
Oggi viviamo costantemente in bilico tra il mondo reale e una vetrina digitale che assorbe gran parte delle nostre energie. Postiamo le nostre foto, scegliendo le migliori magari un po’ photoshoppate o vecchie di anni; facciamo di tutto per renderci interessanti, per ottenere quel benessere momentaneo che ci viene da una approvazione esterna. Cerchiamo in tutti i modi di piacere e di piacerci, senza renderci conto che i social media hanno trasformato la nostra quotidianità portandoci a preferire una vita parallela fatta di schermi alla concretezza della realtà.
Pian piano, senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita vera, con i suoi momenti di noia, fatica e difetti, ci porta in direzione di una dipendenza alimentata dalla ricerca incessante di nuovi contatti e dalla gratificazione immediata dei like. Ogni notifica agisce come una piccola dose di dopamina nel nostro cervello, stimolando il sistema di ricompensa che finisce con il renderci schiavi del giudizio altrui.
La nostra dipendenza è divenuta tale che persino dinanzi a un incidente o a un evento tragico, la prima reazione non è più tendere la mano, ma estrarre il telefonino.
Siamo diventati spettatori passivi della realtà che ci circonda, separati dal dolore altrui da uno schermo, e quello che un tempo era l’istinto del soccorso è stato sostituito dalla frenesia della condivisione. Inseriamo un filtro tra noi e la tragedia, trasformando una persona ferita in un contenuto da pubblicare, un video da rendere virale per accumulare like e visualizzazioni, dimenticando che dietro quei pixel c’è carne, sangue e una richiesta d’aiuto silenziosa.
Il desiderio di documentare prevale sull’istinto di soccorso perché il dispositivo ci trasforma da partecipanti a registi, rendendoci paradossalmente incapaci di reagire alla realtà che abbiamo di fronte, specie se sono presenti altre persone, alle quali demandiamo il dovere morale di intervenire mentre noi continuiamo a filmare.
Non avrei voluto mai scrivere queste parole, specie in un momento così tragico, ma le immagini dell’incendio al locale Le Constellation a Crans-Montana sono la prova agghiacciante di questa deriva. Vedere ragazzi che continuano a ballare e a filmare le fiamme che avvolgono il tetto, pochi istanti prima di diventarne vittime, impone una domanda atroce: si può morire per un like? La risposta, purtroppo, sembra essere sì. L’ossessione per il contenuto ha annullato persino l’istinto primordiale di fuga.
Oltre alla tragedia della perdita, resta lo strazio dei familiari che si troveranno a guardare quei video, riconoscendo i propri cari nell’atto di filmare il fuoco che li ucciderà. È il fallimento dell’empatia e della ragione di fronte a una realtà che esiste ormai solo se mediata da un pixel.
Gian J. Morici