
L’esito dell’ultimo referendum costituzionale mette a nudo il cortocircuito tra la comunicazione identitaria del centrodestra e la complessità della Carta fondamentale. Se la strategia del nemico immaginario funziona nel dibattito quotidiano, essa mostra i suoi limiti davanti a riforme che richiedono un’analisi razionale, portando a un astensionismo strutturale di una base elettorale più incline alla delega emotiva che all’approfondimento tecnico.
L’esito dell’ultimo referendum costituzionale non può essere letto solo attraverso la lente del diritto, ma richiede un’analisi sociologica sulla natura del consenso in Italia. Senza entrare nel merito dei singoli articoli della riforma, resta un dato di fatto strutturale. Quando si affrontano temi costituzionali, il centrodestra parte svantaggiato poiché la sua base elettorale fatica a mobilitarsi su concetti che non siano immediatamente traducibili in slogan o in uno scontro tra fazioni contrapposte.
Nella comunicazione politica contemporanea della destra, dominano i leader semplificatori, figure capaci di svuotare il linguaggio istituzionale per sostituirlo con messaggi elementari, creando una visione del mondo rassicurante e binaria, dove l’elettore si identifica nel leader perché quest’ultimo parla come lui, utilizza i suoi stessi intercalari e ne intercetta le frustrazioni quotidiane. Questa strategia di estrema sintesi, però, fallisce davanti alla complessità di una riforma della Carta fondamentale, dove la materia tecnica richiede uno sforzo di approfondimento che l’elettorato di destra, più incline alla delega emotiva che all’analisi razionale, non è sempre disposto a compiere.
Per sopperire a questa mancanza di profondità, i leader di governo attuali ricorrono sistematicamente alla creazione del nemico immaginario, un bersaglio collettivo verso cui convogliare il malcontento della propria base. Un’eredità diretta del berlusconismo, ma portata oggi a un livello di esasperazione ancora più marcato. Se un tempo Silvio Berlusconi si scagliava contro le toghe rosse e i magistrati definiti comunisti per giustificare le proprie vicende giudiziarie, oggi esponenti come Giorgia Meloni o Matteo Salvini hanno affinato questa tecnica del nemico da colpire per compattare i propri ranghi.
Le affermazioni dei rappresentanti dell’esecutivo seguono quasi sempre questo schema, e quando la Meloni parla di forze oscure che remano contro il cambiamento o quando Salvini attacca frontalmente i giudici che non convalidano i trattenimenti dei migranti, definendoli magistrati politicizzati o nemici della sicurezza nazionale, alimentano una narrazione identitaria che serve a nascondere la fragilità delle proposte. La strategia è chiara, se non puoi spiegare una riforma complessa a una base che non ha gli strumenti culturali per comprenderla, devi convincerla che quella riforma serve a sconfiggere un avversario cattivo.
Il problema sorge quando questa polarizzazione estrema si scontra con il voto referendario, al quale partecipa di più chi ha gli strumenti per farlo, ovvero un’istruzione superiore, mentre al contrario, chi ha un percorso scolastico limitato tende a restare ai margini della vita pubblica. Non è un caso se la cosiddetta generazione Z, ha un elevato tasso di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No.
Il fronte del No è stato particolarmente forte tra i cittadini con un alto livello di istruzione e le fasce d’età più giovani, dove il rifiuto è stato schiacciante (superando i due terzi tra i laureati), al contrario la tendenza si inverte tra le categorie socialmente meno favorite. Il Sì ha infatti ottenuto la maggioranza tra chi possiede solo il titolo elementare e tra le casalinghe, mentre la classe operaia si è spaccata quasi a metà tra le due posizioni.
Mentre infatti l’elettore di sinistra si reca alle urne spinto da una consapevolezza civica e da un’abitudine storica all’analisi dei testi, una parte consistente del centro e della destra finisce per restare a casa. La destra, di conseguenza, ha perso quella che doveva essere una propria battaglia identitaria. Una parte ha scelto il NO per convinzione personale, mentre una fetta, quella che avrebbe dovuto votare per mera appartenenza politica ai partiti di governo, ha scelto semplicemente di rimanere a casa.
Questo esito non indica necessariamente una fiducia assoluta dei cittadini verso l’assetto attuale o verso la magistratura, ma certifica una sfiducia ancora più profonda nei confronti della classe politica e della sua capacità di riformare il sistema. Ha pesato enormemente la percezione di un attacco alla Costituzione portato avanti da una maggioranza di governo priva di un ampio mandato parlamentare su questo specifico punto. L’assenza dell’obbligo di quorum ha poi alimentato il timore che qualsiasi governo futuro potesse agire indisturbato sulle regole del gioco, diffondendo nell’opinione pubblica la consapevolezza che trasformare la Costituzione in una sorta di carta straccia rappresenti un rischio sistemico per la tenuta democratica, portando anche i cittadini meno politicizzati, in particolare i più giovani con un livello culturale medio-alto, a percepire il pericolo di un indebolimento delle garanzie istituzionali.
Il fallimento referendario non deve essere interpretato come un’adesione acritica allo stato attuale, quanto piuttosto come il segnale di una frattura profonda tra le modalità del consenso popolar-identitario e la sacralità delle regole del gioco democratico. La strategia della polarizzazione permanente e della caccia al nemico — dalle toghe rosse alle forze oscure — si è rivelata un’arma spuntata di fronte a una materia che esige consapevolezza civica anziché appartenenza tribale. Senza una crescita culturale della propria base e una rinuncia alla retorica dello scontro frontale, la destra rischia di rimanere prigioniera del paradosso di essere egemone nelle urne politiche, ma incapace di incidere stabilmente sull’architettura dello Stato.
Gian J. Morici