
L’evoluzione della strategia stragista di Cosa Nostra tra il 1992 e il 1993 e i punti di contatto con il terrorismo neofascista.
Secondo la lettura di Progetto San Francesco, esiste una linea netta di demarcazione che attraversa la storia italiana, spesso appiattita in merito alle stragi. L’analisi di Progetto San Francesco sostiene che le stragi neofasciste e quelle di mafia non siano la stessa cosa per finalità, metodo e destinatari, il cui tratto distintivo sarebbe stato quello di colpire la massa, a caso, per destabilizzare lo Stato e manipolare l’opinione pubblica attraverso la strategia della tensione. Al contrario, la mafia avrebbe sempre parlato un’altra lingua, cercando il bersaglio singolo e simbolico, come i magistrati Chinnici, Falcone e Borsellino, per eliminare ostacoli precisi e regolare i conti con il potere, secondo la logica del colpirne uno per educarne cento.
Questa rigida schematizzazione si scontra con una vistosa contraddizione non appena si estende lo sguardo ai tragici eventi che hanno insanguinato l’Italia continentale nel 1993, citati nello stesso articolo.
In quel periodo, la strategia di Cosa Nostra ha subito una mutazione evidente, adottando metodi tipici del terrore indiscriminato. Si pensi alla strage di via dei Georgofili a Firenze, che provocò 5 vittime con l’obiettivo esplicito di ricattare lo Stato – come riportato nell’articolo – dopo le storiche condanne del Maxiprocesso. Si pensi alla strage di via Palestro a Milano, con altre 5 vittime, indicata dagli inquirenti come una vera e propria strategia terroristica contro lo Stato. O ancora, al fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma, dove solo il malfunzionamento del congegno evitò l’esplosione di un’auto bomba che aveva come obiettivo quello di uccidere decine di carabinieri, senza dimenticare l’attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo, che colpì un’area densamente abitata.
Davanti a questi fatti, l’impianto interpretativo che distingue nettamente la matrice mafiosa da quella neofascista in base al target (il bersaglio contro la massa) mostra i suoi limiti. I mandanti e gli esecutori materiali di via dei Georgofili, di via Palestro e del tentato massacro dell’Olimpico sono stati gli stessi vertici e picciotti di Cosa Nostra condannati per Capaci e via D’Amelio. Tutto è avvenuto nel medesimo, drammatico biennio 1992-1993.
Appare quindi fortemente contraddittorio quanto riportato nell’articolo inserendo le stragi del Novantatre tra quelle di Cosa Nostra – seppure le condanne hanno riportato tutto alla mafia -, quando la metodologia è stata quella tipica del terrorismo nero, piazzando bombe in musei, strade cittadine e stadi per colpire nel mucchio, terrorizzare la popolazione civile e piegare le istituzioni.
Limitarsi alla distinzione classica impedisce di vedere la reale portata dell’offensiva stragista dei primi anni Novanta, quando Cosa Nostra non ha esitato ad adottare la strategia del terrore neofascista, dimostrando una comunione di intenti con i protagonisti della strategia della tensione.
Alla luce di un’azione criminale così distante dai tradizionali canoni mafiosi, non si può affatto considerare bizzarra o infondata l’ipotesi che dietro quelle bombe ci fosse la mano di entità esterne a Cosa Nostra, e se non direttamente nella fase esecutiva e materiale degli attentati, appare altamente probabile il coinvolgimento di menti esterne nella pianificazione strategica delle stragi, nella selezione dei bersagli e nella scelta delle modalità operative. Su questo scenario inquietante continuano a lavorare senza sosta i magistrati della Procura di Firenze, impegnati in indagini approfondite che mirano a fare piena luce su queste zone d’ombra e ad accertare la presenza di mandanti occulti e complicità istituzionali o eversive.
Se tali dinamiche dovessero essere riscontrate per i fatti del 1993, considerando che l’intera offensiva si è concentrata nel medesimo e drammatico biennio 1992-1993 e che si è trattato a tutti gli effetti di una guerra dichiarata allo Stato, diventa impossibile escludere a priori che la stessa regia occulta abbia guidato anche gli attentati di Capaci e via D’Amelio. Restringere l’obiettivo di quelle prime stragi siciliane unicamente alla pista di “mafia e appalti” rischierebbe di essere una lettura parziale, che ignora la continuità logica e l’unitaria strategia terroristica di quel tragico periodo storico.
Gian J. Morici