
Sociologia del “vorrei ma non posso” digitale
Dagli “Highlander” con foto del 2004 ai geopolitici da divano. Come la ricerca dell’iper-visibilità ha trasformato vite ordinarie in sceneggiature da film
Vivere nell’era dei social network significa partecipare a un eterno ballo in maschera dove il confine tra realtà e finzione è diventato ormai impercettibile. Assistiamo a una vera e propria ingegneria dell’identità, e sempre più spesso le persone costruiscono profili digitali che non sono specchi della realtà, ma scenografie studiate per proiettare un’immagine di sé totalmente idealizzata o inventata.
Tutto comincia dalla foto profilo, il primo biglietto da visita digitale, che è diventata il terreno d’elezione per questa manipolazione. C’è chi ricorre a un uso massiccio di software di fotoritocco per cancellare ogni segno del tempo, chi recupera scatti di dieci o quindici anni prima spacciandoli per attuali, e chi si spinge oltre, utilizzando immagini di personaggi del cinema, figure prese da cartoni animati o create dall’intelligenza artificiale. L’obiettivo è fuggire dalla propria immagine reale per rifugiarsi in un avatar che sprizzi successo, bellezza o, ancora meglio, un inafferrabile mistero.
Proprio il mistero è la nuova moneta di scambio in un mondo dove tutto è tracciato e trasparente, e se la vita quotidiana appare banale, la soluzione è avvolgerla in un’aura di segretezza, quella segretezza social che dà iper-visibilità suscitando curiosità che portano alle conclusioni più fantasiose ammantando di mistero carriere e storie di vita ordinarie, quando non banali, magari dimenticando le pantofole con la paperella indossandole con giacca e cravatta.
Chi si sente inadeguato rispetto ai traguardi raggiunti cerca una scorciatoia per trasformare una vita normale in un’esistenza eccezionale, e ogni viaggio diventa una missione. Paradossalmente, si cerca l’iper-visibilità simulando l’invisibilità, per attirare l’attenzione pubblica, senza che gli utenti-amici si rendano conto che l’appartenenza a certi mondi, ai quali si allude, per definizione, la rifiuta.
Presentarsi come custodi di segreti inaccessibili conferisce una posizione di superiorità gerarchica nelle conversazioni online, con l’interlocutore posto in una condizione di inferiorità cognitiva, che non può verificare la veridicità delle affermazioni e resta affascinato dall’aura di potere che ne emana. Il rischio, però, è duplice. Da una parte quello che può esserci chi smentisce i fatti e riconosce anche eventuali documenti falsi; dall’altro, che la maschera finisca per sostituire il volto quando il soggetto inizia a credere alla propria narrazione, e il corto circuito tra fatti e proiezioni diventa patologico, costringendo ad alzare costantemente la posta con dettagli sempre più ambigui per mantenere viva l’illusione.
Questa rincorsa al profilo misterioso è una lotta disperata contro l’anonimato della società di massa, e in un mondo dove la trasparenza ha rimosso lo spazio per l’immaginazione, millantare un segreto diventa l’unico modo per sentirsi speciali, trasformando le proprie insicurezze in un finto segreto da difendere a colpi di post e allusioni.
Il primo pilastro della narrazione è la foto. C’è l’Highlander, con una foto del 2004 scattata dove il soggetto ha ancora tutti i capelli e nessuna responsabilità civile. Se glielo fai notare, risponde che per motivi di sicurezza non può aggiornare i dati biometrici attuali. Poi c’è l’Uomo Ombra, un profilo in controluce dove si vede solo la punta di un naso. Titolo della foto: “Waiting for the signal”. In realtà sta aspettando che il microonde finisca di scaldare i sofficini. Infine il Tom Cruise de noantri, con la foto scattata davanti a un cancello grigio qualsiasi che potrebbe essere l’ambasciata americana o il retro di un Penny Market, dato che l’inquadratura non lo svela mai.
In ultimo, chi posta le foto con personaggi celebri, magari conosciuti per ragioni professionali o a una festa di prima comunione. Inutile dilungarsi su questi.
Per questi nuovi misteriosi utenti, una giornata tipo viene tradotta in modo epico, e se nella realtà hanno mandato tre email e preso un caffè corretto, la versione social diventa: “Gestione di flussi informativi sensibili in ambiente de-strutturato e debriefing operativo ad alto contenuto di caffeina”. Se il capo ha urlato loro dietro perché hanno sbagliato l’Excel, scrivono di “gestione di crisi in scenario ostile con assetto tattico ricalibrato sotto pressione esogena”.
Riconoscerli non è difficile. Sono quelli che postano “Destinazione non pervenuta, il silenzio è l’unica moneta, questo non è un segreto (lasciando intendere che altri lo erano)”. Stanno andando a una fiera del bullone a Francoforte, ma vogliono farti credere che stiano per incontrare un informatore sul “ponte delle spie”. Poi c’è il filone dei geopolitici da divano, quelli che scrivono che fonti vicine al terreno confermano movimenti a Est. Le fonti sono solitamente un gruppo Telegram di complottisti coreani e il terreno è il tappetino del bagno. Ma l’uso della parola asset o quadrante conferisce loro quell’aura da consulente della CIA che fa subito dimenticare che la loro missione più pericolosa dell’ultimo anno è stata montare un mobile IKEA senza istruzioni.
Seguono i silenziosi. La loro mossa preferita è il silenzio selettivo. Gli chiedi come va il lavoro e loro ti rispondono che “se te lo dicessero poi dovrebbero eliminarti”. È la scusa perfetta per non ammettere che passano otto ore al giorno a fotocopiare moduli F24. Il segreto non è un peso, è un paracadute, finché non possono parlare, non rischiano di dire banalità. Se conosci qualche profilo con queste caratteristiche, non chiamare i servizi segreti, chiama uno psicologo, ma uno veramente bravo, o offrigli una camomilla, perché l’unica cosa sotto copertura è probabilmente un matrimonio – nella speranza di cuccare sui social -, una vita anonima e grigia, il suo estratto conto.
Gian J. Morici