Buongiorno, Signor Primo Cittadino.

Suppongo che in questo momento Lei sia impegnato a dirigere una riunione di Giunta su una delle tante «grane» che questa metropoli dei diavoli riesce a produrre ogni giorno, oppure sia seduto sulla scomoda sedia sindacale nell’atto di firmare l’ennesima delibera con cui si cerca di raddrizzare le gambe, geneticamente storte, dell’urbe delle panelle e dei crocchè.
Conoscendo il suo quotidiano impegno non è mia intenzione, quindi, sottrarLe quel tempo prezioso che dovrebbe destinare alla lettura di questa mia lettera aperta.
Tuttavia, si prenda quel tempo di lettura e, forse, alla fine ne potrebbe trarre beneficio: nell’arte medica – Lei mi insegna – la prevenzione è meglio della cura, allo stesso modo in cui al male estremo si risponde con estremi rimedi.
Ecco, partirei da qua.
Immagini che – d’un tratto – tutto ciò che Lei ha studiato alla facoltà di medicina (e poi pure insegnato ai suoi studenti) non avesse più alcun valore di riferimento.
Anzi, fosse applicato in maniera diametralmente opposta rispetto ai protocolli consolidatisi in decenni di positive esperienze e pratiche mediche.
Insomma, che tutto il mondo attorno a Lei – d’un tratto – urlasse che il cuore degli uomini si trova a destra e che basta l’Aspirina a curare anche il più aggressivo e letale tra i tumori.
Sono certo che Lei – Gentile Sindaco – ne rimarrebbe esterrefatto. Griderebbe: «Follia!»
Bene, anzi male (perché del male di Palermo qui parliamo…).
Ciò che sta accadendo nella città che Lei dirige ha gli aspetti paradossali della metafora che Le ho appena rappresentato.
D’un tratto, in questa folle comunità (in)urbana chiamata Palermo, il Diritto Civile – che fanno a lungo studiare alla facoltà di Giurisprudenza – non vale più.
Su strade sfossate e divelte, in totale assenza di segnaletica orizzontale, sfrecciano monopattini guidati da minorenni senza abilitazione alla guida, senza assicurazione e senza casco.
Zigzagano sfiorando ignari pedoni (soprattutto sulle aree destinate a questi ultimi) mettendo a repentaglio la vita anche di bambini.
Spesso, dopo avere creato incidenti, si dileguano lasciando per terra il monopattino che vi resterà per giorni.
Tutta questa «follia!», sembra sia pagata dal Comune e travestita sotto il titolo di mobilità alternativa o micromobilità.
È solo la punta dell’iceberg della Caporetto del Diritto Civile (e delle più elementari regole della civile convivenza) cui si assiste, ogni giorno, nella città da Lei amministrata.
Solo ieri, una donna che tornava dal mare, in un giorno felice d’estate, è stata uccisa da un folle scooterista che l’ha presa in pieno.
È, questo, un omicidio colposo annunciato su una strada molto frequentata e priva delle più elementari misure dissuasive della velocità (del resto assenti in tutto il territorio cittadino…).
Paradosso nel paradosso, le strade di Palermo – bombardate dalle buche – dovrebbero fare da dissuasore «naturale» alla velocità ed invece diventano solo strumento di distruzione degli apparati meccanici dei veicoli e generatrici di altri gravi incidenti.
In realtà, è agevole intuìre che le regole del Diritto Civile qui non sono più di casa. Allo stesso modo in cui può affermarsi che siano espatriati i basilari principi della diligente amministrazione della vita pubblica che il Diritto Amministrativo impone.
Forse da tutto ciò – Gentile Primo Cittadino – dovrebbe trarre le Sue conclusioni.
Allo stesso modo in cui dovrebbe trarle quel Comitato per l’ORDINE e la SICUREZZA pubbliche che trae la sua esistenza proprio a ragione di questi due importanti capisaldi del vivere civile che non riesce a garantire.
Adesso torni pure alle Sue quotidiane incombenze e delibere.
Però, se domani le diranno che il Glioblastoma si cura con l’Aspirina – la prego – non si scandalizzi più di tanto, ricordando che a Palermo ormai ciò che esiste è solo il rovescio del Diritto…
Un mesto saluto da
Lorenzo Matassa