Intervista di Chart Reader

L’intervista che segue nasce dal precedente lungo colloquio con “Chart Reader”, pseudonimo dietro cui si cela un autorevole analista economico di un ente governativo statunitense.
La scelta dell’anonimato è stata una necessità vitale per proteggere la sua posizione professionale e l’incolumità personale da potenziali ritorsioni in un clima politico sempre più polarizzato.
Chart Reader non è un oppositore ideologico della destra americana. Lo conosco come un repubblicano di ferro (Patriot), che, con convinzione, scelse di votare per Donald Trump nel 2016 e nel 2020.
La sua parabola politica ha subito una frattura insanabile il 6 gennaio 2021, di fronte all’assalto al Campidoglio, quando quello che considerava un leader energico si è rivelato ai suoi occhi un pericolo esistenziale per le istituzioni democratiche che ha giurato di servire.
Non è l’unico amareggiato e deluso dall’attuale politica di Donald Trump, anche altri repubblicani osservano con crescente inquietudine la trasformazione dello Stato in uno strumento al servizio di interessi privati e la politica monetaria in un’arma di distrazione di massa.
Riprendiamo la nostra conversazione su quello che sta facendo attualmente il governo…
- Non parliamo di politica… mi conosci da tempo e sai come la penso. Con il gruppo dei Patriot con te abbiamo spesso scambiato opinioni e commenti, talvolta condivisi, altre volte contrastanti. Parliamo solo di economia…
Qual è l’impatto delle comunicazioni social e delle decisioni geopolitiche improvvise di Donald Trump (come dazi o sanzioni) sui mercati finanziari?
- È evidente come ci troviamo dinanzi una strategia di manipolazione della volatilità indotta, definibile tecnicamente come “Event-Driven Market Manipulation” su base politica.
Sotto il profilo strettamente finanziario, il meccanismo permette la generazione di profitti asimmetrici attraverso lo sfruttamento dell’insider information politica e del market timing.
La fase iniziale prevede una liquidazione di posizioni azionarie in un contesto di massimi storici o “bull market”, operata poco prima di un annuncio dirompente sui dazi o sanzioni geopolitiche. L’annuncio agisce come un cigno nero artificiale che provoca una correzione violenta dei prezzi, innescando vendite da panico e attivando gli ordini “stop-loss” dei risparmiatori e dei fondi algoritmici.
In questa fase di “drawdown” forzato, chi detiene la regia della comunicazione può rientrare sul mercato acquistando asset a sconto, ovvero a multipli prezzo-utile significativamente più bassi rispetto a pochi giorni prima. Il vantaggio competitivo risiede nella conoscenza anticipata del momento della “ritirata strategica” o del rinvio dei dazi, che funge da catalizzatore per un rimbalzo tecnico immediato e violento.
Questo schema trasforma l’imprevedibilità politica in una rendita finanziaria, poiché il mercato non reagisce a fondamentali economici, ma a stimoli comunicativi controllati da un unico attore. La pressione esercitata sulla Federal Reserve per il taglio dei tassi funge da ulteriore acceleratore di liquidità, garantendo che il rimbalzo post-crisi sia sostenuto da un costo del denaro favorevole.
In termini di asset allocation, i settori colpiti selettivamente dai post (tech o automotive) offrono opportunità di “short selling” seguite da repentine inversioni di tendenza “long”.
Questo modello trasferisce ricchezza dai piccoli risparmiatori, privi di strumenti per gestire la volatilità politica, a soggetti istituzionali o insider capaci di cavalcare le onde di incertezza create ad arte. La stabilità del sistema finanziario viene così subordinata a una logica di “trading geopolitico”, dove il valore intrinseco delle aziende conta meno del posizionamento rispetto all’ultima dichiarazione social.
L’architettura degli interessi finanziari di Donald Trump mi fa ritenere che la sua azione politica possa agire come un moltiplicatore di valore per gli asset direttamente o indirettamente riconducibili al suo controllo.
Il caso più evidente è rappresentato dalla Trump Media & Technology Group, dove il valore dell’azione è intrinsecamente legato alla rilevanza della piattaforma Truth Social come unico canale di comunicazione ufficiale. Attraverso la pubblicazione di post che scuotono i mercati, si crea un afflusso massiccio di traffico e attenzione mediatica che si traduce in una rivalutazione speculativa del titolo, indipendentemente dai fondamentali economici della società.
Nel settore immobiliare, che costituisce il cuore del patrimonio storico di Trump, la pressione sistematica per l’abbassamento dei tassi di interesse serve a ridurre drasticamente il costo del servizio del debito per le grandi proprietà commerciali. Una politica monetaria ultra-espansiva, ottenuta tramite attacchi verbali alla Federal Reserve, permette di rifinanziare linee di credito miliardarie a tassi agevolati, aumentando istantaneamente il valore netto degli asset immobiliari di famiglia.
Inoltre, l’uso dei dazi come arma negoziale colpisce selettivamente competitor internazionali, favorendo indirettamente settori industriali e partner commerciali domestici che orbitano nella sfera di influenza politica dell’amministrazione.
L’asimmetria informativa gioca un ruolo cruciale poiché la decisione di annunciare o revocare una tariffa doganale matura in contesti ristretti, permettendo a chi è vicino al centro decisionale di anticipare i movimenti dei prezzi. Questa dinamica trasforma l’imprevedibilità presidenziale in un vantaggio competitivo per tutte le holding che possono contare su una lettura privilegiata delle intenzioni del leader.
Il modello Trump fonde il potere esecutivo con la gestione degli asset privati, dove la volatilità dei mercati diventa lo strumento per massimizzare il rendimento del capitale proprio e dei propri alleati a scapito degli investitori non informati.
In che modo l’amministrazione Trump ha inciso nel rapporto tra potere politico e mercati finanziari tra il 2025 e l’inizio del 2026?
- Nel settore delle criptovalute, la politica dell’amministrazione ha trasformato un mercato storicamente volatile in un’estensione della narrazione statale americana.
Attraverso la firma del GENIUS Act e la creazione di una riserva strategica nazionale in Bitcoin nel 2025, gli asset digitali sono stati elevati a “token di sicurezza nazionale”. Questo ha permesso a società direttamente collegate alla cerchia presidenziale, come World Liberty Financial, di beneficiare di un quadro normativo su misura che ha generato profitti stimati oltre il miliardo di dollari per gli stakeholder vicini alla Casa Bianca.
L’annuncio di esenzioni o incentivi regolamentari agisce come un catalizzatore di valore immediato, permettendo riposizionamenti di capitale prima che il pubblico retail possa reagire alla nuova normativa.
Sui titoli tecnologici, il rapporto si è evoluto in una logica di “premio per la fedeltà”, dove i giganti della Silicon Valley hanno ottenuto deregulation massicce, come il divieto federale agli Stati di regolamentare l’AI, in cambio di investimenti miliardari in infrastrutture critiche sul suolo americano.
L’uso intermittente della minaccia tariffaria — come quella lanciata nel gennaio 2026 contro gli alleati europei per la questione della Groenlandia — continua a creare i presupposti per il modello TACO (Trump Always Chickens Out). Queste minacce provocano crolli temporanei dei titoli tech legati alle catene di approvvigionamento globali, seguiti da rimbalzi record non appena viene annunciata una tregua negoziale, offrendo finestre di acquisto privilegiate a chi conosce i tempi della de-escalation.
L’interazione tra decisioni esecutive e interessi privati ha creato una nuova “Gilded Age” dove il successo finanziario delle aziende non dipende più solo dall’innovazione, ma dalla capacità dei loro leader di agire come partner negoziali diretti del Presidente.
Quindi, secondo la tua analisi, quanti vicini all’amministrazione traggono profitto, mentre il resto del mercato subisce i costi dell’incertezza e dell’inflazione derivante dai dazi. La volta precedente mi hai accennato alla Federal Reserve, cosa accadrà adesso?
- La transizione al vertice della Federal Reserve, prevista per il maggio 2026 con la scadenza del mandato di Jerome Powell, rappresnta il tassello finale per consolidare il modello di gestione finanziaria descritto.
La nomina del successore di Powell non è un semplice atto burocratico, ma una manovra per eliminare l’ultimo contrappeso istituzionale all’attivismo finanziario della Casa Bianca.
I nomi attualmente in ballottaggio, riflettono la volontà di insediare una figura che accetti il principio della consultazione diretta sui tassi di interesse. Sotto il profilo dei mercati, la fine dell’indipendenza della Fed elimina il rischio di rialzo dei tassi come risposta all’inflazione generata dai dazi, creando un ambiente di tassi permanentemente bassi o “dovish”.
Questo scenario favorisce una crescita artificiale dei multipli azionari, poiché il mercato scommette sulla garanzia che la banca centrale interverrà con liquidità a ogni accenno di crisi provocata dai post presidenziali. L’effetto combinato di dazi aggressivi e una Fed compiacente permette di generare cicli di volatilità estrema ancora più profittevoli per chi detiene il controllo della narrativa politica.
In questo contesto, la fluttuazione del dollaro diventa un’ulteriore leva, poiché una Fed allineata tende a indebolire la valuta, favorendo l’export e aumentando il valore nominale degli asset domestici e delle criptovalute in riserva strategica.
Il passaggio di consegne di maggio 2026 segna dunque l’inizio di un’era in cui la politica monetaria smette di essere uno strumento di stabilità per diventare un catalizzatore della volatilità tattica. In questo modo gli investitori istituzionali e i fondi vicini all’amministrazione possono così operare in un regime di azzardo morale garantito, dove le perdite sono socializzate tramite interventi della Fed e i guadagni sono privatizzati tramite il market timing degli annunci.
La nuova Fed del 2026, di conseguenza, non agirà più come un arbitro, ma come un acceleratore del modello economico basato sull’imprevedibilità, rendendo la distinzione tra insider trading e strategia politica sempre più sottile.
La transizione al vertice della Federal Reserve nel maggio 2026, unita alla gestione aggressiva del debito pubblico da parte dell’amministrazione Trump, completa ilquadro di un mercato trasformato in uno strumento di profitto politico-finanziario.
Nel corso del 2026, il Tesoro americano deve rifinanziare miliardi di dollari di debito in scadenza, un muro di scadenze che espone le casse dello Stato a costi per interessi esplosivi se i tassi rimangono elevati.
La nomina di un successore di Powell fedele alla linea della Casa Bianca ha lo scopo di forzare tagli ai tassi indipendentemente dall’inflazione, riducendo artificialmente l’onere del debito pubblico, creando un tesoretto fiscale che l’amministrazione può reinvestire in sgravi fiscali o grandi opere, alimentando ulteriormente i settori industriali e infrastrutturali vicini alla presidenza.
Sui mercati obbligazionari, la percezione di una Fed meno indipendente aumenta il premio al rischio. Gli investitori internazionali chiedono rendimenti più alti sui titoli a lungo termine (10-30 anni) per compensare il rischio di inflazione futura. Un fenomeno di inclinazione della curva dei rendimenti, dove i tassi a breve scadenza scendono per decreto politico, mentre quelli a lungo termine salgono per sfiducia del mercato.
Questa divergenza è la finestra perfetta per lo schema di trading descritto, poichè i post presidenziali che minacciano dazi provocano fughe momentanee verso i Treasuries (considerati bene rifugio), facendone salire il prezzo e scendere il rendimento, e chi conosce il timing della successiva ritirata strategica può vendere i titoli di Stato al picco della crisi e spostare il capitale sull’azionario poco prima del rimbalzo, massimizzando il rendimento su entrambi i fronti.
L’indebolimento del dollaro, indotto da una Fed accomodante, favorisce inoltre i grandi esportatori americani e aumenta il valore nominale delle riserve in Bitcoin e asset alternativi detenuti dalle holding vicine all’amministrazione, mentre il debito pubblico diventa così non più un limite alla politica, ma una variabile gestita per garantire liquidità al sistema e opportunità di posizionamento tattico per gli insider.
Il 2026, quindi, segna il passaggio definitivo a un’economia dove il valore dei titoli di Stato non riflette più la solidità fiscale, ma la capacità della Casa Bianca di piegare la curva dei rendimenti ai propri obiettivi negoziali e patrimoniali.
Come ben sai non sono un economista. Spiegami meglio in cosa influisce l’interazione tra le minacce della Casa Bianca e una Federal Reserve accomodante; e quali sviluppi pensi avrà rispetto l’Europa
- L’indebolimento del dollaro e la politica dei dazi nella seconda metà del 2026 configurano uno scenario di forte pressione per l’Eurozona, trasformando le borse europee in un terreno di scontro tra svalutazione competitiva e barriere doganali, mentre il deprezzamento del dollaro sull’euro, stimato dagli analisti di Goldman Sachs e MUFG entro la fine del 2026, agisce come una tassa indiretta sulle esportazioni europee.
Una valuta americana più debole rende i prodotti europei meno competitivi negli Stati Uniti, riducendo i margini di profitto dei grandi gruppi industriali, i cui ricavi in dollari valgono meno una volta convertiti, e questo calo degli utili attesi crea correzioni cicliche sulle borse europee, offrendo nuove opportunità di acquisto speculativo per chi anticipa le fasi di tregua negoziale.
Le minacce di dazi, come quelle recenti legate alla Groenlandia o ai vini francesi, vengono utilizzate per compensare la debolezza del dollaro, fungendo da scudo protettivo per l’industria americana contro un euro troppo forte. Sul piano delle borse, si osserva una rotazione settoriale, co n i titoli tecnologici americani che beneficiano dei tassi bassi della Fed, mentre i settori ciclici europei subiscono la volatilità politica, rendendo i listini europei più esposti a shock improvvisi.
Il rimbalzo delle borse europee nella seconda metà del 2026, però, potrebbe essere sostenuto dalla fine del ciclo di tagli della BCE, che manterrebbe i rendimenti obbligazionari europei stabili rispetto a quelli americani, attirando capitali in cerca di diversificazione.
In questo contesto, il “metodo Trump” permette di giocare su due tavoli, indebolendo il dollaro per sostenere il mercato interno e, simultaneamente, usare i dazi per frenare la risalita delle borse alleate, mantenendo la supremazia di Wall Street, menytre l’incertezza perenne blocca gli investimenti a lungo termine in Europa, spingendo le aziende verso il “de-risking” e favorendo il rientro dei capitali verso gli asset statunitensi, proprio in coincidenza con i momenti di massima tensione valutarie.
La strategia di comunicazione basata sui social continua a essere il trigger principale, dove un singolo post sull’euro troppo forte o su nuove tariffe doganali può bruciare miliardi di euro di capitalizzazione in una sola seduta.
In ultima analisi, quelloi che posso dirti, è che la politica economica di Donald Trump è un modello di gestione del potere che trasforma l’instabilità geopolitica in un preciso strumento di arricchimento per una ristretta cerchia di insider e per gli interessi personali del Presidente.
Il successo finanziario, a quel punto, non dipende più dall’innovazione o dai fondamentali economici, ma dal posizionamento tattico rispetto alle comunicazioni ufficiali, rendendo il confine tra strategia politica e insider trading sempre più labile a favore di una nuova “Gilded Age” di profitti privati e rischi socializzati.
Gian J. Morici