Caso Cucchi – Gli italiani vogliono sangue

sangueViviamo in un’epoca folle, durante la quale i processi si svolgono nelle piazze mediatiche e sui social network. il caso di Stefano Cucchi, il trentenne che venne fermato dai carabinieri il 15 ottobre 2009, trovato in possesso di diverse confezioni di sostanze stupefacenti e sottoposto a custodia cautelare, durante la quale morì, è uno dei peggiori esempi di come la giustizia nel nostro paese sia ormai affidata più alle gogne mediatiche che alle aule dei tribunali.

A distanza di otto anni dalla sua morte, a termine della cosiddetta inchiesta bis, la Procura di Roma è arrivata alla conclusione che Cucchi morì a causa di un pestaggio che subì la notte del suo arresto, contestando ai tre dei carabinieri che lo arrestarono (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco) il reato di omicidio preterintenzionale, formulando inoltre l’accusa di calunnia nei riguardi del maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione dei carabinieri che aveva proceduto all’arresto e dei carabinieri Vincenzo Nicolardi e Francesco Tedesco.

Hanno sbagliato? Cucchi morì a seguito di un pestaggio a opera degli indagati? Che paghino! La Legge è uguale per tutti e non si possono operare distinzioni in favore di nessuno. La Legge, non la legge dei social network, non quella degli insulti, della gogna mediatica. In qualsiasi paese civile spetta alla magistratura reprimere e sanzionare i reati; in qualsiasi paese civile, non in Italia, dove si permette a chiunque di poter inveire, invitando pubblicamente a uccidere i presunti colpevoli, contro persone che ad oggi non hanno subito neppure un regolare processo.

giuseppeÈ sufficiente leggere il commento di Giuseppe, il quale scrive “Spellateli vivi questi assassini”, definendo i carabinieri indagati “sbirri infamoni”, per rendersi conto di quanto in basso sia caduta la giustizia, quella con la g minuscola.

In qualsiasi paese civile sarebbe inaccettabile un comportamento di questo genere. La definizione di “sbirri infamoni”, lascia intendere quale sia il concetto di legalità, del rispetto per chi quella legalità ha il dovere di garantirla, a volte anche a rischio della propria vita, che ha l’autore del commento.

E quello che è ancor più grave, il fatto che questi concetti vengano espressi sulla pagina della sorella del defunto. Da un lato si chiede giustizia, dall’altro di quella stessa giustizia ci se ne fa beffe, ridicolizzandola, ponendosene al di sopra, desiderosi solo di vedere scorrere sangue. Di chi, non importa. La belva che alberga nel cuore di molti italiani ha sete di sangue, non di giustizia, ed è pronta a soddisfare le proprie necessità anche con quello di chi potrebbe essere un innocente.

Non dobbiamo infatti dimenticare che per la morte di Stefano Cucchi erano stati accusati agenti di polizia penitenziaria, infermieri e medici. Tredici persone rinviate a giudizio.  Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise di Roma condannò in primo grado alcuni medici assolvendo gli infermieri  e le guardie penitenziarie.

Il 31 ottobre 2014, in Appello vennero assolti tutti.

Il 15 dicembre 2015, la Cassazione  dispose il parziale annullamento della sentenza di appello, ordinando un nuovo processo a carico di cinque dei sei medici precedentemente assolti.

E infine, ciliegina sulla torta, nuovo processo, nuova assoluzione.

Infatti, il 18 luglio 2016, la Corte d’Appello di Roma emise sentenza di assoluzione nei confronti dei cinque medici, con formula piena: “il fatto non sussiste!”.

Dei tredici “mostri” rinviati a giudizio, neppure uno condannato. Eppure i tredici “mostri” erano stati oggetto di processi mediatici, insulti e minacce. I “pubblici ministeri” dei social e i “giudici” virtuali di Facebook, dopo aver messo alla gogna – anche grazie a quanti personaggi virtuali non erano – tredici innocenti, non hanno sentito neppure il dovere di scusarsi con le persone alle quali avevano rovinato la vita.

Adesso, dopo le precedenti assoluzioni, sul banco virtuale degli imputati ci sono i carabinieri.

La condanna dal tribunale di Facebook è già stata pronunciata. Giuseppe, che vorrebbe spellati vivi gli “sbirri infamoni”, non è l’unico.

francescoA fargli eco, insieme a tanti altri, Francesco, il quale scrive: “ammazziamo mandolini… (maresciallo Roberto Mandolini – ndr) facciamo un gruppo e riuniamoci sotto casa di sto bastardo e pezzo di merda lurido infame ingrato che non è altro!”

E mentre il social network si affretta a cancellare una pagina in sostegno dei carabinieri, su segnalazione dell’avvocato della sorella di Cucchi, si lasciano liberi coloro i quali inneggiano all’uccisione di persone che ad oggi non hanno neppure subito un processo.

La “giustizia spettacolo” alimenta i desideri di tutti quegli italiani che vogliono sangue, a prescindere dal fatto che quel sangue possa appartenere a persone innocenti o colpevoli.

Dopo le passerelle di magistrati da salotto televisivo, assistiamo all’informazione degli opinionisti da social che elargiscono il loro contributo di distruzione pubblica, fisica e psicologica di persone sulla cui colpevolezza non si è ancora espresso nessun tribunale.

Il rispetto della presunzione di innocenza, rimane un concetto aleatorio che nessuno pare voglia far rispettare.

La cosa più vergognosa, è quella che le condanne e le punizioni agognate, dallo spellar vive le persone all’ucciderle sotto casa, arrivino dalla pagina di una persona che chiede giustizia per il fratello morto.

E se qualche folle uccidesse realmente il maresciallo Mandolini o qualcuno degli altri carabinieri? E se la vittima o le vittime risultassero poi innocenti rispetto la morte di Cucchi? Che importa, il popolo vuole sangue e sangue avrà ottenuto. Del resto, in ogni caso, anche senza arrivare alla follia di mettere in pratica quello che emerge dai commenti, la vita di queste persone non potrà non aver conseguenze per quello che sta accadendo. Con buona pace di tutti, dai magistrati, agli avvocati, ai giornalisti, al pubblico attivo sui social network.

Perché dunque continuare a mantenere aperti dei tribunali dove viene amministrata una giustizia nella quale sembra non credere più nessun italiano? Perché pagare magistrati, cancellieri e avvocati, quando se ne può fare a meno emettendo sentenze di condanna o assoluzione su Facebook?

In un paese civile, non potrebbe accadere; ma l’Italia, è ancora un paese civile?

gjm

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4 Responses to Caso Cucchi – Gli italiani vogliono sangue

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