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Carissimi amici, operatori dell’informazione, confratelli e memorie vive della Chiesa agrigentina. Dopo ventisei anni alla direzione dell’Ufficio Comunicazioni Sociali, è tempo di affidare questa preziosa staffetta ad altre energie. Il prossimo direttore, dell’Ufficio, come comunicato, in data odierna, dall’Arcivescovo Alessandro, sarà don Giuseppe Vecchio. (vedi) Mentre per l’Ufficio Comunicazioni Sociali l’Arcivescovo ha disposto questo avvicendamento, il mio impegno nel campo dell’informazione diocesana prosegue: continuerò infatti a dedicarmi con immutata passione alla direzione del nostro settimanale, “L’Amico del Popolo”.
Tutto è iniziato il 1° ottobre 1999 (qui), pochi giorni dopo il mio ritorno da Roma dopo avere conseguito la licenza in Scienze delle Comunicazioni Sociali. Ho mosso i primi passi come condirettore, per assumere successivamente la guida dell’ufficio. Ripercorrere questo lungo tratto di strada significa celebrare un cammino condiviso.
Desidero esprimere la mia profonda gratitudine ai Pastori che si sono succeduti sulla Cattedra di Gerlando. A mons. Carmelo Ferraro, che mi ha permesso di perfezionare gli studi e mi volle alla direzione dell’Ufficio Comunicazioni, confermandomi nel tempo e affidandomi, dopo mons. Domenico De Gregorio (maestro di vita e del “mestiere”), anche la direzione del settimanale diocesano “L’Amico del Popolo”. A lui si deve la visione di una comunicazione integrata che, oltre a valorizzare, sostenere e promuovere i media diocesani, “L’Amico del Popolo” e Radio Diocesana Concordia, ha voluto aprire, la nostra Chiesa, alla novità della Tv cattolica con Telepace Agrigento: un’intuizione coraggiosa, anche se mai pienamente realizzata per le resistenze interne incontrate nel tempo. Al cardinale Francesco Montenegro e all’arcivescovo Alessandro; a tutti va il mio grazie per la costante fiducia, la paternità e la libertà evangelica con cui hanno continuato a sostenere il mio cammino.
So bene che gli anni sono stati tanti in un unico servizio, che non ho mai cercato; parafrasando il profeta mi sento di dire che non ero giornalista né figlio di giornalisti, la Chiesa agrigentina, nel tempo, mi ha chiamato a questo servizio che ho abbracciato con passione, mettendo ogni giorno le mie energie per far sì che l’informazione sia sempre un ponte di comunione e speranza al servizio della Chiesa locale.
Dal 2014 con il passaggio organizzativo e pastorale della Curia, da struttura basata unicamente su singoli “Uffici” a un’articolazione in Centri pastorali, mi è stata affidata la direzione del Centro per la Cultura e la Comunicazione, un servizio a cui ho dedicato passione, fino al luglio del 2025, quando ho scelto di lasciare l’Ufficio Cultura per concentrarmi unicamente sull’Ufficio Comunicazioni Sociali e sul settimanale Diocesano.
Se mi guardo indietro, mi sembra di scorrere un romanzo epocale. Nel 1999 l’ufficio respirava il ritmo artigianale delle ultime macchine da scrivere a quelle elettriche, l’attesa dei fogli stampati e la fatica dei fax a cui faceva eco la gracchiante e metallica sinfonia acustica di bip e fruscii del modem che agganciava la linea. I computer e il web muovevano i primi passi e la notizia viaggiava a una velocità “romantica”, oggi insostenibile.
In ventisei anni la comunicazione ha cambiato volto. Abbiamo colto la sfida del web, abitandolo con impegno e speranza, per poi essere travolti dall’irruzione dei social, dove la notizia è diventata flusso continuo e piazza virtuale. Non ci siamo limitati a subire questa trasformazione: abbiamo cercato di abitarla, traducendo il Vangelo nei nuovi alfabeti digitali senza perdere la sete di verità. Tuttavia, abitare la piazza digitale ci ha insegnato che la velocità non è sinonimo di verità, e che la presenza sui social rischia spesso di dissolversi nel rumore di fondo o nell’illusione di una connessione che non si fa mai vera relazione.
Oggi, l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale ci pone di fronte a una sfida ancora più radicale: non si tratta più solo di gestire nuovi strumenti, ma di custodire l’anima stessa della comunicazione. Se gli algoritmi possono generare contenuti e simulare linguaggi, non potranno mai sostituire il cuore, l’empatia e lo sguardo dell’uomo.
La vera scommessa per la nostra Chiesa non è inseguire l’ultimo ritrovato tecnologico, ma garantire la primazia dell’umano: usare il digitale e l’IA e la carta stampata senza smarrire il valore dell’incontro, della carità vissuta, anche quella culturale e delle relazioni autentiche. La fede non si trasmette per sintesi di dati, ma per contagio di vita: ed è per questo che la carezza di una presenza, l’ascolto senza fretta e la bellezza di un incontro reale rimarranno sempre l’unico linguaggio insostituibile.
Custodisco gelosamente i ricordi delle feste di san Francesco di Sales e dei convegni formativi per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. In quegli eventi abbiamo cercato di alzare lo sguardo, crescendo insieme come categoria.
Il tesoro più grande, però, sono le persone, siete voi; le relazioni di fraternità (umana e professionale), la stima, l’amicizia che ho intessute con molti di voi al di là di timbri, protocolli, nomine e scelte personali. Col passare degli anni, ho sperimentato nella mia vita, che sono queste le uniche cose che restano e che conserverò come “eredità preziosa” di questi anni.
Con ciascuno di voi è nato un autentico rapporto di amicizia e leale collaborazione. Nelle emergenze come nei grandi e piccoli eventi, siete stati compagni di viaggio assetati di verità. Grazie per la cura e il garbo con cui avete dato spazio alla voce della Chiesa.
Un orizzonte che si è allargato anche ai rapporti regionali e nazionali con i colleghi di tutta Italia.
In questo momento di bilanci, sento il dovere di chiedere scusa se non sono sempre stato all’altezza, se la salute, soprattutto negli ultimi 10 anni, mi ha impedito di rispondere a tutti con la giusta prontezza. Desidero rivolgere un ringraziamento a Marilisa Della Monica e a tutto il gruppo redazionale del settimanale diocesano, ma anche a quanti, mi hanno sostenuto, consigliato e collaborato con affetto e dedizione.
Porto con me tanti sogni non realizzati pienamente: un coordinamento più forte tra i media diocesani e una comunicazione che facesse sempre rima con comunione, evitando fughe in avanti e autoreferenzialità, specie nell’era insidiosa dei social.
Nel lasciare la guida dell’Ufficio, il mio animo è colmo di gratitudine per il cammino percorso insieme e per i frutti, grandi e piccoli, che abbiamo saputo donare alla comunità ecclesiale e civile.
A don Giuseppe Vecchio, che continuerà questo cammino, consegno l’auspicio di riscoprire sempre che la comunicazione, prima di essere una tecnica, è una forma d’amore, una dimensione trasversale che attraversa tutti gli ambiti dell’azione pastorale e si pone a servizio di tutti. Sarà un cammino talvolta esigente e controcorrente, segnato da prove e stagioni non facili: gli affido il coraggio di non demordere e di custodire la speranza anche quando le circostanze sembreranno avverse, certo che ogni seme gettato con dedizione porta frutto nel tempo stabilito.
Se cambiano i ruoli istituzionali, non muta la passione per questa nostra comunità: l’impegno di cittadino e di credente continuerà a nutrirsi nelle trame del quotidiano, perché la fede che si fa storia non conosce congedi definitivi.
Ci incontreremo ancora per le strade di Agrigento, dei comuni della nostra provincia e lungo altri sentieri digitali che, pur immateriali, sono reali, con la certezza che le parole spese per il bene non vanno mai perdute. Con fraterno affetto, Carmelo Petrone.