
Perché ci sentiamo in dovere di dire la nostra su tutto?
Ciò che ci spinge a commentare sui social: bias, identità, pensiero critico e illusioni percettive.
Questa corsa a partecipare alla discussione rivela qualcosa di profondo: il modo in cui i social modellano le nostre opinioni e il bisogno umano di sentirsi parte del flusso. Da qui nasce una domanda che vale la pena affrontare: perché ci esprimiamo così tanto e così in fretta?
Sentiamo il bisogno di commentare perché, nel momento in cui qualcosa diventa pubblico, diventa anche nostro. I social amplificano questo impulso: ci mettono davanti a una piazza che non tace mai e ci invitano a dire chi siamo attraverso ciò che pensiamo. È una forma di appartenenza. Un modo per segnalare al gruppo da quale parte stiamo, anche quando il tema è complesso o distante dalla nostra esperienza.
Nel flusso continuo delle notizie, il tribalismo digitale lavora in silenzio. Funziona come un richiamo: scegli una posizione, fallo in fretta, difendila. Ogni commento diventa un gesto identitario. Mostri cosa approvi, cosa rifiuti, con chi ti schieri. È una costruzione rapida del sé, un modo per sentirsi riconosciuti.
C’è poi un elemento ancora più sottile: il bisogno di validazione. Nel contesto della psicologia dei social, questo spiega perché tutti dicono la loro online, perché discutiamo così spesso e così rapidamente, perché certe opinioni dilagano senza essere verificate. La condivisione diventa un gesto identitario prima ancora che informativo. E più il tema divide, più l’impulso cresce.
Il risultato è un paesaggio affollato di voci che cercano posto. In ognuna di esse c’è un frammento del nostro bisogno di contatto, di conferma, di presenza. Commentiamo per esistere agli occhi degli altri. Commentiamo per sentirci parte di qualcosa. I bias cognitivi intervengono prima ancora che ce ne accorgiamo. Mettono ordine nel caos delle informazioni veloci e ci spingono a formulare giudizi immediati. L’effetto dunning-kruger è uno dei più evidenti nei social: più un tema è complesso, più alcune persone si sentono sicure di averlo compreso. Bastano pochi frammenti per credere di avere un quadro completo. Non è arroganza: è un’illusione di competenza che nasce quando mancano gli strumenti per riconoscere la propria ignoranza.
A questo si aggiunge il bias di conferma, la tendenza che ci porta a cercare solo ciò che sostiene ciò che pensiamo. I feed aiutano il processo: selezionano per noi opinioni simili alle nostre, le ripropongono, le rafforzano. In breve tempo diventano la nostra “verità”. È un circolo che conforta e restringe, perché elimina l’attrito del dubbio.
Amen!
La Zanzara