
Quando la richiesta di approfondire le piste esterne viene bollata come dogma ideologico, il rischio è trasformare la stampa da cane da guardia della democrazia a cagnolino da salotto.
A trentaquattro anni di distanza dalle stragi del 1992, il dibattito sulla ricerca della verità per Capaci e Via D’Amelio continua ad accendere gli animi e a dividere l’opinione pubblica, chiamando in causa direttamente il ruolo dell’informazione.
Ha fatto discutere la scelta della Federazione Nazionale Stampa Italiana e di diversi giornalisti di sostenere una lettera aperta indirizzata al Presidente della Repubblica e alla Commissione Antimafia per chiedere di non accantonare la pista che porterebbe all’estremismo di destra e ai contesti eversivi, con una parte del giornalismo che solleva il dubbio sulla tenuta metodologica di tale mobilitazione, chiedendosi se non si stia rischiando di inseguire teoremi ideologici anziché fermarsi al rigido vaglio dei riscontri giudiziari e degli atti di procura, privilegiando una narrazione suggestiva, col rischio di alimentare quello che viene definito un depistaggio culturale, sovrapponendo i desideri alla complessità dei fatti.
Dall’altra parte, però, si manifestano interrogativi di segno opposto che mettono in discussione proprio questo presunto rispetto incrollabile per la sola verità della procura di turno. Ci si chiede infatti per quale motivo susciti così tanto accaloramento la richiesta di spingere le indagini oltre il perimetro di Mafia-Appalti, considerando che la storia giudiziaria delle stragi è intessuta di ombre e deviazioni gravissime, e a questo proposito, appare inevitabile richiamare le pronunce dei giudici e in particolare le risultanze sul depistaggio di Via D’Amelio.
La stessa Corte di Cassazione ha confermato le ricostruzioni dei gradi precedenti, certificando la presenza di apparati e soggetti esterni a Cosa Nostra nella pianificazione ed esecuzione delle stragi o nei successivi depistaggi. Se le risultanze preliminari di una procura per alcuni dovrebbero essere intoccabili, come mai si tende invece a ridimensionare il valore di sentenze passate in giudicato che attestano scenari ben più ampi? C’e inoltre un richiamo storico che pesa sulla memoria collettiva, quello che all’epoca del depistaggio orchestrato attorno alla figura di Vincenzo Scarantino, parte del mondo giornalistico – che poi dichiarò di essere consapevole che fosse un falso collaboratore – scelse il silenzio per non entrare in conflitto con la magistratura inquirente dell’epoca, avallando di fatto uno dei più clamorosi sviamenti della storia repubblicana.
Proseguendo su questo filo conduttore, viene spontaneo spingere la riflessione ancora più a fondo e interrogarsi sulle conseguenze logiche dell’accettare l’idea che i giornalisti debbano astenersi dal sollecitare approfondimenti o dal chiedere indagini a più ampio respiro, limitandosi a prendere per oro colato soltanto la versione di una specifica Procura senza sollevare dubbi, quale sarebbe la deriva inevitabile?
Seguendo coerentemente il pensiero di chi vorrebbe tarpare le ali all’inchiesta giornalistica e ridurla a semplice cassa di risonanza delle tesi d’accusa del momento, non dovremmo forse tornare indietro nel tempo? Non dovremmo forse riavvolgere il nastro e tornare alla figura di Vincenzo Scarantino, alle indagini di allora e ai primissimi pronunciamenti giudiziari dell’epoca, per arrivare all’assurda conclusione di dover riabilitare quell’impianto accusatorio?
Se ci si fosse dovuto adeguare acriticamente alle verità provvisorie dell’epoca, accantonando le incongruenze e rinunciando a scavare oltre le spiegazioni di comodo, la storia stessa dei depistaggi non sarebbe mai venuta a galla. All’epoca vi furono giudici e investigatori che ritennero credibile il falso pentito Scarantino, e le prime decisioni giudiziarie recepirono quella narrazione poi rivelatasi completamente costruita a tavolino. Se nessuno avesse osato contestare quel teorema, pretendendo che si guardasse altrove e si cercassero i veri responsabili, oggi ci ritroveremmo con una verità di comodo preconfezionata e del tutto lontana dalla realtà dei fatti.
Rifiutarsi di chiedere oggi un raggio d’azione più ampio significa rischiare di ripetere esattamente quell’errore. La ricerca della verità non può essere imbrigliata dai confini di un singolo fascicolo o dal timore di mettere in discussione le tesi della magistratura inquirente. Il giornalismo d’inchiesta esiste proprio per evitare che la giustizia si adagi sulle spiegazioni più comode e per ricordare a tutti che, di fronte a ferite profonde come quelle delle stragi del 1992, la pretesa di andare fino in fondo non è un capriccio ideologico, ma un atto di dovere verso la storia e verso i cittadini.
In questo contesto, appare inevitabile porsi un ulteriore quesito di fondo sulla natura stessa dell’idea di informazione. Ci si deve chiedere se nei paesi democratici ed evoluti la stampa non sia storicamente definita e riconosciuta come il cane da guardia della democrazia, quella forza indipendente e scomoda il cui compito primario è proprio stimolare il potere, fare le bucce agli atti ufficiali, sollevare dubbi laddove altri vedono solo certezze e pretendere che la luce venga fatta anche sugli angoli più bui e inesplorati.
Osservando quanto accade oggi, il dubbio che sorge spontaneo èm quello che da noi si sta forse tentando di ridurre i giornalisti a innocui cagnolini da salotto. Cagnolini da far accomodare sul divano, pronti ad abbaiare soltanto quando viene loro indicato di farlo e a cuccia di fronte alle tesi ufficiali del momento. Quando si pretende che l’informazione si appiattisca sulle sole risultanze di una Procura e si giudica come un’ingerenza l’iniziativa di chi chiede di indagare su piste più complesse e sfaccettate, si rischia di snaturare la funzione sociale del giornalismo. Un cane da guardia che smette di ringhiare davanti alle incongruenze e si accontenta delle versioni di comodo smette di fare il suo mestiere, finendo per trasformarsi in un docile elemento d’arredo a tutela del quieto vivere, anziché della verità.
Gian J. Morici