
Tra il dossier mafia-appalti elevato a verità assoluta e lo scudo penale per le divise, emerge il disegno di una giustizia severa con la strada, garantista con i colletti bianchi e funzionale alla narrazione del potere.
Esiste un filo rosso, sottile ma pervasivo, che collega le aule giudiziarie, i palazzi della politica e persino i banchi di scuola. È la strategia di un governo che pare intenzionato a utilizzare ogni fatto di cronaca, ogni anniversario e ogni spazio informativo per piegare la realtà ai propri fini ideologici, con la costruzione di uno Stato di polizia e la revisione della storia recente del Paese.
L’ultimo esempio di questa “pedagogia di regime” arriva dagli incontri sulla legalità con le scolaresche, che vedono la partecipazione, oltre della presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, anche di altri fautori del dossier “mafia-appalti”, unico movente delle stragi di Capaci e via D’Amelio, ad opera soltanto di Cosa Nostra. Una semplificazione che, di fatto, rischia di cancellare dal dibattito pubblico le ombre sulle deviazioni istituzionali e le trattative oscure, offrendo una versione della storia più rassicurante e istituzionale, funzionale a chi oggi detiene il potere.
Un tentativo di riscrivere la storia delle stragi, esaltando esclusivamente la figura di quei magistrati che abbracciano, legittimamente, la teoria mafia-appalti, escludendo i legami tra mafia e apparati dello Stato, e screditando come teorema ogni pista riguardante le trattative oscure o i soggetti esterni.
La partecipazione di difensori legali di protagonisti del suddetto dossier – sui quali è anche aleggiato il dubbio di tentativi di influenzare la Commissione Antimafia – a eventi di partito e di propaganda al referendum sulla riforma della giustizia,crea un corto circuito tra chi deve testimoniare la storia e chi legifera, legittimando la politica che ottiene una certificazione storica che giustifica riforme sulla magistratura, come la separazione delle carriere. È certamente legittimo e fondamentale per la democrazia che esistano opinioni diverse in merito al referendum sulla giustizia, poiché il confronto tra tesi opposte arricchisce il dibattito pubblico su temi che toccano i pilastri dello Stato di diritto, ma portare una visione univoca nelle scuole significa educare le nuove generazioni a non porsi domande sulle zone d’ombra della Repubblica, offrendo una versione della storia semplificata e funzionale a chi oggi detiene il potere.
La riforma del sistema penale portata avanti dall’attuale governo segna un punto di svolta nel contrasto ai reati societari e contro la pubblica amministrazione. Attraverso una serie di interventi normativi, presentati spesso come necessità emergenziali per snellire la burocrazia, si sta assistendo a una progressiva depenalizzazione dei reati tipici dei colletti bianchi, disinnescando uno degli strumenti investigativi più efficaci della magistratura. In passato, infatti, proprio le indagini su irregolarità amministrative o reati finanziari rappresentavano la porta d’ingresso per gli inquirenti, permettendo di allargare il raggio d’azione verso fatti delittuosi ben più gravi, come scambi elettorali o infiltrazioni criminali negli appalti. Oggi, depotenziando queste figure di reato, si rischia di creare una zona d’ombra che garantisce l’impunità a settori strategici del potere economico e politico.
Mentre da un lato si invoca il pugno di ferro e l’uso delle forze dell’ordine per reprimere il dissenso sociale, dall’altro si sottrae alla magistratura la possibilità di scavare nelle zone grigie della gestione pubblica, applicando il massimno rigore per i reati di strada, ma garantendo una protezione normativa crescente per chi opera nelle alte sfere, con il rischio di compromettere definitivamente l’efficacia delle azioni di contrasto alla corruzione.
La celebre massima di Giovanni Falcone, “Segui il denaro e troverai la mafia”, così tanto spesso citata dai fautori di mafia-appalti, mette in luce un paradosso inquietante rimettendo in discussione quella lezione che permise di smantellare i vertici di Cosa Nostra colpendo i patrimoni e le transazioni finanziarie, basata sul presupposto della capacità della magistratura di entrare nei gangli dell’economia legale per scovare il malaffare.
Se il denaro è la traccia, i reati dei colletti bianchi sono spesso la scatola che lo contiene. Depenalizzare o limitare le indagini su reati come l’abuso d’ufficio o le irregolarità negli appalti significa, di fatto, tagliare il filo che Falcone suggeriva di seguire.
I mafio-appaltisti, ai quali sono tanto care le lezioni di Falcone e di Borsellino, non si accorgono di tutto questo; o Falcone e Borsellino vanno usati alla bisogna estrapolando solo ciò che fa giuoco alle parti?
Questa riscrittura non si limita ai libri di storia, traducendosi in norme presentate come necessità emergenziali, come nel caso del cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine, una misura invocata con forza dal governo sulla scorta di fatti di cronaca, adattati a uso e consumo da parte di chi vorrebbe anche utilizzare le forze dell’ordine per reprimere ogni forma di dissenso, abituandoci all’idea dell’impunibilità dell’agente di polizia, alla stregua di come negli Stati Uniti sta facendo il presidente Trump con l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) l’agenzia federale statunitense, accusata di abusi e crimini come l’omicidio.
Il caso di Rogoredo è emblematico. Fin dall’immediatezza dell’uccisione di Abderrahim Mansouri – e nelle settimane successive – la vicenda è stata utilizzata come il grimaldello perfetto per giustificare l’impunità degli agenti, descrivendo un poliziotto costretto a difendersi da un’arma puntata. La realtà emersa dalle indagini ha però squarciato il velo della propaganda. La pistola finta era stata piazzata dallo stesso agente dopo l’omicidio per costruire un alibi. Nonostante la gravità del depistaggio e le accuse di corruzione che gravano sul commissariato coinvolto, la macchina comunicativa del governo aveva già estratto il massimo profitto politico dalla vicenda, alimentando la paura e la richiesta di pieni poteri per le divise.
Un pieno potere che non favorirebbe gli appartenenti alle forze dell’ordine, che verrebbero anche danneggiati anche dal clima di sfiducia che si ingenererebbe nella popolazione. Una sfiducia immeritata, visto che le nostre forze dell’ordine sono formate da tutte le migliaia di agenti che ogni giorno devono vegliare sulla nostra sicurezza, rischiando talvolta anche la propria vita.
Dalle riforme sulla giustizia ai decreti sicurezza, il metodo non cambia. Si isola un evento, lo si svuota della sua complessità e lo si trasforma in un feticcio. Che si tratti di incontrare i giovani per orientarne la memoria storica o di occupare i canali d’informazione per promuovere ipotesi investigative parziali, l’obiettivo resta quello di trasformare la giustizia in uno strumento di controllo e la storia in un racconto a una sola dimensione. In questo scenario, la legalità rischia di diventare non più il rispetto delle regole da parte di tutti, ma il paravento dietro cui il potere protegge solo se stesso.
Gian J. Morici