La disciplina “Comunicazione e Linguaggio” nasce dall’esigenza di educare a partire dalla scuola primaria alla parola come strumento di verità, dialogo e responsabilità, contrastando bullismo, cyberbullismo, hate speech, odio sociale e frammentazione relazionale generata dai nuovi media

Roma, 18 gennaio 2026 – L’omicidio di Youssef Abanoub, giovane studente ucciso a coltellate all’interno della propria aula scolastica venerdì 16 gennaio, per mano di un compagno, presso l’Istituto Einaudi-Chiodo a La Spezia, rappresenta una frattura profonda del patto educativo e sociale. Non si tratta soltanto di un fatto di cronaca, ma di un evento simbolico che interroga radicalmente la funzione della scuola e il senso dell’educazione come processo di umanizzazione. Il luogo deputato alla tutela della vita e alla formazione della persona si è trasformato in scenario di morte, interrompendo il percorso umano, educativo e spirituale di un giovane nel tempo della sua crescita.
Questo drammatico episodio si inserisce in un più ampio contesto di crescente violenza giovanile, che non può essere interpretata come devianza individuale, ma come espressione di una crisi educativa strutturale. I dati più recenti evidenziano un aumento preoccupante di omicidi, bullismo, cyberbullismo e fenomeni di odio sociale, alimentati anche dalle nuove forme di hate speech e dall’uso distorto dei social network e delle tecnologie digitali. A ciò si aggiunge una comunicazione mediatica spesso impoverita sul piano valoriale, che ha inciso profondamente sul linguaggio delle nuove generazioni, favorendo modelli comunicativi segnati da aggressività e sopraffazione.
In tale scenario emerge con forza la responsabilità dell’intero sistema scolastico, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo e secondo grado, sempre più orientato alla trasmissione di contenuti e competenze tecniche, ma carente nell’educazione alla comprensione, al discernimento tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e alla gestione del conflitto. Bambini e adolescenti crescono spesso privi degli strumenti interiori necessari per affrontare la complessità delle relazioni umane e la frustrazione in modo non violento.
La scuola non può dunque limitarsi a un ruolo istruttivo, ma deve riaffermarsi come comunità educante e presidio culturale, etico e spirituale, capace di formare coscienze responsabili. Educare significa restituire centralità alla parola, intesa come strumento di relazione e di riconoscimento dell’altro, consapevoli che il linguaggio può generare vita o distruzione.
In questo contesto si colloca la riflessione del giornalista Biagio Maimone, che sottolinea l’urgenza di un rinnovamento del paradigma educativo e comunicativo fondato sulla responsabilità del linguaggio e sulla centralità della persona. Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, presieduta da Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Papa Francesco, insieme all’esperto di comunicazione Angelo Bertoglio, sta predisponendo un documento da presentare al Governo italiano e al Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Il documento propone l’introduzione, nel sistema scolastico nazionale e a partire dalla scuola primaria, della disciplina “Comunicazione e Linguaggio”, finalizzata a educare le giovani generazioni a un uso consapevole, etico e responsabile della parola, riconosciuta come strumento fondamentale per prevenire la violenza verbale, l’hate speech e le diverse forme di odio sociale, restituendo alla scuola la sua funzione di autentico presidio di umanità.
“La proposta nasce dall’urgenza di affrontare una crisi crescente tra le giovani generazioni – ha dichiarato Biagio Maimone –. Sempre più adolescenti e giovani adulti si trovano a confrontarsi con il disagio psicologico, che in alcuni casi sfocia nel suicidio, segno di una fragilità emotiva diffusa e preoccupante. Parallelamente, fenomeni come bullismo, cyberbullismo e hate speech si diffondono con intensità crescente, soprattutto negli ambienti digitali, generando insicurezza, isolamento e perdita di autostima – ha aggiunto Maimone.
L’odio sociale, sempre più visibile e normalizzato, non resta confinato online: nelle periferie e nei contesti urbani più fragili cresce la violenza tra i giovani, con episodi di aggressioni e persino omicidi che segnalano una deriva inquietante – ha sottolineato Biagio Maimone. Discriminazioni, discorsi offensivi e aggressioni verbali diventano strumenti di esclusione e marginalizzazione, creando contesti dove la paura, la diffidenza e la rabbia prendono il sopravvento – ha continuato Maimone.
I social media e gli spazi digitali amplificano questi fenomeni – ha dichiarato Biagio Maimone –: discorsi d’odio, contenuti aggressivi e messaggi discriminatori si diffondono rapidamente, influenzando la percezione dei giovani e normalizzando atteggiamenti violenti. La manipolazione dei social, la sovraesposizione a immagini e messaggi negativi e la mancanza di filtri critici producono un effetto di sovraccarico emotivo e culturale, trasformando piattaforme pensate per connettere in strumenti di esclusione e violenza simbolica – ha aggiunto Maimone.
Questa escalation rende evidente che l’educazione e la prevenzione non possono più essere rinviate – ha concluso Biagio Maimone. Contrastare l’odio, la violenza e la dispersione sociale significa intervenire sulla formazione emotiva e civica dei giovani, promuovere relazioni rispettose, sviluppare consapevolezza critica nell’uso dei media digitali e prevenire il diffondersi di comportamenti violenti, proteggendo così il futuro di intere comunità.
“La parola può costruire o distruggere – afferma Maimone –. È l’arma più potente della cultura e della società, lo strumento attraverso cui costruiamo identità, memoria e civiltà. Oggi rischia di essere ridotta a mezzo di offesa, discriminazione e manipolazione, con conseguenze devastanti sui giovani e sulla coesione sociale. La parola è responsabilità: da come parliamo nasce la società in cui viviamo, da come comunichiamo si misura la nostra umanità. La scuola deve insegnare a usarla con coraggio e consapevolezza, come strumento di dialogo, di rispetto reciproco e di costruzione collettiva. La parola è vita, cultura, futuro: ignorarne il peso significa tradire la nostra comunità”.
La proposta si ispira direttamente alle parole di Papa Francesco: “La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità” e ancora “la parola è dono e responsabilità: può costruire ponti o innalzare muri”. Papa Leone XIV ricordava: “Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo. Raccontiamo storie di speranza” e sottolineava che un uso improprio delle reti sociali può compromettere la coesione sociale. La disciplina proposta mira a far comprendere che la parola non è un mero strumento comunicativo ma un atto morale capace di contrastare bullismo, cyberbullismo, hate speech, odio sociale e disgregazione relazionale. Essa integra riflessioni filosofiche di Gadamer, McLuhan e Habermas con i valori educativi cristiani, riconoscendo la comunicazione come ponte tra culture, religioni e individui. Nell’era di Internet e dell’intelligenza artificiale, l’alfabetizzazione digitale etica diventa un pilastro formativo affinché i giovani riconoscano odio, manipolazione e violenza verbale, imparando a utilizzare le tecnologie con responsabilità e consapevolezza. “La scuola deve tornare a insegnare il valore della parola – conclude Maimone – come strumento di dialogo, responsabilità e amore. Solo così potremo fermare odio, violenza verbale, hate speech, bullismo e cyberbullismo, restituendo ai giovani la bellezza di un linguaggio che unisce, che rispetta e che salva.”