
Il panorama geopolitico mediorientale sta assistendo a un ribaltamento di forze che pochi avrebbero osato pronosticare. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran non è stata solo una mossa tattica, ma un vero e proprio scacco matto strategico che ha messo gli Stati Uniti in una posizione di stallo senza precedenti, e oggi Washington si ritrova intrappolata in un vicolo cieco, non potendosi più ritirare senza perdere la faccia, mentre non è pronta per un’invasione di terra.
In questo clima di tensione, Donald Trump ha tentato una via d’uscita comunicativa, annunciando sui social l’esistenza di presunti colloqui di pace già in fase avanzata, parlando addirittura di una tregua energetica. La replica di Teheran è arrivata come una doccia gelida, rimandando al mittente le condizioni di pace e avanzando sue richieste che difficilmente gli americani e gli israeliani potrebbero accettare.
La proposta americana, descritta come un goffo tentativo di scambio, prevedeva anche una breve sospensione dei bombardamenti sulle centrali elettriche iraniane in cambio della riapertura dello Stretto, ma Teheran ha risposto con un netto rifiuto, umiliando pubblicamente la superpotenza globale.
Quella superpotenza che ha sempre trattato l’Iran come uno «Stato canaglia», colpendolo con sanzioni e missili, e si ritrova ora a implorare un dialogo – attribuendo la proposta all’Iran – che viene sdegnosamente respinto dalla controparte che non si fida a negoziare con chi ha sistematicamente tradito gli accordi e colpito i propri interlocutori.
Il fallimento dell’operazione aerea americana è ormai evidente. L’illusione di far crollare la Repubblica Islamica in pochi giorni è svanita dopo un mese di bombardamenti che non hanno scalfito la resistenza del Paese.
Una storia vecchia che non ha insegnato nulla, poiché l’illusione che il dominio dell’aria sia sufficiente a piegare un intero Paese e a provocarne il cambio di regime viene smentita dall’esperienza storica che insegna come senza un intervento di terra o una rivolta popolare interna, il controllo dei cieli rimane una vittoria mutilata.
Dalla Prima Guerra Mondiale, i bombardamenti britannici e tedeschi avrebbero dovuto insegnarci che le popolazioni colpite non insorgono per ribaltare i propri governi. L’esempio di Guernica ci avrebbe dovuto insegnare che bombardare i civili, anziché minare la volontà di resistenza, tende a compattare la popolazione attorno ai propri leader, creando un senso di solidarietà e determinazione contro l’aggressore esterno.
Quanti furono i bombardamenti durante il secondo conflitto mondiale? Eppure senza gli eserciti di terra, saremmo ancora qui a parlare di nazismo.
Anche in Vietnam gli Stati Uniti sganciarono un tonnellaggio di bombe superiore a quello utilizzato nell’intero teatro del Pacifico anni prima, per arrivare – dopo una guerra di terra e perdendo quasi 59.000 uomini e con oltre 300.000 feriti – al tavolo delle trattative accettando condizioni che avrebbero potuto accettare prima.
E la Guerra del Golfo? Non fu forse necessaria una massiccia operazione di terra per liberare il Kuwait?
Quali guerre sono state vinte e quali governi sono mai stati ribaltati con l’uso delle sole bombe?
Un capitolo a parte merita l’impossibilità nel lungo termine di governare un territorio occupato da forze straniere. La storia non ci ha insegnato nulla.
Pensare che l’Iran possa crollare sotto il solo peso delle bombe, senza il sostegno della popolazione o lo stivale di un soldato sul terreno, è pura illusione. Un’illusione che sta avendo conseguenze economiche globali, che costa la vita di innocenti, e che rischia di portarci a una guerra le cui dimensioni ancora ignoriamo.
Il fallimento della strategia statunitense in Medio Oriente, comunque vada, è una disfatta storica, con Washington che si trova oggi in una posizione di estrema debolezza, avendo puntato tutto su una prova di forza che si è rivelata un boomerang.
Il tempo gioca ora a favore di Teheran, mentre la presenza statunitense nella regione viene colpita e le rotte petrolifere restano bloccate. Se la situazione di stallo dovesse protrarsi, è prevedibile che gli sceicchi, privati delle loro rendite energetiche e della sicurezza, scelgano di scavalcare Washington per negoziare direttamente con l’Iran, che imporrebbe l’abbandono dell’alleanza con gli Stati Uniti e l’espulsione definitiva delle loro basi militari dalla regione.
Questo scenario evidenzia l’ironia amara della politica di Donald Trump, e il suo obiettivo dichiarato di disimpegnare gli Stati Uniti dal Medio Oriente rischia di concretizzarsi non come una scelta strategica ordinata, ma come una fuga umiliante dettata dalla necessità.
Oggi per la Casa Bianca non ci sono soluzioni. Abbandonare l’area significherebbe rinunciare al petrolio e lasciare Israele isolato, mentre preparare un’invasione di terra rappresenterebbe una tragedia certa per il popolo americano, con prospettive di successo quasi nulle.
Per vincere davvero, gli Stati Uniti e Israele dovrebbero lanciare un’offensiva di terra per la quale non sono preparati, e ogni giorno che passa a pianificare una simile invasione permette all’Iran di fortificarsi ulteriormente, trasformando un eventuale scontro terrestre in un massacro certo per le truppe americane.
Alla fine di questo inutile bagno di sangue e di questa prova di muscoli fallimentare, gli Stati Uniti saranno con ogni probabilità costretti ad accettare le stesse identiche condizioni che erano già sul tavolo durante le precedenti negoziazioni, quando si sarebbe potuti arrivare a un equilibrio diplomatico senza scatenare un conflitto, risparmiando vite e risorse, ma l’arroganza della leadership americana ha preferito la strada della guerra, finendo per perdere su tutti i fronti, con l’inutile consolazione di poter trasformare mediaticamente una sconfitta in una vittoria.
Gian J. Morici