
Il cambio di regime in Iran è effettivamente avvenuto, ma questo potrebbe paradossalmente sancire la sconfitta degli obiettivi americani.
Se fino a poco prima dell’offensiva militare condotta da Stati Uniti e Israele, i vertici iraniani apparivano frammentati e indeboliti da lotte di potere tra il clero, l’ala politica riformista e i vertici militari delle Guardie della Rivoluzione, e a questa instabilità interna si sommava il malcontento della popolazione, ancora segnata dalle violente proteste di inizio anno, dopo che l’Assemblea degli Esperti in Iran ha ufficializzato la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema della Repubblica Islamica abbiamo assistito al sostegno popolare manifestato nelle strade di Teheran.
La strategia statunitense si basava sull’idea che un attacco esterno avrebbe agito da catalizzatore per un’insurrezione popolare, e secondo i calcoli di Washington, una volta colpita la leadership, i cittadini sarebbero scesi in piazza per abbattere definitivamente il governo, evitando così agli americani la necessità di un’invasione di terra, che sarebbe stata portata a termine dagli stessi iraniani in rivolta.
Dopo dieci giorni di ostilità il cambiamento ai vertici è avvenuto, ma sotto forma di una stretta autoritaria e militare, e adesso il potere è concentrato nelle mani del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e delle Guardie della Rivoluzione, che hanno imposto la legge marziale. La nomina del nuovo Grande Ayatollah e le grandi manifestazioni di piazza dimostrano che il governo ha ripreso il pieno controllo del territorio.
L’aggressione esterna ha provocato un compattamento patriottico della nazione, mettendo in secondo piano il dissenso interno, e a differenza di storici crolli di regimi causati da piazze ostili, in Iran il sentimento di difesa nazionale ha prevalso sulla critica politica. I nuovi leader al comando non hanno alcun interesse a una resa rapida; al contrario, traggono forza e legittimazione da un conflitto prolungato che garantisce loro poteri straordinari, o da una vittoria finale che ne accrescerebbe enormemente il prestigio, come già accaduto in passato durante la guerra contro l’Iraq.
Inoltre, l’attuale intervento militare congiunto tra Israele e Stati Uniti in Iran, ufficialmente motivato dal blocco del programma nucleare e dalla rimozione di un sistema autoritario, sta in realtà stringendo in una morsa mortale decine di migliaia di civili già vittime della repressione interna. Mentre i missili colpiscono le infrastrutture, una guerra parallela e invisibile si consuma nelle carceri, dove si trovano ammassati i manifestanti arrestati durante le ondate di protesta di inizio anno.
Per le tante migliaia di cittadini detenuti dopo le manifestazioni di gennaio, l’inizio delle operazioni belliche non ha portato speranza di liberazione, ma un incubo raddoppiato, e le organizzazioni per i diritti umani segnalano come il regime stia cinicamente sfruttando il caos del conflitto per regolare i conti con il dissenso interno. Chi ha osato manifestare contro la leadership si ritrova oggi in una condizione di totale vulnerabilità, isolato dal mondo a causa dei blocchi di internet e alla mercé di una magistratura che ha già dichiarato di voler trattare chiunque non sia allineato come un nemico di guerra.
Il rischio per queste persone è triplice. Alcune strutture carcerarie sono già state colpite dai bombardamenti in passato, poiché considerate obiettivi strategici per le attività di intelligence. In secondo luogo, emerge la denuncia dell’uso dei prigionieri come scudi umani, e diversi detenuti politici sarebbero stati trasferiti in località segrete, potenziali bersagli delle bombe alleate, per dissuadere gli attacchi o per utilizzarne l’eventuale morte come strumento di propaganda.
Infine, la minaccia più atroce proviene dall’interno. Con l’attenzione internazionale rivolta esclusivamente al fronte bellico, le autorità carcerarie hanno inasprito le condizioni di vita, limitando cibo e acqua e schierando unità antisommossa pronte a fare fuoco sui detenuti al minimo accenno di rivolta. Il timore di un massacro silenzioso è concreto. Molte delle persone arrestate a gennaio rischiano la pena di morte con processi sommari, e il clima di guerra offre la copertura perfetta per accelerare le esecuzioni lontano dagli occhi della comunità globale.
In questo scenario, l’azione militare rischia di trasformarsi in una condanna definitiva proprio per quei movimenti civili che cercavano il cambiamento, mentre la rabbia dei vertici politici e militari per i colpi subiti dall’esterno sembra riversarsi con violenza sui prigionieri, trasformando le celle in un fronte di guerra dove non esistono protezioni internazionali e dove il desiderio di libertà viene soffocato tra il fragore delle esplosioni esterne e il terrore delle rappresaglie interne.
Il popolo iraniano ringrazia quanti preoccupati per i crimini umani commessi da Khamenei, oggi plaudono a una guerra criminale voluta e portata avanti dal presidente israeliano Netanyahu e il suo socio Donald Trump, e non certo per ragioni di carattere umanitario.
Gian J. Morici