Coronavirus – Non siamo (purtroppo) cinesi

coronavirusAnche dinanzi un’epidemia, da buoni italiani, non ci siamo smentiti. Il coronavirus ci ha offerto la possibilità di dimostrare come noi italiani, anche nelle emergenze, riusciamo ad esprimere quanto di peggio e di più stupido possa esserci in un popolo.

Solito carosello dell’ormai consueto allarme contro i migranti “vettori del virus”, la stupidità di chi, evidentemente consapevole che i migranti non portavano alcun contagio, auspicava che il virus arrivasse in Africa, risolvendo così il problema dell’immigrazione, l’odio riversato nei confronti dei cinesi, anche su coloro i quali, nati in Italia, la Cina l’avevano vista soltanto su Google.

Dall’altra parte, la squadra del “è poco più di un raffreddore”, la stupidità di chi andava a brindare ai confini delle zone rosse, l’imbecillità di quanti, approfittando anche della chiusura delle scuole, sono tornati nelle regioni di provenienza portando con sé il virus e creando nuovi focolai.

Del resto, ci hanno sempre insegnato che in famiglia dobbiamo condividere tutto, quindi perché non regalare anche il coronavirus, magari ai nostri genitori anziani, meglio se ammalati?

In Sicilia, mentre mettevamo in quarantena i migranti fatti sbarcare a Pozzallo, dalle regioni più colpite dall’epidemia arrivavano circa 5000 passeggeri al giorno, senza che nessuno pensasse – seppur utile in minima misura – a verificare quantomeno l’assenza di sintomi evidenti come gli stati febbrili.

Il governo, dopo aver bloccato i voli da e per la Cina (un errore che ha impedito di ricostruire spostamenti ed eventuali contagi) ha adottato delle misure di contenimento utili a rallentare la diffusione del virus. Apriti cielo, non siamo mica cinesi. Da noi, in democrazia, dobbiamo essere liberi di portare a spasso il virus per tutto il paese.

E il danno economico delle misure adottate dal governo, dove lo vogliamo mettere? Già, peccato che senza nessuna forma di contenimento dell’epidemia, le misure saranno ancor più drastiche, a tal punto che in caso di pandemia dichiarata in alcune nazioni si potrebbe arrivare al blocco anche dei mezzi pubblici, e allora sì che i danni saranno catastrofici.

Se da un lato non possiamo meravigliarci delle considerazioni da parte dei moderni virologi da social network e da bar, dall’altro lasciano perplessi le esternazioni da parte di addetti ai lavori, come nel caso del medico di famiglia di un mio amico, il quale affermava che l’epidemia di coronavirus è da considerare come tutte le altre influenze, poiché il tasso di letalità, a suo dire, sarebbe inferiore a quello di una qualsiasi influenza stagionale. Che non sia così, è ormai chiaro a tutti, come la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo dichiarato.

Non entro comunque nel merito delle statistiche che ognuno di noi può consultare sui siti delle istituzioni scientifiche (Oms, Iss ecc) limitandomi, non essendo medico, a un’analisi di tipo logico. Se un’alta percentuale di chi si ammala ha bisogno di cure ospedaliere, è così difficile capire che eventuali decine di migliaia di contagi porterebbero a migliaia di ricoveri (con degenze piuttosto lunghe) che rischiano di mettere in crisi il nostro sistema sanitario?

Una cosa che a molti non sarà sfuggita, è il fatto che diverse attività di operatori cinesi sono chiuse. Crollo delle vendite? No, tant’è che alle attività chiuse si aggiunge il fatto che per le strade non si vedono molti cinesi. Cos’è accaduto allora? Sembra che le organizzazioni di categoria abbiano “consigliato” ai loro iscritti di applicare le misure di contenimento del virus adottate nella loro madre patria. Meno contatti uguale meno contagi.

In sintesi, quanto riportato da uno studio dell’Oms in Cina, che di recente ha anche elogiato le misure adottate dal governo italiano, con buona pace di quanti giocano a fare i politici-virologi-economisti e dei tanti italiani che portano in giro il virus come se stessero portando il cagnolino a far pipì.

Per meglio comprendere di cosa stiamo parlando, è sufficiente prendere atto di come si possa rendere necessario adottare criteri di accesso alla terapia intensiva, che tengano conto delle prospettive di vita del paziente in funzione anche dell’età. Buona lettura:

Le previsioni sull’epidemia da Coronavirus (Covid-19) attualmente in corso in alcune regioni italiane stimano per le prossime settimane, in molti centri, un aumento dei casi di insufficienza respiratoria acuta (con necessità di ricovero in Terapia Intensiva) di tale entità da determinare un enorme squilibrio tra le necessità cliniche reali della popolazione e la disponibilità effettiva di risorse intensive.
È uno scenario in cui potrebbero essere necessari criteri di accesso alle cure intensive (e di dimissione) non soltanto strettamente di appropriatezza clinica e di proporzionalità delle cure, ma ispirati anche a un criterio il più possibile condiviso di giustizia distributiva e di appropriata allocazione di risorse sanitarie limitate.
Uno scenario di questo genere è sostanzialmente assimilabile all’ambito della “medicina delle catastrofi”, per la quale la riflessione etica ha elaborato nel tempo molte concrete indicazioni per i medici e gli infermieri impegnati in scelte difficili.
Come estensione del principio di proporzionalità delle cure, l’allocazione in un contesto di grave carenza (shortage) delle risorse sanitarie deve puntare a garantire i trattamenti di carattere intensivo ai pazienti con maggiori possibilità di successo terapeutico: si tratta dunque di privilegiare la “maggior speranza di vita”.
Il bisogno di cure intensive deve pertanto essere integrato con altri elementi di “idoneità clinica” alle cure intensive, comprendendo quindi: il tipo e la gravità della malattia, la presenza di comorbidità, la compromissione di altri organi e apparati e la loro reversibilità.
Questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo “first come, first served”.
È comprensibile che i curanti, per cultura e formazione, siano poco avvezzi a ragionare con criteri di triage da maxi-emergenza, in quanto la situazione attuale ha caratteristiche di eccezionalità.
La disponibilità di risorse non entra solitamente nel processo decisionale e nelle scelte del singolo caso, finché le risorse non diventano così scarse da non consentire di trattare tutti i pazienti che potrebbero ipoteticamente beneficiare di uno specifico trattamento clinico.
È implicito che l’applicazione di criteri di razionamento è giustificabile soltanto dopo che da parte di tutti i soggetti coinvolti (in particolare le “Unità di Crisi” e gli organi direttivi dei presidi ospedalieri) sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare la disponibilità di risorse erogabili (nella fattispecie, letti di Terapia Intensiva) e dopo che è stata valutata ogni possibilità di trasferimento dei pazienti verso centri con maggiore disponibilità di risorse“.
Leggi il documento integrale
Fare prevenzione siamo certi sia allarmismo?Senza fare allarmismo, nè voler essere catastrofisti, adottare un minimo di prudenza e applicare tutte le indicazioni che vengono suggerite è così difficile?

Per noi italiani sì, non siamo (purtroppo) cinesi…

Gian J. Morici

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