
L’uso della memoria storica come paravento per scopi politici ha toccato ieri sera, su Rai 3, un nuovo e preoccupante picco con la puntata di “Farwest” che è stata presentata al pubblico come un’inchiesta giornalistica sulla stagione delle stragi di Capaci e Via d’Amelio, promettendo nuovi approfondimenti a partire dall’audizione del Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, e dagli interventi della presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo. Dalla narrazione dell’inchiesta, è emerso come l’attentato di Via d’Amelio è stato utilizzato come un vero e proprio “brand” per pubblicizzare una serata volta prevalentemente a sponsorizzare il referendum sulla giustizia.
I contenuti trasmessi non hanno aggiunto nulla di nuovo rispetto a quanto già ampiamente dichiarato in precedenza nelle sedi istituzionali, sia dal procuratore De Luca che dalla Colosimo, volte a perorare la tesi della pista “mafia-appalti” come unico e definitivo movente delle stragi del ‘92. Un’insistenza che non sembra avvicinarci alla verità, ma piuttosto chiudere i cancelli a qualsiasi altra interpretazione.
La trasmissione ha lasciato intendere che l’ipotesi della cosiddetta “pista nera” – bollata come assurda e inconsistente – sarebbe essa stessa un ulteriore depistaggio. A questo punto, sorge spontanea una domanda: chi sarebbero i depistatori? Si devono etichettare come tali tutti coloro che, invece di accontentarsi del movente unico, chiedono un approfondimento delle indagini su altri fronti? Pare quasi che avanzare dubbi o chiedere trasparenza totale sui mandanti occulti, a prescindere dalla cosiddetta “pista nera”, sia diventato un atto di disturbo rispetto alla narrazione ufficiale.
Al di là delle opinioni che ciascun cittadino può legittimamente nutrire sul referendum giustizia, resta un dato etico insuperabile. È vergognoso che il servizio pubblico radiotelevisivo venga piegato alla sponsorizzazione di una specifica parte politica, camuffando un messaggio elettorale sotto le spoglie di un approfondimento giornalistico.
L’evidenza di quanto accaduto ieri sera a Farwest non emerge solo dall’analisi del contenuto televisivo, ma trova una conferma nelle piazze virtuali del dibattito pubblico. Basta osservare con attenzione i commenti che si rincorrono sulle pagine Facebook, in particolare quelle che citano costantemente il nome di Paolo Borsellino e che appaiono palesemente schierate a favore della tesi esclusiva mafia-appalti, per rendersi conto di come gli utenti abbiano la netta sensazione di trovarsi dinanzi a una pseudo-informazione di parte.
Nei commenti nel web si legge la stanchezza di chi percepisce come il nome di un martire della giustizia venga utilizzato per avallare un’agenda politica ben precisa. Questa reazione popolare evidenzia una frattura profonda. Da un lato il tentativo di imporre una verità unidirezionale che bolla come depistaggio ogni ricerca diversa da mafia-appalti, dall’altro un pubblico che non accetta di essere guidato verso conclusioni predeterminate sotto la veste di un falso giornalismo d’inchiesta.
È proprio in questa reazione sui social che si palesa il fallimento etico della trasmissionec – ma anche di alcune pagine Facebook palesemente schierate – poiché quando l’utenza riconosce lo schema della propaganda camuffata, lo strumento del brand commerciale applicato alla storia delle stragi perde la sua efficacia. La percezione di una tv pubblica asservita a questa o quella parte politica è ormai diffusa e i commenti degli utenti ne sono la prova tangibile, a dimostrazione che la memoria di Falcone e Borsellino non può essere manipolata impunemente per fini politici senza che i cittadini se ne accorgano.
Il legame con il referendum giustizia è l’aspetto che ha generato più reazioni. Si leggono frasi come quella di Manuela che scrive: “A fine giornata t’accorgi che parlano dell’attentato a Borsellino per convincere la gente a votare si e t’incazzi. E comunque alla pista nera inizio a crederci, gli appalti sembrano il segreto di Pulcinella. Ti pare che avrebbero fatto quello che hanno fatto per un motivo del genere?”; o ancora il commento di Salvatore: “Pubblicità regresso “.
La sensazione degli utenti è che la Rai abbia abdicato al suo ruolo usando Falcone e Borsellino come testimonial elettorali.
Infine, diversi commentatori evidenziano il paradosso di chi, per difendere la tesi mafia-appalti, finisce per additare come “depistatore” chiunque chieda di non chiudere le indagini sugli altri fronti. “Siamo arrivati al punto che chi vuole la verità completa viene chiamato depistatore da chi siede in commissione antimafia. È un mondo al rovescio”, scrive un utente su una pagina dedicata alle vittime di mafia.
La dimostrazione che il tentativo di utilizzare le stragi del ’92 come un brand commerciale per sponsorizzare appartenenze politiche non è passato inosservato, scatenando una reazione di rigetto di parte dell’opinione pubblica che rivendica il diritto a un’informazione realmente libera e non strumentale.
Si evoca l’immagine del Far West per intitolare una trasmissione, ma in questo scenario il paragone appare quasi ingeneroso verso l’epoca dei pionieri. Persino nel vecchio Far West, infatti, esistevano delle regole non scritte, un codice di onore e dei limiti che non potevano essere valicati senza conseguenze. In questo moderno Far West televisivo, politico e giudiziario, sembra invece non esserci più alcun confine etico. Tutto è sacrificabile sull’altare dell’agenda elettorale, persino il rispetto dovuto ai martiri della lotta alla mafia e il diritto dei cittadini a una memoria storica che non sia ridotta a uno spot pubblicitario.
Gian J. Morici