
Ci sono notti dove non passa una macchina, né la campagna squarciata dalla statale, manifesta suoni, né si sollevano stelle nel cielo. C’è solo il vuoto. E allora perché riempire quel vuoto gridando? Tutto si svolge in silenzio, non quello beato del riposo, o della contemplazione, ma quello disgraziato della sopraffazione.
Immagina che, quando la vedranno al bordo della strada, penseranno alla volpe, o a una cerva, o a un gatto, forse un riccio, forse meno, una macchia scura sull’asfalto. Rovesciata sulla schiena cerca di aprire gli occhi, ma non riesce. Non intende difendersi. E come potrebbe. Qualcuno la solleva e poi lei vola. E nel salto l’aria che si smuove intorno al suo corpo le sembra lieve, finalmente qualcosa di lieve. La vita accade così, senza tanti discorsi e problemi. Qualcuno ti prende e ti butta nella scarpata. Non ci sono discorsi. I discorsi li scrivono gli scrittori, al caldo. E anche questo urto tra gli sterpi, questo cozzo di ossa e legni. Senza un grido. Si chiede solo se vedrà finalmente sua madre.
Passano le ore. Il cuore non cede. Il respiro è doloroso e impercettibile. Ma lei non si muove. Spera di morire. Sua madre non è arrivata, e la spaventa ricordare che anche lei è madre e che non vedrà più quella bambina. Lei stessa è ancora una bambina. Vorrebbe ridere ma sente tutte le lacerazioni del suo corpo. Morirà, deve assolutamente morire.
E invece arriva zia Elide a rovinarle il finale e a tirarla su dalla scarpata. C’è la polizia, c’è l’ambulanza e adesso, solo adesso, raccoglie il fiato dal fondo dei polmoni feriti e grida.
A proposito di Elide e di Stella.
La sera che Elide pensò di salire verso le arnie, in alto, era estate. Lei era giovane e svelta, e si arrampicava volentieri. Arrivata sul sentiero che poi conduceva all’alveare si era girata a guardare in basso la loro casa avvolta nell’oscurità. Credeva fossero tutti a dormire. Lei non riusciva. Aveva da poco cominciato a bere la sera, da sola, nella cucina rigovernata dalla cena della famiglia e dei braccianti. E quella sera non voleva bere. Doveva camminare, stancarsi. Il suo letto era ormai vuoto, e anche la sua testa sembrava una discesa senza appigli. Si inoltrò nel sentiero, tra arbusti e cespugli profumati, cicale che stridevano e poi tacevano. Alle spalle si era lasciata il fresco serale, la foresta di canne, arbusti, fioriture, tigli la avvolgeva. Le sembrò, ad un certo punto, che stesse cambiando di mondo e di tempo, che stesse attraversando un confine e per questo si sentì spaventata. Si girò di nuovo ma il riverbero di luce che giungeva dai lampioni della strada in fondo alla campagna, non si spingeva nel folto della vegetazione. Quando tornò a guardare il sentiero la vide. In un secondo di terrore tutto quello che era accaduto in quei mesi e che lei non aveva davvero registrato perché quasi sempre ubriaca, di vino e di dolore per la morte di suo marito, prese senso. Stella e il suo albero, pensò. Dondolava appena, come una fioritura esile, pronta a staccarsi dal ramo. Elide si tappò la bocca, Poi la depose dall’albero, con determinazione. Nessuna parola, C’era un posto, che conoscevano solo loro. Foglie, fasci di foglie odorose. Strappò i fiori che sapeva. L’accarezzò ruvidamente, Non stette a dire. Nessuno l’avrebbe ritrovata, nessuno avrebbe potuto far finta di dolersi. La strinse brevemente. E la lasciò alla terra. Che la nascondesse. Che la proteggesse. Finalmente.
A proposito di Elide e Adele
La lettera che poi aveva trovata, e l’aveva trovata nella sua camera, in uno dei posti segreti che solo le due sorelle conoscevano, Elide l’aveva tenuta per Adele. Stella era una contadina che si occupava delle api. A scuola non aveva avuto successo, e scriveva male. Ma solo davanti a quella lettera Elide aveva finalmente pianto.
Ed ora sulla panca dell’ospedale, aspettava. Che chi amava, almeno per una volta, non morisse.