Ignazio Messina: il “capo dei capi”, parla tre lingue, ha più lauree e non vive in Sicilia

Agrigento – Conferenza stampa – presso la sala presidenza del consiglio comunale di Agrigento – di Idv, sul tema della “legalità  nelle istituzioni per contrastare la mafia”

Hanno preso parte alla conferenza, coordinata dal consigliere Nello Hamel, l’on. Ignazio Messina e l’ex sindaco di Porto Empedocle – e di recente candidato perdente alla carica -, Paolo Ferrara.

Presente in sala, anche la componente del direttivo regionale Ausilia Eccelso.

Tra gli argomenti trattati,  le dichiarazioni di Di Gati, le recenti minacce delle quali è stato oggetto  Paolo Ferrara, l’impegno di Italia dei Valori  nelle lotta alla mafia.

Ad aprire i lavori, Paolo Ferrara, che  dopo aver fatto riferimento a come gli interessi mafiosi si intreccino con quelli imprenditoriali, tocca fin da subito un argomento scottante: il rigassificatore di Porto Empedocle.

Particolari inquietanti, quali i “pizzini” trovati al latitante Gerlandino Messina al momento del suo arresto, che lasciano intravedere un retroscena di collusioni mafio-imprenditoriali, che avrebbero attinenza anche il mondo politico.

Non si spiegherebbe diversamente il fatto, che i “pizzini” facessero riferimento alle aziende che avrebbero dovuto prender parte ai lavori di realizzazione dell’opera industriale.

Paolo Ferrara, fa anche il punto della situazione in merito alla sua candidatura, che ha visto tutti i partiti appoggiare un unico candidato, contrapposto alla sola lista di Italia dei Valori, accomunati da un unico interesse: il rigassificatore di Porto Empedocle.

Non meno incisivo l’intervento dell’on. Ignazio Messina, che, entrato di recente a far parte della commissione antimafia al posto di Antonio Di Pietro, ha anche lui dichiarato che sull’affaire rigassificatore è necessario venga fatta la massima chiarezza.

Messina, nell’esprimere solidarietà a Ferrara per le recenti minacce subite da quest’ultimo, ha dichiarato che anche lui auspicherebbe si possa giungere alla conclusione che la realizzazione del rigassificatore non abbia ricadute negative sul territorio e che non rientri in quelli che sono gli interessi della mafia. Si è poi affrettato ad aggiungere, quanto poco credibile possa sembrare ad oggi tutto questo.

Non meno gravi le considerazioni in merito alle dichiarazioni del pentito Di Gati, che mostrerebbero il mondo politico agrigentino, colluso, nella quasi totalità, con Cosa Nostra.

In tempi non sospetti e ancor prima che il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, intervenuto a Sciacca in un dibattito sulla criminalità organizzata dichiarasse che  “la provincia agrigentina richiede la massima attenzione e rappresenta un territorio verso cui la parte castelvetranese tende ad espandersi”, evidenziando come il territorio agrigentino  si prestasse a nuove mire come quelle di Matteo Messina Denaro, numero 1 di Cosa Nostra siciliana, dalle pagine di questo giornale, avevamo palesato il timore che Agrigento potesse essere la seconda capitale di mafia in Sicilia (lo stesso Buscetta, l’aveva indicata tale).

Gli interessi politico-mafiosi-imprenditoriali, furono anche oggetto di nostre domande, nel corso  dell’intervista a Gioacchino Genchi, in occasione della presentazione del suo libro “IL CASO GENCHI” ad Agrigento (leggi l’intervista).

Ignazio Messina, nel corso della conferenza stampa, ha anche evidenziato come non si faccia antimafia, quando si depotenziano le forze dell’ordine e quando si pensa di azzerare le procure in zone calde quali quelle nostre.

“Chi pensa al ‘capo dei capi’ con coppola e lupara, è fuori strada. Se è pur vero che anche quella gente va ricercata ed arrestata, oggi la mafia si è evoluta. È entrata in politica. Sa e riceve dalla politica e i “capi dei capi” sono colletti bianchi che parlano tre lingue e hanno più lauree”.

Un dito dunque puntato a quella mafia che lo stesso Totò Riina indica dopo vent’anni di silenzio, quando esordisce dicendo “Borsellino non fu ucciso dai mafiosi, ma dalla Mafia…”.

Un gradino dunque più in alto, di quanto lo stesso Riina non si considerasse.

Messina, in previsione della prossima campagna elettorale che vedrà città capoluogo come Palermo, Agrigento e Trapani interessate, lancia una sua proposta per rompere con un passato siciliano di collusioni tra mafia e politica: è necessario che si formi una nuova classe dirigente e che i candidati siano volti nuovi. È per questa ragione, che, nonostante Italia dei Valori abbia già chi la può rappresentare come candidato sindaco alle prossime elezioni, punteremo ad individuare nuovi soggetti che godano di credibilità e stima, e le cui capacità li rendano credibili nell’andare ad amministrare i comuni nei quali si andrà ad elezioni.

Raggiunto fuori dalla sala, abbiamo voluto porre al neocomponente della Commissione Antimafia qualche altra domanda:

D: On. Messina, non ritiene, specie alla luce delle dichiarazioni dei pentiti, che anche gli imprenditori che oggi collaborano con le Istituzioni, ma  che in passato si sono avvantaggiati dei rapporti con Cosa Nostra, debbano essere sottoposti ad un trattamento diverso da quello attuale, che preveda, come per i collaboratori di giustizia, il sequestro dei beni illecitamente accumulati?

R: In Commissione Antimafia, si andrà a valutare ogni singolo caso sulla scorta di quello che saranno le prove documentali…

D: Idv, non potrebbe farsi promotrice di nuove leggi che prevedano sì tutela ed incentivi per gli “imprenditori coraggiosi”, ma che non finiscano con il premiare chi con la mafia c’è andato a braccetto, salvo poi “saltare il fosso”, per godere ancora una volta di privilegi e mantenendo la proprietà di quanto illecitamente accumulato?

R: Non v’è dubbio che la materia vada meglio regolamentata. Idv, si propone come un partito che lotta contra la mafia e che intende sconfiggerla sia all’interno delle istituzioni, che fuori.

 

Così come sarebbe auspicabile un ricambio della classe politica, a nostro modesto avviso, altrettanto auspicabile sarebbe una maggiore attenzione verso quel mondo imprenditoriale che, colluso con la mafia, ha fatto sì che il nostro paese divenisse giorno dopo giorno sempre più povero, distruggendo quell’imprenditoria sana che con la mafia non ha voluto fare affari, e che ha finito con il pagare il prezzo di un netto rifiuto.

Una diversa considerazione va fatta, per quegli imprenditori che con le organizzazioni criminali non hanno intrattenuto rapporto alcuno, se non quello di aver pagato loro “il pizzo” per timore di subire pesanti conseguenze da un eventuale rifiuto.

Un conto è cedere ad un ricatto per timore della propria incolumità o per quella dei propri familiari, altro è la partecipazione a spartizioni di appalti, a gare truccate ecc.

E, a prescindere dagli aspetti giuridici, la differenza la si dovrebbe già fare sotto il profilo morale…

Gian J. Morici

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