nelle opere di Anna Maria Bonanno, Giorgio Pagano, Gianni Provenzano, Mario Trapani e Piero Zambuto
di Salvatore Nocera Bracco
Forme non forme si delineano
Indagando l’informe
Movimento continuo
Nature non ancora delineate
O già morte da un pezzo
Processo indefinito
Eppure così puntuale (snb)
Mimesi e anti-mimesi potrebbe essere il gioco semantico che impegna gli artisti qui presenti con le loro opere: da un lato Gianni Provenzano e Giorgio Paganoe Piero Zambuto, dall’altro Anna Maria Bonanno e Mario Trapani, Una definizione che serve probabilmente all’occhio ancora vergine dell’osservatore per identificarli, a inserirli su di un piano di saperi condivisi, a meglio comprenderli nella loro attualità agrigentina più o meno consapevole. Una definizione che serve anche a organizzare i pensieri, le sensazioni, le impressioni che essi indubbiamente suscitano, lasciando un segno vivo nella memoria emozionale collettiva. Una definizione che permette cioè di inserirli in una tradizione e, contemporaneamente, di crearne di nuove. Artisti che dialogano apertamente tra di loro, confronto decisivo che valorizza più punti di vista. Una scelta che permette una relazione molto più immediata con le loro opere, in cui la fruizione dell’una influenza necessariamente la fruizione dell’altra, dentro una contaminazione tra apparenti opposti da cui inaspettatamente scaturiscono impressioni spontanee e immediate quanto il processo creativo stesso, poco legate al pensiero critico comune, di cui si supera il linguaggio mediato e con una soddisfazione interiore che raramente si prova in altri ambiti. Il riconoscimento dell’opera d’arte, in questo caso, non avviene attraverso una mediazione cognitiva in sé complessa e distaccata, studiata e analizzata, bensì attraverso un processo immediato che, come già accennato, somiglia alla stessa immediatezza creativa dell’autore. Almeno nella sua più genuina fruizione. Insomma, una collettiva inclusiva, potremmo definirla, in cui la pittura di Gianni Provenzano e di Giorgio Pagano e la scultura di Piero Zambuto somigliano – mimesi – a una realtà che viene ri–presa nella sua veridicità percettiva, potremmo dire, permettendo all’occhio una riconoscibilità più figurativa. L’opera di Mario Trapani e Anna Maria Bonanno – anti-mimesi astratto-concettuale (sarà poi così vero?) – lascia un diverso spazio all’interpretazione personale della realtà, localizzandola su più livelli. Ma tra tutti, come in un gioco di vasi comunicanti, circolano tensioni e inquietudini che li riguardano in ugual modo. Più punti di vista, dunque, e contemporanei, dentro una polifonia chesupera le mode e le dominanze culturali dei mercati,in cui prevalgono, più che la libera circolazione del sapere, il controllo e lo sfruttamento. Polifonica così come l’isola Sicilia è, ovvero, per dirla con Bufalino, plurima e molteplice. E Agrigento ne è il paradigma, isola nell’isola, che produce le sue arti, le sue musiche, le sue coinvolgenti letterature, i suoi teatri, le sue eccellenze nel mondo, superando ogni dogma critico e anzi bypassandolo con estrema naturalezza. Mimesi e anti-mimesi si incontrano superando simmetrie antitetiche: la loro pittura somiglia e nello stesso tempo si differenzia, unendosi e al contempo separandosi – per usare un’immagine molto cara a Leonardo Sciascia su L’ordine delle somiglianze – alimentando complessità e paradossi i quali, quasi per una miracolosa trasmutazione alchemica, trasformano incredibilmente il piombo delle contraddizioni, della disorganizzazione, della spiccata auto-referenzialità, del malaffare e delle malafigure, nell’oro inaspettato di un’espressione culturale, artistica e letteraria che rende Agrigento nel suo insieme un evento espressivo unico e irripetibile, in un dialettico gioco di luci e ombre magnificamente colto da Pirandello neI vecchi e i giovani:
“… ci ostiniamo purtroppo a voler essere ombre noi, qua, in Sicilia. O inetti o sfiduciati o servili. La colpa è un po’ del sole. Il sole ci addormenta finanche le parole in bocca!”
Ma è altrettanto vero che, come ebbe a scrivere il Maestro Totò Li Calzi,di Idomèa,nelle sue Memorie inedite (Essenbi edizioni):
“Le ombre nascono laddove una luce illumina.”
E tra queste somiglianze e separatezze, tra queste potenti luci che producono altrettanto potenti ombre, Anna Maria Bonanno, Gianni Provenzano, Giorgio Pagano, Mario Trapani e Piero Zambuto, fanno emergere un ulteriore elemento quasi sempre trascurato, almeno pubblicamente, e comunque mai messo in atto consapevolmente: il Dialogo – contro ogni narcisistica Weltanschauung spesso affibbiata inopinatamente agli artisti – questo lorodialogo aperto e generativo, dentro cui l’esperienza dell’uno, la sua visione pittorica e culturale, diventa stimolo per l’altro, senza pregiudizi né infingimenti. Preso singolarmente, ognuno ovviamente esprime il suo tipico e personale linguaggio. Ma vedendoli operare insieme, più che in altri casi – nello stesso spazio riflessivo, più che espositivo – li si fruisce diversamente, meno come elementi costitutivi a sé stenti, più come relazione tra. Mimesi e anti-mimesi, ecco: le definizioni servono a chi ha la necessità di inquadrare un fenomeno dentro una rassicurante visione. Ma chi non è critico di professione semplicemente un quadro lo guarda e si lascia trasportare da ciò che gli suscita: un pensiero, un interesse, il desiderio di approfondire, un’emozione inespressa, persino delle frasi più o meno poetiche, che sintetizzano il momento del suo magico incontro con l’opera d’arte: l’arte pittorica, e non solo, come incontro, come dialogo aperto tra più singoli artisti – in questo caso cinque: i cincu d’a maidda, verrebbe di dire, non solo in riferimento all’ormai desueto contenitore, la madia, in cui una volta le donne siciliane impastavano il pane con la loro farina antica e il loro criscenti naturale, ma anche luogo simbolico di interazione, dove convergeva un sapere di comunità in cui ognuno contribuiva, con la sua specifica originalità, a stimolare l’espressione dell’altro fino a organizzarsi in un sapere di tradizione. Il quale si viene a connotare in questo caso in maniera speculare: da una parte la forma e il tratto anti-mimetico sembrano svanire dentro una concettualità astratta, ma uno sguardo consapevole può scoprirvi invece forti radici originarie, forme astratte eppure riconoscibili dentro un’apparente de–costruzione della realtà che invece si ri–costruisce nello sguardo di chi osserva, ricavandone sensazioni traducibili in molte forme. E viceversa. Specularmente. Una visione d’insieme che non supera il singolo, ma lo amplifica, in un dialogo che contribuisce alla formazione di una piccola consapevolezza in più, non solo di lettura dell’opera d’arte, ma della società, questa nostra isola nell’isola, che la genera.
