
Di fronte al campo che si estendeva oltre la chiesa di pietra, Ettore sposò Adele.
La campana rintoccava e Adele si abbandonava al suo braccio. Suo padre era da qualche parte a dormire ubriaco. La zia Nora in ginocchio in fondo alla chiesa, accanto all’uscita, la zia Elide sostava sui gradini consumati, fuori. Erano vestite bene, con i vestiti buoni e stretti della loro gioventù.
Il vento soffiava sulla groppa dei campi, dentro il silenzio era ombra e fresco. Ettore e Adele si scambiarono d’oro e di sguardi così profondi e colmi come nessun racconto può narrare.
Forse c’era della musica o forse era la pioggia, improvvisa, sul tetto alto della chiesa,forse un coro che arrivava e sciamava e si dissolveva verso le finestre in alto, confondendosi con il chiarore ingrigito della campagna.
Ettore e Adele uscirono sul sagrato e la zia Elide e la zia Nora li baciarono e dissero che a casa era tutto pronto per festeggiarli. Adele guardò verso l’orizzonte, la pioggia stava aumentando, ma loro non riuscivano a partire da quel sagrato, a scendere quelle scale di pietra porosa e antica, da quella luce e quella pioggia che li disfaceva nei loro abiti di sposi, incollati ai loro corpi. Il coro usciva alla spicciolata e li festeggiava, ma per loro il canto non sembrava essere finito, e le bianche ragazzine che gli saltavano intorno e toccavano l’abito della sposa e abbracciavano lo sposo, ancora apparivano loro come l’espressione delle anime che li avevano protetti durante la loro solitaria cerimonia.
- Stella – infine sussurrò Adele all’orecchio di Ettore. Lui chiuse gli occhi e appoggiò la fronte sulla fronte di Adele
- -Stella- ripetè
- Come mia madre-
- -Come tua madre-
- E mentre la pioggia scrosciava ed insieme il cielo si apriva in un varco luminoso, Ettore la sollevò da terra e si avviò verso casa.
Davanti al portoncino della cucina, nel prato sterpato e sassoso, le zie avevano messo dei cavalletti e sopra vi avevano montato delle tavole di legno, e apparecchiate con quasi tutte le tovaglie che avevano in casa. Le più logore sotto alle più recenti. Al centro c’era un vaso con fiori di campo, una macchia d’oro e viola, e intorno vassoi d’ogni tipo con ortaggi sfornati, zuppe, fette di pane e frutti e dei piccoli barattoli di miele da regalare agli ospiti.
Quando Adele vide quello che le zie avevano fatto per lei si strinse ancora di più ad Ettore. Lui sorrise e ringraziò. I vicini arrivavano, e con loro i regali. Qualcuno aveva portato degli strumenti e cominciò a suonare.
La gente ballava e beveva. Aveva smesso di piovere, ma le scarpe leggere si infangavano. Arrivava continuamente cibo, e dolci e confetti , e parole e sguardi indefiniti. Quando spuntarono le prime stelle a cielo ancora acceso, e si profilò la luna, Ettore pensò che il sogno che aveva fatto era identico alla realtà che viveva. Si voltò per dirlo ad Adele, ma non la trovò. Guardò verso la folla danzante, le teste ormai senza più cappello, il fango fin quasi alle ginocchia, ma non la vide. Allora si spinse più in alto, verso la selva. E gli parve di sentirla. Cominciò a salire sul viottolo che costeggiava il casolare, verso le arnie. La voce di Adele era più distinta. O forse era di Elide. In mezzo al canneto, soffocato a sua volta dai rovi ,Elide teneva sua nipote, le strappava l’abito, lo sbrindellava sulle spine, la soffocava di parole, sputate vicino al suo viso immacolato: finisci come tua madre.
Prima che riuscisse a raggiungerle, vide Adele divincolarsi, afferrare la zia per la gola e sussurrare: sei stata tu. Lo sapevo.
Poi Adele lasciò la presa e divenne un fagotto di terra nella terra. Era calata la notte.
Intanto si erano accese le luci, e la gente continuava a cantare e ridere.
Ettore raccolse Adele. Elide si era rifugiata più in alto. Si sentivano i suoi singhiozzi , e delle grida amare.
La notte era viola, strappi di nuvole livide rattoppavano il cielo .
Ettore portò in segreto la sposa nella loro casa. Nessuno si era accorto di nulla. Adele era silenziosa e turbata. Lui le diede dell’acqua. La stanza era buia ma la luce della festa la invadeva di traverso, sulle pareti le sagome dei ballerini, le loro ombre festose, facevano il cinema. Adele bevve, e poi disse:
-Ora non mi vorrai più. Te l’ho detto che non vado bene-
Lui le si sedette di fronte. Ettore non aveva tante parole. Si alzò e le carezzò il ventre. Ci tenne su le mani come se tenesse un cesto di raccolto faticato. Sorrise,
-Vedi? già ridi di me- sussurrò Adele. Lo commosse che lei lo ritenesse capace solo per un attimo di rinunciare a lei. Ma come dirglielo? Lei scrutava il suo volto di uomo, di ragazzo estraneo, insolito, misterioso per lei.
– Fa freddo- disse e aggiunse:- Non ho paura di Elide. Non so perché ce l’ha con me e con mia madre.- Si alzò dalla sedia e lasciò che Ettore la conducesse, che la cercasse con calma, che la avvolgesse, mentre lei gli diceva di non pensare, di pensare solo a lei, di cancellare il mondo, di non vedere che lei, e niente altro, neppure tirare su la testa per spiare una stella, né tradirla con la luna. Solo lei, che glielo giurasse.
Non disse una sola parola d’amore per lui. E questo Ettore lo capì.
Sara Milla