AGRIGENTO VEDE LA LUNA MA SOLO A TEATRO

Si è chiusa in modo davvero simbolico questa edizione della Rassegna dell’atto unico pirandelliano che il Teatro della Posta Vecchia allestisce annualmente.

Si è chiuso con “La luna e lo zolfo” un adattamento di “Ciaula scopre la luna” e “Il libretto rosso” ad opera dell’attrice Mariuccia Linder e del regista Vincenzo La Mendola. Un tandem affiatato e collaudato da parecchi anni di collaborazione con la compagnia Lo Specchio di Aragona.

La luna, quindi.

“Ciaula bloccato dalla paura del buio-è scritto nelle note di regia- ma è anche uomo che cammina verso la luce, la luna rappresenta la speranza, la possibilità di un riscatto per tutte le ingiustizie, è la consapevolezza che qualcosa di straordinario ci aspetta”.

Per questo ci appare significativo, dopo la scomparsa della “Settimana Pirandelliana” che attori e registi che le orbitavano intorno si siano attrezzati al meglio e abbiano ripreso nelle loro mani i propri destini teatrali dando vita a messinscena che fanno davvero sperare per il teatro nostrano.

Lo scrivevamo nel riferire la bella prova offerta da Nino Bellomo e Giovanni Moscato alle prese con “L’uomo dal fiore in bocca” e “All’uscita”, “pezzi” di teatro che da sempre fanno tremare le vene e i polsi a chiunque.

Scelte sensate, rischiose ma alla fine paganti professionalmente. Anche in sintonia con quel teatro della sofferenza rivalutato come segno di reazione vitale. E Dio solo sa quanto bisogno di reazione abbia ,oggi, Agrigento.

Si pensi anche a “Frammenti di donna” del duo Linder-La Mendola, inserito in questa rassegna e che da qualche anno ormai viene replicato quasi a “manifesto” di otto donne pirandelliane che al botteghino non renderebbero una lira ma che conferma la necessità e le ragioni di un lacerato universo femminile (non solo pirandelliano) che cerca uno spiraglio di luce, di catarsi finale (una rincorsa senza fine). In tutto questo La Mendola ha “polso” registico con uno stile personale che utilizza la lettura e la recitazione come “pale d’altare” e la musica con scelte accattivanti (new age del riscoperto Aubry e le sonorità di Cuttini). E la musica ritorna ancora protagonista nella superlativa e diluviante performance offerta da “Cavusu” di Enzo Gambino con i musicisti, sempre agrigentini, Filippo Portera e Sandro Sciarratta. Gli autori addirittura parlano di “phonomatopea” pirandelliana tra sogno e realtà, dove la fisarmonica di Gambino è il mago Kotrone, i fiati di Portera la “prima apparenza” mentre il bofonchiare del contrabbasso di Sciarratta è la “seconda apparenza”.

Un trio che ripropone la figura retorica dell’onomatopea in un mix di suoni e parole che possono moltiplicarsi nell’infinito mondo pirandelliano con un “work in progress” aperto a tutto e a tutti.

Gambino attualmente è impegnato in una tournèe del “Berretto a sonagli” con Pino Caruso dove interpreta Fifì fratello di Beatrice.. Una nota di cronaca, questa, a conferma che Pirandello non mangia i suoi figli come Crono e non li uccide come Medea. I cannibali stanno altrove. Stanno nel bricolage, per esempio, de “L’uomo la bestia la virtù” rosicchiato nella sua riduzione teatrale e proposto all’interno di questa Rassegna 2010 in una serata dedicata agli architetti e agli ingegneri agrigentini. Ci auguriamo che questa rinomata categoria di professionisti così come non poteva non sapere del cemento depotenziato, sia altrettanto consapevole di come è fatto Pirandello. Rileggendolo sui sacri testi e non assistendo alla messinscena che il “Posta Vecchia” ha inserito,”fuori di chiave”, in questa Rassegna.

Diego Romeo

 

 

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