
Benvenuti a Trumpland, l’unico posto al mondo dove l’ossigeno è gratis, ma solo se inspirate in font Times New Roman e ringraziate il proprietario di casa prima di espirare.
C’era una volta un’America che si accontentava di avere la faccia dei padri fondatori sui monumenti, ma George Washington era così Settecento, e Thomas Jefferson non ha mai avuto un reality show, da indurre Donald Trump a volere aggiornare il software nazionale. Perché limitarsi a governare un Paese quando puoi mettergli l’etichetta del prezzo e il tuo cognome in oro zecchino?
Prendiamo l’aeroporto Dulles di Washington o la Penn Station di New York, luoghi grigi, noiosi, pieni di gente che corre, non c’è brio, tutto piatto. Prova adesso a immaginare invece l’emozione di atterrare al “Trump International Airport”, dove probabilmente il metal detector ti fa l’occhiolino e il duty-free vende solo cravatte rosse lunghe fino alle ginocchia e bistecche ben cotte.
Ma il vero colpo di genio è il pass per i Parchi Nazionali 2026. George Washington e Donald Trump, fianco a fianco, da una parte colui che non sapeva dire le bugie, dall’altra colui che ha reso le verità alternative un prodotto da esportazione, anche in guerra. È un po’ come mettere sullo stesso poster una dieta ipocalorica e un buffet illimitato di cheeseburger, un accostamento audace, quasi mistico.
E che dire dei “Trump Babies”? Non sono bambini nati con il parrucchino – e nemmeno nati a Little Saint James, l’isola privata del finanziere Jeffrey Epstein – anche se il sospetto resta, ma i neonati beneficiari dei nuovi sussidi per la fertilità, ed è rassicurante sapere che, fin dal primo vagito, lo Stato ti ricorda a chi devi il tuo conto in banca. Prima impari a dire Trump, poi Mamma, perché l’ordine delle priorità è fondamentale per un cittadino modello della nuova era.
L’espansione del marchio non risparmia nemmeno la difesa. Le navi di classe “Trump” (si mormora che i nemici non verranno più bombardati, ma semplicemente sommersi da una serie di tweet passivo-aggressivi) con l’effigie del tycoon che alza il pugno sulla poppa sono il tocco di classe che mancava alla Marina degli Stati Uniti, stanca di quelle brutte navi grigie, senza nulla che spezzasse la monotonia del colore. Certo, diciamo che il presidente americano anche a questo un po’ ha provveduto, con i tanti suoi nei missili lanciati contro l’Iran. Volete mettere però lo spettacolo di un bel fungo atomico? E per chi vuole la residenza, ecco la “Trump Gold Card”, un milione di dollari per saltare la fila. In fondo, la Statua della Libertà ha sempre detto portatemi i vostri stanchi, i vostri poveri, ma ha dimenticato di aggiungere “purché abbiano un Platinum Credit Score”.
Persino la geografia deve arrendersi a Trump. Lo Stretto di Hormuz? Troppo difficile da pronunciare. Chiamiamolo Stretto di Trump, è molto più commerciale. Cosa rimane? Ah, già, il Grand Canyon… perché non rinominarlo Trump Hole? E la Luna, cosa ne facciamo? Potrebbe essere rivendicata come attico di lusso per i futuri uffici della Trump Organization nello spazio.
Ma Donald è un uomo romantico, non poteva non pensare a Melania, la sua adorata consorte, dedicandole un film-documentario. Peccato che in ultimo sembra ne sia venuto fuori un finto documentario di quelli fatti apposta per ridere, e fatto ancor più grave, non ha fatto cassetta. Eppure basterebbe poco. Un po’ dei file ancora secretati di Epstein, trasformerebbero il tutto in un film da botteghino assicurato.
Qualcuno dice che sia megalomania, altri dicono che sia un culto della personalità. Io preferisco pensare che Donald stia solo cercando di evitare che gli americani si dimentichino il suo nome. Sai com’è, dopo averlo scritto solo su grattacieli, casinò, bistecche, università, hotel e aerei, il rischio di un’improvvisa amnesia collettiva è sempre dietro l’angolo.
Gian J. Morici