
Testo dell’intervento dell’on. Agostino Spataro alla Conferenza di presentazione alla Camera dei Deputati del libro “A mulher que tentou matar Mussolini”, edito da Jurua Editora (Brasile). Roma 22 gennaio 2026.
1… Prima d’iniziare questo mio breve intervento, consentitemi di ringraziare per il loro impegno, oltre che per la loro gradita presenza, l’on. Fabio Porta, sua Eccellenza l’Ambasciatore del Brasile in Italia, i vari relatori e co-autori che hanno arricchito il dibattito e valorizzato l’aspetto storico-culturale del nostro libro “brasiliano”.
In particolare, mi preme evidenziare, nei limiti del possibile, un aspect particolare ossia le connessioni politiche che si realizzarono intorno all’attentato del 7 aprile 1926, con particolare riferimento al ruolo svolto dall’on. Giovanni Antonio Colonna (nato il 22 gennaio 1878, dal duca Calogero eroe garibaldino e da Emmelina Sonnino, sorella del più noto Sydney), fondatore di Democrazia Sociale e già ministro delle Poste nel governo Mussolini, che appare, e scompare, come una sorta di “protagonista” occulto di questa storia.
Il Colonna, specie dopo la barbara uccisione del suo amico on. Giacomo Matteotti, ruppe con Mussolini e passò decisamente nei ranghi dell’opposizione aventiniana guidata da Giovanni Amendola, Antonio Gramsci, Alcide De Gasperi, ecc. che, per quanto vibrante e clamorosa, non riuscì a scuotere nel profondo il sentimento del popolo italiano.
Constatata tale, deludente conclusione, nel 1925 il Colonna (unitamente a De Gasperi e ad Amendola) tentò un ultimo approcciò con il re per chiedergli di revocare la fiducia a Mussolini. Ma senza esito. Da qui la convinzione (ne parlò con il principe Pietro Ercolani) che l’unico mezzo rimasto per ristabilire la democrazia in Italia era l’assassinio del Duce.
2… L’occasione si presentò con l’arrivo a Roma della nobildonna irlandese Violet Gibson, figlia del Lord Cancelliere d’Irlanda, che il Colonna ammetterà di aver conosciuto all’estero nel corso di alcune conferenze della società teosofica europea.
Il Colonna aiutò la donna a trovare alloggio a Roma nella sua stessa via di residenza (in via Gregoriana 18) per poterla meglio incontrare e discutere sul progetto omicidiario.
Il 7 aprile 1926, in piazza del Campidoglio, avvenne l’attentato a Mussolini da parte della Gibson che sparò, da distanza ravvicinata, a Mussolini colpendolo di striscio al naso, con una vecchia pistola che le avrebbe fornito il Colonna. Da notare che questo fu l’attentato più pericoloso di quel periodo che se fosse andato a segno avrebbe cambiato il corso della storia d’Italia.
Durante i primi interrogatori la Gibson si limitò ad esprimere idee assai incongrue e confuse. Negò tutto, perfino l’evidenza del fatto. Negò di avere agito in combutta con altri. In particolare, respinse il sospetto, affiorato dalle prime indagini, secondo cui avrebbe agito in cambutta con una personalità antifascista (addirittura sospettata come possibile mandante) che poteva avere buoni motivi politici (forse anche personali) per far uccidere Benito Mussolini. Il riferimento, non tanto velato, era all’on. Giovanni Antonio Colonna. Nel corso di un successivo interrogatorio, la Gibson ammetterà che il Colonna le fornì assistenza logistica e una rivoltella per attuare il piano omicida.
3… Il Di Cesarò, interrogato, negò ogni responsabilità in ordine all’attentato anche se ammise di avere conosciuto la Gibson durante gli incontri europei della società teosofica in cui entrambi militavano e la cui sede nazionale era a Roma in via Gregoriana 5, residenza della responsabile per l’Italia Emmelina Sonnino sorella del più famoso Sydney e madre dell’on. Giovanni Antonio Colonna.
Durante l’indagine furono presi in considerazione- soprattutto dal commissario di PS Pennetta- questi ed altri elementi che richiamavano la responsabilità del leader di Democrazia Sociale, il quale- come detto- negò risolutamente ogni addebito. E che altro poteva fare?
L’istruttoria si bloccherà a seguito della ulteriore ritrattazione che farà Violet. La qualcosa, però, facilitò l’opera di chi aveva interesse a far dichiarare l’attentatrice” malata di mente”, soluzione perseguita dalla diplomazia dei due Paesi (GB e Italia) che risultava comoda un po’ a tutti. Conveniva all’attentatrice e alla sua influente famiglia che così poteva sperare in un “recupero” della congiunta, al governo inglese che intendeva mantenere con Mussolini buone relazioni politiche; a Casa Savoia che confermò la fiducia al Duce; allo stesso on. Giovanni Antonio Colonna il quale- in caso diverso ne avrebbe potuto subire pesanti conseguenze giudiziarie e d’altro tipo.
4… Ovviamente, siamo nel campo delle supposizioni, nessuno ha certezze granitiche da esibire. Tuttavia, seguendo una certa logica politica è possibile immaginare come andarono effettivamente le cose in Piazza del Campidoglio in quel 7 aprile 1926.
Tutto ciò, anche grazie ad una provvidenziale dichiarazione di follia appioppata dal Tribunale speciale all’autrice dell’insano gesto che impedì di svolgere indagini più accurate e la celebrazione di un regolare processo. Provvidenziale davvero poiché, dopo una laboriosa trattativa, si giunse ad una “soluzione politica” concordata ossia all’espulsione dall’Italia di Violet Gibson verso la Gran Bretagna con l’obbligo d’internarla in un ospedale psichiatrico da cui poteva uscire solo da morta. E così avvenne!
La povera Violet resterà rinchiusa in manicomio fino alla sua morte avvenuta nel 1956. Per quanto spietata ed assurda tale soluzione riuscì a mettere tutti d’accordo: vittima e carnefici come si suol dire. Dopo il fallito attentato, il duca abbandonò ogni attività politica (anche perché vietata dalle leggi fascistissime introdotte dal regime) per dedicarsi agli studi antroposofici e filosofici e anche…ai suoi feudi di Ioppolo Giancaxio (che è anche il mio paesello) da cui traeva congrue risorse finanziarie che gli consentivano un buon livello di vita nella Capitale.
Nonostante ciò, il regime – che sapeva come in effetti erano andate le cose- tenne sotto stretta sorveglianza il duca fino alla sua morte avvenuta nel 1940. Volle essere sepolto nella cripta del loro castello di Ioppolo, accanto ai suoi illustri predecessori.
On. Agostino Spataro