
In dialetto romanesco c’è una espressione assai colorata che descrive lo stato delle cose: “BUTTARLA IN CACIARA”.
In napoletano è “FARE AMMUINA”, così che quelli che stanno a poppa vanno a prua e viceversa senza che la nave si muova mai.
Alcuni la chiamerebbero “PULP FICTION” o strategia del polpo de “noantri”, quella che annebbia di nero fascista ogni cosa.
Altri, ancora, lo chiamano con l’acronimo U.C.A.S. che, nella pubblica amministrazione italiana, connota il famigerato UFFICIO COMPLICANZE AFFARI SEMPLICI.
Chi ha accumulato tanti lustri e macinato miglia su miglia di viaggio nella Giustizia sa bene di cosa stiamo parlando.
Alludiamo alla capacità di confondere ogni cosa, anche la più semplice, con pensieri e motivazioni che servono solo a rendere impossibile ogni giusto esito.
Complicatori del pane, li ha definiti Samuele Bersani nella sua meravigliosa canzone “Giudizi Universali”.
Gente che – per abito mentale, ideologico o per grave malafede – non fa altro che ingigantire il problema in luogo di evidenziare e raggiungere la soluzione.
Il genio di Alessandro Manzoni aveva tinteggiato tutto questo, in modo mirabile, nel personaggio del dottor Azzeccagarbugli allorché il povero Renzo comprende la vera natura dell’ingiustizia.
“A sapere bene maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente” perché “all’avvocato bisogna raccontare le cose chiare poi tocca a loro imbrogliarle”.
Così ho ascoltato tante parole “vuote, ma doppiate” dei ventriloqui dei poteri – palesi o occulti – che hanno devastato il corpo della magistratura in questi decenni.
“Imbrogliatori” di professione.
Tutti lì a piangere sull’orrendo attentato alla Costituzione repubblicana, alla libertà dei magistrati ed, infine, alla Giustizia del nostro meraviglioso Paese sfregiata dal referendum.
Come se la Giustizia, in Italia, non si fosse sfregiata da sola.
Come se il Presidente della Repubblica non avesse rimosso – con un solo gesto – ben sei (sei!) componenti del CSM in carica per quelle che riteneva plateali malversazioni correntizie.
Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato l’avere consentito la tragica deriva di prestigio e credibilità in cui la magistratura è precipitata.
Dalla eroica troposfera dei Livatino, Alessandrini, Amato, Calvosa, Scopelliti (e le altre decine di martiri leali e coraggiosi “civil servants” dello Stato), agli inferi del vergognoso mercimonio correntizio sintetizzato nella parola “pacchettone”, inventata dal “tonno” Palamara per descrivere la fraudolenta redistribuzione degli incarichi giudiziari.
Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato il silenzio sulle parole disperate del Giudice Ciaccio Montalto, contro le correnti, prima che i vigliacchi di Cosa Nostra lo uccidessero.
Un silenzio, forse anche complice, durato mezzo secolo e che – strage dopo strage, errore dopo errore – ha portato la magistratura italiana (e con lei la Giustizia) alla sua definitiva implosione.
Come se il vero attentato alla Costituzione non fossero stati i depistaggi sulle stragi ed i processi farlocchi (leggasi Scarantino), in cui nessuno dei magistrati responsabili ha pagato.
Ascoltare le bugie quando si conosce la Verità può essere pure divertente, ma oggi il contesto non ammette svaghi.
Occorre, adesso, dare voce alla Dea che – sarà pure bendata – ma che molti vogliono pure muta in un momento in cui il suo urlo silenzioso è udito dal Paese intero.
Quello che gli italiani dovranno fare è assai semplice, perché semplicemente dovranno tenersi lontani da coloro che la “buttano in caciara” e fanno “ammuina”.
Seppellire, con una risata, i “complicatori del pane”, i prezzolati imbonitori televisivi e gli “imbrogliatori” delle cose chiare.
Dovranno comprendere che la Giustizia non è qualcosa degli altri, ma è l’acqua che permette di soddisfare la sete di Verità di un popolo.
Senza la Giustizia nulla può esistere e nessun futuro di civiltà e di progresso può essere conseguito.
Dovranno andare tutti a votare per non morire tutti di sete e dovranno votare allo stesso modo in cui gustano il pane fresco al mattino.
Senza complicarlo, perché nessuno vuole più un pane duro, raffermo e ammuffito.
Un pane vecchio e rammollito che nessun nutrimento può più dare.
Nel gesto di Gesù che divide il pane fresco e lo distribuisce ai suoi apostoli c’è tanta metafora della Giustizia che cerchiamo e che tra poco avremo la possibilità di scegliere.
In quel gesto si cela la Verità che cerca tutta la Nazione e che tutta la Nazione cerca…
Lorenzo Matassa