
Perché l’Italia tace su Netanyahu? Un viaggio tra le fragilità psicologiche di Trump, i ricatti del potere e il piano per la ‘Grande Israele’ che sta ridisegnando i confini del mercato del gas.
Dopo la prima parte dell’intervista con Antonio Evangelista in merito al rischio di recrudescenza del terrorismo, proseguiamo con la sua valutazione di carattere strategico-militare, economico e politico.
G. J. M.: La volta precedente abbiamo parlato di Iran e terrorismo; parliamo oggi di chi e perché ha voluto questa guerra…
Dall’altra parte della barricata c’è Donald Trump, la cui figura è offuscata da ombre pesanti, legate a legami con ambienti di potere finiti al centro di scandali etici e legali. Inoltre, la sua linea politica è fortemente condizionata dal sostegno economico e strategico delle lobby pro-Israele, il che rende molto difficile prevedere cosa farà davvero in futuro.
In un clima del genere, il pericolo del terrorismo resta una variabile legata a come si evolverà la guerra. Tutto dipenderà dai tempi dell’attacco, dai tipi di armi usati e, soprattutto, dal numero di civili che perderanno la vita. Oggi la stabilità del mondo è sotto scacco sia per le strategie militari degli stati, sia per queste derive irrazionali quasi impossibili da fermare.
Parlando di strategia militare, quanto è probabile che gli Stati Uniti decidano di invadere via terra l’Iran?
Nonostante l’imprevedibilità di Trump, credo che un’invasione classica sia molto improbabile. Un’operazione del genere causerebbe una spaccatura interna mai vista prima negli Stati Uniti. Persino tra i suoi sostenitori del movimento MAGA il consenso sta calando, e il Congresso, insieme a gran parte dei cittadini, non vuole assolutamente farsi trascinare in una nuova guerra.
Si parla molto di un possibile utilizzo di milizie curde o di oppositori iraniani, ma non ci sono prove concrete che questo stia accadendo, anche se è molto probabile che Washington scelga la solita strategia, quella di fornire supporto aereo e logistico a truppe locali, evitando di mandare i propri soldati al massacro. La credibilità americana, d’altronde, è ai minimi storici dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan, e in più, Trump è politicamente debole, stretto tra lo scandalo Epstein e le vicine elezioni di metà mandato. Questi problemi gli tolgono spazio di manovra, e una guerra aperta sarebbe un rischio politico che il suo governo non può permettersi.
Per quanto riguarda l’Italia, il nostro governo sembra aver scelto di aspettare senza prendere una posizione chiara. Cosa ne pensi?

Mi sembra che si stia cercando di tenere i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. Trovo imbarazzante questo silenzio, considerando che quasi tutti i leader mondiali si sono già espressi.
Qualunque sia la motivazione, questo silenzio è un pessimo segnale. C’è molta tensione anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali e referendari, proprio perché la Presidente del Consiglio ha sempre costruito la sua immagine pubblica sul legame stretto con gli Stati Uniti e con figure come Trump. Forse questo temporeggiare è il male minore per chi si troverebbe a dover condannare un “amico” senza sapere cosa farà domani. Ma l’amico in questione non è solo Trump, è soprattutto Netanyahu.
Credo che questa obbedienza verso Israele sia legata a strategie energetiche a lungo termine. Israele punta a diventare il centro nevralgico del Mediterraneo sud-orientale. Se osserviamo la costa, il porto di Haifa è rimasto ormai l’unico scalo dominante. Il progetto della “Grande Israele”, al di là della propaganda religiosa o mistica, punta a trasformare il Paese nel ponte commerciale tra la penisola arabica e l’Europa. I “Patti di Abramo” non sono altro che accordi per far transitare merci ed energia attraverso Israele verso il Mediterraneo.
Qual è l’interesse del nostro Paese rispetto i piani israeliani?
In questo piano l’Italia è già coinvolta. L’Eni sta effettuando trivellazioni e contratti per il gas al largo di Gaza. Israele se ne è impossessato “manu militari ” e lo gestisce direttamente, avendo già stretto accordi preliminari con vari partner, tra cui appunto i nostri enti energetici. Questo spiega l’attacco ai paesi che venivano definiti “del male”, come Iraq, Iran e Libano. Sono territori che ostacolano questo disegno. Per rendere il corridoio energetico sicuro e inattaccabile, la strategia è neutralizzare chiunque possa dare fastidio in futuro. Se guardiamo i paesi bombardati da Israele negli ultimi mesi, sono tutti lungo la rotta che dai ricchi giacimenti del Qatar e degli Emirati porta al Mediterraneo. In questa partita, l’Italia sembra seguire più la linea di Netanyahu che quella di Washington. A mio avviso, il vero regista oggi è il leader israeliano. Trump vuole l’ultima parola, ma la regia è in mano a Gerusalemme.
Sembra quasi che Trump sia stato trascinato in questa situazione, forse perché ricattabile. Cosa ne pensi?
La figura di Trump è inquietante. Se ci fai caso, quando parla usa un linguaggio semplicistico, quasi infantile, tipico di chi non riesce a confrontarsi in modo maturo con gli adulti. Questo dettaglio diventa ancora più cupo se collegato al suo coinvolgimento nei file di Epstein. Anche sua nipote, che è una psicologa, lo ha definito un narcisista psicotico. Non abbiamo precedenti storici di questo tipo. Chi ha deciso di portarlo al potere per usarlo come un burattino, probabilmente non ha capito di avere a che fare con un burattino fuori controllo.
In un quadro così instabile, tra gli scandali che assediano la Casa Bianca e questo nuovo ordine energetico che vede Israele come protagonista assoluto, quali sono i possibili scenari per il prossimo futuro? Trump rischia davvero di essere messo all’angolo dai suoi stessi errori, o dobbiamo aspettarci una reazione imprevedibile che rimescoli ancora una volta le carte della politica mondiale?

È difficile prevedere con certezza cosa accadrà, ma siamo a un bivio. Da una parte, è molto probabile che Trump venga travolto dal peso delle inchieste, dai file di Epstein e le varie indagini giudiziarie che potrebbero trasformarsi in una valanga capace di isolarlo politicamente, mettendolo finalmente in condizione di non nuocere. In questo scenario, verrebbe neutralizzato dalle stesse istituzioni americane.
Esiste però un’altra ipotesi, più cupa, che affonda le radici in una delle tradizioni più drammatiche e lunghe della storia degli Stati Uniti. È quel tipo di soluzione drastica che l’America ha già adottato in passato quando un leader è diventato troppo ingombrante o fuori controllo per gli equilibri del sistema. Preferisco non approfondire oltre, ma non sarebbe purtroppo una novità nella storia di quel Paese…
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Chi è Antonio Evangelista: Specialista in criminalità transnazionale e terrorismo globale, ha costruito una carriera tra diritto e sicurezza operativa, partendo dalla laurea alla Sapienza per arrivare ai vertici dell’antiterrorismo internazionale. Il suo percorso lo ha visto guidare la Squadra Mobile e la Digos di Asti, per poi assumere incarichi di rilievo all’estero: ha diretto la missione di polizia italiana in Kosovo per l’ONU e ha supportato la polizia della Repubblica Serba di Bosnia nell’ambito della missione europea EUPM. In ambito Interpol, ha ricoperto ruoli dirigenziali nella cooperazione internazionale tra Roma e Amman. La sua capacità di analisi è emersa con forza nel 2015, quando individuò sui social segnali anticipatori degli attentati dell’ISIS a Parigi con un mese di anticipo. La sua esperienza sul campo è documentata in diverse opere letterarie, tra cui Madrasse e Mediterraneo, dove analizza le dinamiche del radicalismo tra i Balcani e il resto del continente.