni, quando denunciare la corruzione e la criminalità diventa sgradito a certi equilibri, ci si appiglia al galateo. Si pretende che chi combatte in trincea usi il linguaggio felpato dei salotti, preferendo nascondere la polvere sotto il tappeto o offendendosi per un aggettivo doloroso. L’Italia la si difende avendo il coraggio della verità. Quando non si ha nulla da dire sul merito dei problemi, sarebbe il caso di tacere.
Gian J. Morici