
Tra encomi decontestualizzati, accuse di depistaggio e amnesie mediatiche, ecco come certa informazione seleziona i fatti del passato per riabilitare 007 e ignorare i riscontri dei giudici.
A volte si ha la sensazione che il trascorrere del tempo non cambi mai le cose. L’acquisizione di nuove prove, il lavoro d’indagine, lo svolgimento dei processi e le stesse sentenze sembrano non contare nulla. Queste ultime, infatti, vengono spesso prese in considerazione o ignorate a seconda della convenienza di certi giornalisti o utenti dei social network, intenti unicamente a condizionare l’opinione pubblica secondo gli interessi di terzi.
Un esempio di questo meccanismo risale al 2020, quando un giornalista fortemente convinto della tesi sul legame tra mafia e appalti ha rievocato la vicenda dell’ex agente dei servizi segreti Bruno Contrada. Nell’articolo si faceva riferimento a un intervento di Saverio Lodato durante la trasmissione “Atlantide” condotta da Andrea Purgatori su La7, sostenendo che Giovanni Falcone, parlando del fallito attentato all’Addaura e delle “menti raffinatissime”, avrebbe indicato proprio il nome di Contrada.
Per mostrare quanto Falcone stimasse Contrada per il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata, l’autore dell’articolo citava un elogio formale inviato nel 1982 alla Questura di Palermo, nel quale aveva espresso profonda gratitudine per la preziosa collaborazione offerta dalla Squadra Mobile e dalla Criminalpol nelle indagini relative al processo contro Rosario Spatola e altri imputati. In particolare, il magistrato sottolineava le eccellenti doti professionali e il costante supporto fornito da Bruno Contrada e da altri investigatori, capaci di garantire un contributo decisivo nonostante la grave assenza di mezzi adeguati per contrastare la mafia:
“Mi è gradito esternarle i miei più vivi ringraziamenti per la intelligente e fattiva collaborazione della squadra mobile e della Criminalpol di Palermo delle indagini istruttorie relative al procedimento penale contro Spatola Rosario ed altri, imputati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di altri gravi delitti […] Mi si consenta di segnalare, in particolare, il dottor Bruno Contrada, dirigente dalla Criminalpol Sicilia, il dottor Ignazio D’Antone, dirigente della squadra mobile di Palermo, il vicequestore dottor Vittorio Vasquez, il commissario capo dottor Guglielmo Incalza ed il maresciallo Santi Donato, i quali, pur in mancanza di strutture adeguate rispetto alla gravità ed alle dimensioni del fenomeno mafioso, hanno portato allo scrivente continua e ed incisiva assistenza, rivelando, altresì, nel compimento delle indagini delegate, ottime doti di capacità professionale”.
“Sappiamo – scrive il giornalista – che Bruno Contrada verrà condannato – secondo la Cedu ingiustamente e infatti la Cassazione ha revocato la condanna – per il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso commesso tra il 1979 e il 1988. Periodo nel quale Falcone gli aveva riconosciuto di aver svolto un ottimo lavoro contro la mafia. Possibile che il giudice stritolato a Capaci non si fosse accorto del suo presunto coinvolgimento con la mafia? A noi piace onorare la memoria del giudice e la sua indiscussa genialità. Se avesse avuto un minimo sentore di qualche collusione, Giovanni Falcone avrebbe evitato quell’encomio e soprattutto non lo avrebbe ribadito come riportato nel virgolettato del libro di Galluzzo, La Licata e Lodato”.
Giovanni Falcone manifestò davvero il suo apprezzamento per Bruno Contrada attraverso quel riconoscimento, ma si trattava di parole espresse quando i due lavoravano ancora a stretto contatto, e gli attestati risalivano a un periodo molto antecedente all’incriminazione di Contrada, avvenuta nel dicembre del 1992, cioè oltre sei mesi dopo la strage di Capaci.
L’apprezzamento iniziale di Falcone era dunque rivolto esclusivamente alle capacità investigative dimostrate sul campo da Contrada, in una fase precedente alle indagini che avrebbero poi fatto luce sui legami tra settori dello Stato e criminalità organizzata. Nonostante ciò, a distanza di quasi quarant’anni, per il giornalista quell’elogio iniziale rimane un punto fermo ed incancellabile, adoperato scientemente ignorando qualsiasi avvenimento o sviluppo giudiziario successivo.
Il 24 dicembre 1992 la Procura di Palermo dispose l’arresto di Bruno Contrada con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, determinandone il trasferimento nel carcere militare di Forte Boccea a Roma. Il lungo iter processuale, avviato nella primavera del 1994, fu caratterizzato da numerosi e contrastanti gradi di giudizio. Alla condanna a dieci anni emessa nel 1996 seguì l’assoluzione nel 2001, poi annullata dalla Cassazione nel 2002, fino ad arrivare alla condanna definitiva a dieci anni di reclusione giunta nel 2007.
La vicenda è poi giunta all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2015 ha condannato l’Italia sostenendo che la fattispecie di reato contestata non fosse definita in modo sufficientemente chiaro e prevedibile nel periodo compreso tra il 1979 e il 1988, arco temporale a cui si riferivano le condotte incriminate, e recependo tale pronunciamento, nel 2017 la Corte di Cassazione ha dichiarato inefficace la condanna penale.
Venne dunque assolto? Va specificato che la decisione della Suprema Corte non equivale a un’assoluzione nel merito, e che gli elementi di prova, le ricostruzioni e le testimonianze dei vari collaboratori di giustizia raccolti durante il processo restano fatti storicamente e giudiziariamente accertati. La revoca della sentenza è dipesa esclusivamente da un difetto di conformità giuridica nell’applicazione della norma penale in relazione al periodo in cui si svolsero i fatti.
Senza dover arrivare al momento dell’arresto, è opportuno ricordare che le prime ombre emersero già nel 1984, quando Tommaso Buscetta, durante i suoi colloqui con Giovanni Falcone, rivelò che Contrada forniva soffiate ai vertici mafiosi avvisandoli sulle imminenti operazioni delle forze dell’ordine. Buscetta fece specifico riferimento alle confidenze ricevute da Rosario Riccobono, capomandamento di Partanna Mondello, con il quale il funzionario manteneva contatti diretti. Col passare del tempo, queste rivelazioni trovarono ulteriore riscontro nelle deposizioni di numerosi altri pentiti, tra cui Francesco Marino Mannoia, Giuseppe Marchese, Gaspare Mutolo, Salvatore Cancemi, Rosario Spatola e Pietro Scavuzzo, i quali da differenti prospettive finirono per delineare il medesimo scenario.
Le ricostruzioni emerse nel corso delle indagini evidenziarono come Contrada avesse favorito il conseguimento di licenze di guida e porti d’arma a figure del calibro di Stefano Bontate e Giuseppe Greco, oltre ad aver agevolato lo stato di latitanza di Riccobono, e secondo quanto riferito da Giuseppe Marchese – teste reputato estremamente credibile – l’ex funzionario avrebbe persino coltivato canali d’informazione diretti con i fratelli Michele e Salvatore Greco e con lo stesso capo dei corleonesi. L’aspetto più grave riguardava proprio la costante fuga di notizie investigative riservate, che permetteva ai boss di anticipare le mosse degli inquirenti evitandone perquisizioni e catture.
Il nome di Bruno Contrada si intreccia in modo indissolubile con la storia dei due magistrati simbolo del contrasto a Cosa Nostra. Giovanni Falcone nutriva una profonda diffidenza nei suoi confronti, come confermato in sede processuale da Antonino Caponnetto, guida del pool antimafia, che raccontò come al termine di un interrogatorio in cui il funzionario era stato ascoltato come testimone, Falcone si strofinò vistosamente la mano sui pantaloni subito dopo avergli stretto la destra. Un gesto istintivo e incisivo, capace di esprimere una sfiducia totale.
I dubbi del magistrato si concentravano in particolare sul ruolo che Contrada avrebbe potuto avere nel fallito attentato dell’Addaura del 21 giugno 1989, quando sulla scogliera adiacente alla sua abitazione venne rinvenuto un borsone contenente cinquantotto cartucce di esplosivo. Il rinvenimento avvenne proprio nel giorno in cui era previsto l’incontro con la collega elvetica Carla Del Ponte per fare il punto sui canali del riciclaggio internazionale. A questo proposito, il giornalista Saverio Lodato ha raccontato che Falcone gli confidò privatamente di considerare Contrada una delle “menti raffinatissime” dietro l’attacco, raccomandandogli tuttavia di non rendere pubblica quell’affermazione.
Anche con Paolo Borsellino il legame fu caratterizzato da una forte diffidenza. Il primo luglio 1992, ad appena tre settimane dall’attentato di via D’Amelio, Borsellino si trovava a Roma per interrogare in grande segreto il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Contrada, pur essendo un interrogatorio riservato, ne era a conoscenza e incrociò il magistrato dicendogli di salutargli Mutolo. Lo stesso pentito riferì che Borsellino rientrò nella stanza visibilmente scosso, irritato e preoccupato, al punto da accendersi una sigaretta mentre ne aveva già un’altra accesa tra le dita.
La vicenda presenta tuttavia ulteriori risvolti. Soltanto un anno prima, lo stesso giornalista che scriveva nel 2020 della stima di Falcone per Contrada, raccontava come Contrada avesse bollato tutte le accuse nei suoi confronti come un vero e proprio disegno di depistaggio, finalizzato a destabilizzare le indagini e a colpire la sua figura.
Un attacco e una manovra diversiva orchestrati soltanto dai collaboratori di giustizia? A quanto pare no. Bruno Contrada aveva infatti presentato una querela circostanziata – le cui tesi venivano implicitamente avallate dal giornalista – indicando nomi, cognomi ed episodi specifici per dimostrare la presenza di una trama di falsità alimentata non solo dai pentiti, ma anche da esponenti delle forze dell’ordine che lo avrebbero segnato in modo irreversibile.
Tra gli appartenenti alle forze di polizia accusati da Contrada di aver preso parte a questo presunto attacco e al conseguente depistaggio figuravano, in particolare, il maggiore dei Carabinieri Carmelo Sinico e il maresciallo Carmelo Canale.
Furono necessari tre anni – scriveva il giornalista – affinché le affermazioni dei due ufficiali, mai supportate da riscontri concreti, venessero definitivamente archiviate. Il 7 marzo 1995, infatti, il GIP di Caltanissetta dispose infatti l’archiviazione del procedimento, aperto con l’ipotesi di reato di strage per l’attentato di via D’Amelio, in cui perse la vita Paolo Borsellino.
È spontaneo chiedersi allora come fosse possibile che un investigatore come il maresciallo Canale, persino elogiato davanti alla Commissione Antimafia, potesse aver partecipato a un’opera di depistaggio ai danni di Contrada, ostacolando così la ricerca della verità e il rispetto per i familiari delle vittime delle stragi.
Sarà un caso, e sicuramente il giornalista non ne era a conoscenza poiché non ne scrive, dei sospetti di Falcone su Contrada nel caso della fuga nel 1988 dell’imprenditore Oliviero Tognoli, accusato di riciclare denaro per la mafia, il quale riuscì a sottrarsi all’arresto grazie a una soffiata.
Durante gli interrogatori a Lugano con Giovanni Falcone e Carla Del Ponte, Tognoli ammise l’esistenza della soffiata da parte di un funzionario delle forze dell’ordine.
Secondo le testimonianze successive di Carla Del Ponte, Falcone chiese a Tognoli se l’avvertimento venisse da Bruno Contrada, ricevendo una conferma informale ma mai formalizzata a verbale per reticenza dell’imputato.
L’episodio rappresentò per Falcone la prova di una talpa negli apparati statali, fattore che alimentò le velenose accuse del Corvo di Palermo e i sospetti legati al fallito attentato all’Addaura.
In certi casi, come avvenuto per l’elogio indirizzato da Falcone a Contrada, il tempo sembra fermarsi del tutto, azzerando qualsiasi fatto avvenuto successivamente, mentre in altre circostanze, invece, il tempo scorre così rapidamente da cancellare ogni traccia di quel presunto depistaggio attribuito a Canale.
La figura di Contrada è tornata al centro delle cronache nell’ottobre del 2025, riemergendo nell’ambito di un altro doloroso capitolo della storia italiana: l’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana e fratello dell’attuale Capo dello Stato, ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Viene da domandarsi se sia soltanto una coincidenza il fatto che determinati giornalisti e community sui social – solitamente impegnati in una ricerca quasi ossessiva della verità – mostrino una forte riluttanza nell’affrontare l’eventuale coinvolgimento di appartenenti o ex esponenti dei servizi di sicurezza.
Il tempo, in realtà, non si ferma e non corre da solo, così come non vale – ed è giusto non valga – per i magistrati accusati di avere fatto parte del covo di vipere. Ma perchè viene fermato o accelerato a seconda della convenienza di chi scrive? Utilizzare un encomio del 1982 per cancellare decenni di riscontri processuali e far sparire le diffidenze di Falcone e Borsellino non è ricerca della verità, ma revisionismo a gettone. Un gioco di prestigio mediatico che risponde solo alla regola di proteggere gli apparati deviati dall’ombra dei dubbi che la storia ha già trasformato in certezze.
Gian J. Morici