Bolivia – La strada della coca

Le foglie di coca non sono cocaina. Questo il presupposto che ha portato a togliere il divieto alla coltivazione della coca in Bolivia, nel rispetto dei diritti costituzionali dei boliviani che  da secoli consumano le foglie di coca come energetico naturale. La deroga per la “masticazione delle foglie di coca” da parte delle Nazioni Unite fa rientrare la Bolivia nella Convenzione unica del 1961 sugli stupefacenti. Resta comunque vietata la commercializzazione all’estero.

A tal proposito,  il presidente boliviano Evo Morales  ha sottolineato come “non ci può essere una produzione incontrollata di coca perché sappiamo che una parte di essa viene dirottata verso il mercato illegale”.

Se da una parte per la comunità internazionale sembrano rassicuranti le intenzioni di Moraes, dall’altra – quella delle popolazioni indigene che vivono  nell’are protetta dell’Isiboro Secure National Park (TIPNIS) – si registrano non pochi dubbi in merito.

La realizzazione di una strada che attraverserebbe il  Parco Nazionale e il Territorio Indigeno dell’Isiboro Secure (Tipnis) –  che ha una superficie di 1,2 milioni di ettari – rappresenta il pomo della discordia che separa  i popoli indigeni dal Presidente Morales, il quale in passato ha più volte espresso il suo impegno in loro favore.

Una strada che passa attraverso l’area protetta – lunga 306 chilometri – per la cui realizzazione è previsto un investimento di 436,2 milioni di dollari, di cui 332 milioni proverranno da un prestito agevolato da parte del governo del Brasile.

Secondo gli indios, la realizzazione della strada all’interno delle aree da loro abitate porterebbe le popolazioni locali ad allontanarsi dal loro territorio. I lostsimanes, per esempio,  che non amano vivere con altre persone al di fuori della loro cultura, qualora il loro territorio venisse invaso finirebbero con lo spostarsi. Tsimanes, Yuracarés e Trinitari, darebbero luogo ad una migrazione che porterebbe le popolazioni indigene a diventare dei senzatetto.

A mettere a rischio un’area di grande interesse naturalistico (ospita 402 specie di flora, oltre 108 specie di mammiferi  -il 30% delle specie del paese – e più di 470 specie di uccelli, pari al 34% del totale nazionale, molti dei quali in via di estinzione, come gli orsi dagli occhiali, la lontra gigante e uccelli e mpeuon Terenura rufaxilla sbarpei e altre ancora in pericolo, come le 39 specie di rettili, 53 specie di anfibi 188 specie di pesci e di mammiferi nuotatori, come il delfino rosa), gli interessi dei coloni.

Circa 20.000 famiglie rappresentate da 52 sindacati agricoli che dipendono dal Tropico di Cochabamba Federazione, una delle sei federazioni di coltivatori di coca del Chapare.

I coloni giunti nel Chapare nel 1970,  si insediarono in prossimità di Villa Tunari, finendo con il tempo  per stabilire le loro aziende all’interno dell’area protetta, con notevole danno per l’ambiente e per le popolazioni indigene, visto che diedero luogo a disboscamenti selvaggi per fare spazio alle piantagioni di coca.

A seguito di questa colonizzazione 14 comunità indigene vennero a trovarsi circondate dagli insediamenti di migliaia di coloni. Alcune comunità finirono anche con il rinunciare al vedersi pagato il valore delle loro terre, alleandosi con i coloni in cambio  del diritto a piantare un ettaro di coca.

La strada, che nascerebbe in palese violazione   del diritto alla consultazione preventiva stabilito dalla Costituzione dello Stato (CPE) – che afferma: “I popoli indigeni hanno il diritto di essere consultati attraverso procedure appropriate, e in particolare attraverso le loro istituzioni rappresentative, ogni volta che si prendono in considerazione misure legislative o amministrative che possano riguardarli” -,  secondo le popolazioni indigene, più che alla commercializzazione della noce di cocco – così come sostengono i coloni – servirebbe ai “cocaleros” per facilitare il traffico illegale della coca verso il Brasile.

Da una parte i “cocaleros” che assediano il parco con l’intenzione di ampliare gli spazi destinati alle piantagioni di coca, dall’altra i nativi dei luoghi che cercano di difendere i propri territori e la natura incontaminata. Nel settembre 2009 un confronto tra i produttori di coca e membri della comunità TIPNIS portò alla morte di un colono che tentava di coltivare la coca nella zona del parco, protetto da leggi dello Stato boliviano, in particolare per la coca illegale.

L’abolizione del divieto alla coltivazione della coca in Bolivia, più che garantire i diritti costituzionali dei boliviani, posto in questo modo, sembra funzionale al traffico illegale della coca. In particolare verso il Brasile.

Se per alcuni Stati tali commerci potrebbero a buon titolo essere inseriti nel Pil, c’è da chiedersi quali siano gli interessi del governo brasiliano che ha erogato il prestito per la realizzazione di una strada che potrebbe ben presto diventare la nuova “autostrada della coca”, con buona pace degli indios e di tutte le leggi internazionali in materia di traffico di stupefacenti.

Gian J. Morici

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