di Diego Romeo

Agrigento – (“Vestire gli ignudi” è un’opera di grande forza e attualità: analizza l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa, la sofferenza che diventa spettacolo, il voyeurismo morboso che infetta la società contemporanea. Un’indagine profonda, che passa attraverso i consueti dubbi pirandelliani sull’identità: sono ciò che appaio? Sono davvero come gli altri mi vedono o mi immaginano? Ognuno è un’anima nuda e sente la necessità di rivestirsi di un abito di rispettabilità, di qualità apprezzate dagli altri, per dare un senso alla propria vita e sentirsi concretamente qualcosa).Questo recitano i manuali esplicativi. In questo “Vestire gli ignudi”, regia di Giovanni Volpe, visto al Palacongressi di Agrigento, non troviamo secondo i suggerimenti delle didascalie pirandelliane l’abitino consunto di color celeste ma una smagliante tunica bianca che avvolge Ersilia. Non ci sono i rumori della strada e per fortuna non ci sono i tuoni e i lampi (che certi registi in passato hanno utilizzato per sottolineare i passaggi più drammatici) ma un insinuante soundtrack che martella la scena. Appare ancora più en passant il tritacarne mediatico più volte ampliato da altre messinscena. Il regista Giovanni Volpe preferisce avvolgere questa edizione-riduzione in un semigelido Kammerspiel ibseniano con gli spettri-ombre del passato (sorta di files epsteiniani) che precipitano come lapilli a perforare l’esistenza dei piccoli uomini feroci.. Tutto sommato questo “Vestire gli ignudi” nell’attuale temperie sociopolitica indecisa tra una cultura senza egemonia e di una egemonia senza cultura, funziona molto meglio di una lettera pastorale che ci ricorda la mai smentita frase del card. Montenegro “Agrigento città appassita dai petali calpestati”. Protagonista metaforica di una condizione femminile, Marzia Patanè Tropea la cui interpretazione è da apprezzare per consapevolezza e coraggio, visto che una simile scelta può segnare la vita di un’attrice. Insieme a lei Gaetano Aronica, Fabrizio Milano, Alfonso Guadagnino, Ida Agnello, Frou Nobile che obbediscono brillantemente a una lettura registica interessante ma che non sempre trova l’equilibrio della lacerazione tra i personaggi e imprimendo una narrazione più estesa sul console Grotti al quale Gaetano Aronica (complice anche una inedita scenografia) offre da par suo gesti e toni calibratissimi. L’insistita voce rotta dal pianto di Ersilia percorre i circa 90 minuti della messinscena e non si placa nemmeno alla fine allorchè la protagonista pronuncia la sua sentenza di “morte nuda” che sulla pagina pirandelliana suggeriva un sillabare fermo, deciso e senza appello rivolto a quei “cani che le saltavano addosso”.
Si è chiuso tra gli applausi convinti e gli ululati da stadio dei giovani che numerosi frequentano il teatro del Palacongressi. Forse è quella porzione di “GenZ” che oltre a farsi manganellare per le proteste contro la guerra oggi dice (e ha detto) NO all’emarginazione e alle ingiustizie, confermando il rispetto della Costituzione. (testo e foto di Diego Romeo. Guarda la galleria)