
Mi meraviglio di quanto leggo ultimamente sulla stampa e sui social riguardo alla figura di Bruno Contrada, cercando di far passare quest’uomo come un martire della giustizia, tentando di cancellare le ombre del suo passato. Anche se bisogna avere rispetto per chi non c’è più, non si deve dimenticare la storia.
Contrada è morto tecnicamente incensurato, ma questo è successo per un motivo legale molto preciso, non perché sia stato dichiarato innocente. La Corte Europea e la Cassazione hanno cancellato la sua condanna a 10 anni solo perché, tra il 1979 e il 1988, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era ancora descritto in modo chiaro nella legge italiana.
In pratica, i giudici hanno stabilito che all’epoca un cittadino non poteva sapere con certezza che quei comportamenti sarebbero stati puniti proprio con quel reato, partendo dal principio che non si può punire qualcuno in base a una norma che all’epoca non era definita con precisione.
Bisogna però fare attenzione a non confondere le cose. Un conto è l’assoluzione vera, quella che arriva quando il giudice dichiara che i fatti non sono mai successi o che l’imputato non ha commesso il fatto, un altro conto è la revoca della pena per un motivo tecnico.
Nel caso di Contrada, i giudici non hanno mai smentito i fatti emersi nei processi, e le migliaia di pagine che parlano di contatti e favori ai boss mafiosi restano un pezzo di storia documentata. La condanna è stata cancellata perché la legge non era prevedibile, ma gli incontri e i rapporti con Cosa Nostra, accertati dai tribunali di Palermo, non sono affatto spariti.
Far passare questa decisione tecnica come una prova di innocenza morale significa tradire la verità. La giustizia ha cancellato la punizione, ma non ha cancellato ciò che è accaduto in quegli anni bui della nostra storia.
Quali di questi fatti, riportati in sentenza (da pag 818 in poi) è mai stato oggetto di pronunciamento giudiziario e smentita?
Quello che più stupisce, è che a voler trasformare l’ex poliziotto in un martire, spesso sono proprio coloro che dicono di battersi in favore della legalità.
Mi risuonano in mente le parole di Lucia Borsellino sulla strage di via D’Amelio: il diritto alla verità non va mai in prescrizione. È un principio che non ammette sconti, né scorciatoie procedurali.
La verità storica dei fatti non può essere spazzata via semplicemente perché una norma, all’epoca, non era ritenuta abbastanza prevedibile dal punto di vista tecnico-giuridico.
Possiamo anche accettare, per rigore di legge, che una pena venga revocata perché la norma dell’epoca non era prevedibile, ma non possiamo permettere che la memoria collettiva venga colpita da amnesia.
Confondere la fine di una detenzione con una riabilitazione morale è un errore che non possiamo permetterci, la verità storica è un patrimonio che appartiene alle vittime e a chi crede ancora nella giustizia, quella vera, che non si ferma davanti a un timbro o a un cavillo.
I fatti restano fatti. E i fatti documentati nelle migliaia di pagine su Bruno Contrada raccontano una storia che nessuna revoca tecnica della pena potrà mai cancellare.
Gian J. Morici